Quirinale: una partita di poker già persa da tutti

Se non riesci a individuare il pollo nella prima mezz’ora di gioco, allora il pollo sei tu“. Questa una celebre citazione de “Il Giocatore” film cult del 1998 diretto da John Dahl con Matt Damon ed Edward Norton. Frase assolutamente molto compatibile con quanto si sta vedendo nelle ultime ore per la partita del Quirinale.

Indiscutibilmente, la scelta del Presidente della Repubblica è una vera e propria partita a poker in cui valgono bluff, all-in e tutto quanto deriva dalla terminologia di un gioco tanto affascinante quanto estremamente pericoloso, poiché il rischio di perdere tutto è sempre e costantemente più alto di quello di vincere anche poco.

Tra qualche ora, i giocatori si siederanno al tavolo e inizierà questo tavolo che potrà durare anche una settimana o forse anche di più: il chip leader, il giocatore con più fiches a sua disposizione, al momento è Giuseppe Conte, che con la delegazione del Movimento 5 Stelle conta su 234 grandi elettori ed è quindi la più ampia “truppa” parlamentare in questa delicata sfida. Segue a ruota Matteo Salvini con 210, terzo posto per Enrico Letta con i 154 grandi elettori tra i Dem.

Questi numeri però sono molto variabili: nei 5 Stelle infatti qualcuno sembra rispondere più all’ex leader Luigi Di Maio che non all’ex Premier; Salvini potrebbe contare anche sui restanti delegati del Centrodestra (FI 135, FdI 63, Coraggio 31 e un’altra dozzina); Letta deve fare i conti con le tante correnti di un Centrosinistra più organico che mai (+Europa, Azione, Liberi e Uguali solo per citarne qualcuno).

Al momento, la prima mano è stata già giocata e ha visto l’uscita di scena di uno dei finalisti del tavolo: Berlusconi ha infatti deciso di non candidarsi a Presidente della Repubblica, facendo saltare il banco della Destra e mettendo Letta e il PD in condizione di dettare la linea perché ritengono di essere indispensabili per l’elezione del Capo dello Stato.

Tuttavia, i Dem da soli non bastano a eleggere qualcuno nei primi tre scrutini (quelli con la maggioranza dei 2/3) ed è necessario anche l’appoggio del M5S. Un nome che avrebbe potuto (forse meglio dire dovuto) mettere tutti d’accordo era quello di Draghi ma le acque in questo senso sono torbide: Berlusconi ha già riferito che preferirebbe vederlo ancora a Palazzo Chigi, la Meloni potrebbe essere disposta a votarlo purché si vada a nuove elezioni, i grillini non sembrano gradirlo e qualche mal di pancia serpeggia un po’ ovunque.

Andare al primo scrutinio con una compagine Lega-PD-FdI-IV vorrebbe dire schiantarsi brutalmente contro la matematica: 470 voti (la somma di quelle 4 forze) sarebbero insufficienti sia per il primo che per il quarto scrutinio e metterebbe seriamente in crisi anche la tenuta del Governo e di tutta la legislatura. Per assurdo, l’unica alla quale converrebbe votare Draghi è la Meloni che è l’unica anche all’opposizione del Governo tra i grandi partiti.

Poiché di nomi trasversali non ne sono comparsi finora, probabilmente i primi tre scrutini si risolveranno con un’infinita serie di bianche, cercando di trovare i 505 voti necessari già da giovedì. E qui di giocatori in ballo restano appunto solo Conte, Salvini e Letta ovvero quelli che possono tirare fuori il candidato vincente.

Letta ha già dichiarato che verrà bocciato qualsiasi candidato proposto da Salvini e Salvini ha fatto intendere che difficilmente accetterà un candidato proposto da Letta. Nel braccio di ferro, sostanzialmente, è molto più probabile che parte del centrodestra converga su un nome fatto dal PD che non viceversa. Ma va capito quale nome.

La scelta di Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e già Ministro della Cooperazione internazionale nel Governo Monti, è sostenuta anche da Conte ma non dal Centrodestra; Giulio Tremonti, noto ex-Ministro dell’Economia, è stato oggetto di un incontro positivo tra Salvini e Riccardo Fraccaro (ritenuto “un uomo di Di Maio”) ma evidentemente è irricevibile dal PD e dal resto dei grillini, dato che è stato già presentato un atto di espulsione del deputato trentino. Difficile dunque arrivare a un accordo tra quelle due parti.

Ecco allora che tornano utili i giocatori più arretrati in classifica, come Matteo Renzi e Luigi Di Maio. Il primo con 43 voti può contribuire enormemente alla vittoria di uno dei due principali schieramenti, il secondo sembra abbia dalla sua circa 60 grandi elettori dei 234 totali dei 5 Stelle. Intercettare entrambi vuol dire vincere la partita e segnare una sconfitta determinante per l’avversario.

Non sembra dunque impossibile che si arrivi alla quinta mano (venerdì) con un vero “testa o croce”, con due candidati e trattative ferventi per chiudere su una carta matta proposta last minute, forse anche dallo stesso Renzi. E dei top player? La situazione peggiore ora è in casa di Matteo Salvini, che è passato rapidamente dall’essere il king maker per il Centrodestra a testa di ponte con la Sinistra per arrivare su nomi indigesti all’elettorato come Casini o la Cartabia.

Non se la passa di certo meglio Giuseppe Conte, che deve fare i conti con i 60 dimaiani che non sembrano rispondere ai suoi comandi. Tuttavia è indiscusso che, giocandosi bene le sue carte, può essere effettivamente il vincitore della partita condizionando sia il PD che la Lega nella scelta del candidato al quarto o quinto scrutinio. Non si può nemmeno escludere una sua candidatura, che di fatto metterebbe tutti d’accordo per i risvolti politici: fine del M5S in termini elettorali, praterie per la Sinistra nell’accaparrarsi i restanti voti grillini e un rivale in meno per il Centrodestra alle elezioni politiche.

Il match point, però, è più nelle mani di Enrico Letta: in questo momento sembra quello che più può decidere le sorti del Quirinale e del Paese poiché, portando Draghi sul tavolo metterebbe di fatto in scacco la maggioranza di Governo accelerando il ritorno al voto, mentre se decidesse di arrivare a consumare lo scontro con il centrodestra ridicolizzerebbe l’avversario fino a portarlo a votare un suo nome o anche al ritorno di Mattarella. Certo un all-in, che qualora andasse male e Salvini riuscisse a far eleggere un nome di centrodestra insieme a Renzi si trasformerebbe in una vera e propria disfatta per il Segretario Dem.

Insomma, a pochi minuti dall’inizio della partita ancora nessuno ha capito chi sia il pollo. O lo sono tutti, o è ancora troppo presto.

Rinaldo De Santis