Cultura Editoriali

Il pastiche Emanuela Orlandi -seconda parte-

Pubblichiamo la seconda delle cinque parti (qui la prima) della ricostruzione dei fatti che intorno al delitto Orlandi”, si concatenarono.

E’ d’obbligo una riflessione. Il giornalismo investigativo si è di molto perfezionato nei decenni e non si affida solo a personaggi, in bilico tra spionaggio e strane frequentazioni di palazzi del potere. Si è sviluppata una generazione di professionisti preparati e bene intenzionati, che però deve inseguire l’audience e porta a spasso lo spettatore per sentieri a volte impraticabili.

La Orlandi, secondo diverse e, sembrerebbe, concordanti dichiarazioni (un vigile, la sorella, un’amica), in un pomeriggio dedicato alle lezioni di flauto che la vede un po’ più affannata del solito, viene abbordata, non per la prima volta, da qualche sedicente rappresentante della Avon (circostanza di cui riferisce una delle sorelle di Emanuela), per l’offerta di un lavoro di vendita cosmetici; forse, irretita, sale su una berlina scura, (ma non v’è certezza e i testimoni nel tempo tentenneranno); e comunque appartiene a un milieu che comporta maggiori complicazioni di quanto non sia per la Gregori.

La famiglia di quest’ultima gestisce un bar, dove pare siano entrati due tizi sospetti in cerca di fresche adolescenti e dunque potrebbe configurarsi una sorta di tratta delle bianche: fenomeno di prostituzione giovanile forzata di italiane tradotte in terre esotiche, su richiesta di ipotetici emiri o simili, che sembrava scomparso nel secondo dopoguerra, ma per qualcuno solo leggenda metropolitana.

Come accennato, nel 1990 viene assassinato sul suo scooter, in pieno centro della capitale, “Renatino” De Pedis, malavitoso di razza, che pare avesse in mano tutti i vizi e i viziosi di Roma e dintorni, soprattutto grazie al traffico di droga e allo sfruttamento della prostituzione, senza escludere rapimenti di personaggi facoltosi finiti in tragedia. Faccia perbene, ma animo spietato, egli operava circondato da un manipolo di suoi sodali, provenienti in gran parte appunto dal quartiere della Magliana – ma lui era nato a Trastevere e faceva parte dell’ala dei “testaccini”; attraverso storie di vita amicali o legate dal comune interesse al crimine, aveva preso forma la banda omonima, che per popolarità ormai supera tutte quelle, prevalentemente nordiche (come la Comasina di Vallanzasca) che hanno in precedenza ispirato letteratura e cinema. Si sarebbe trattato di un riuscito tentativo di assumere in proprio la gestione del malaffare, fino ad allora delegato a organizzazioni di stampo mafioso o straniere (per esempio i marsigliesi).

De Pedis viene dimenticato, mentre i suoi complici finiscono più o meno tutti in carcere, dove qualcuno resta per anni fino a che, appunto, le televisioni non faranno a gomitate per intervistarli e nasceranno un film e una fiction a puntate sulla loro storia (“Romanzo Criminale”).

Tutto questo accade perché, ci raccontano, una telefonata anonima avvisa “Chi l’ha visto?”, programma principe del settore, che Renatino è seppellito come un santo nella basilica di sant’Apollinare (lì vicino Emanuela studiava musica); e si ripesca, per l’occasione, la sua amante (lui era sposato), Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore della Lazio e della Nazionale Bruno Giordano. La donna ha un passato da tossicodipendente di lusso vicino al gangster, ma appare ormai decaduta e malferma in salute.

Dalle interviste con costei e da tutta una serie di ricerche e supposizioni giornalistiche, esce un babilonia di informazioni incontrollate, di cui per sintesi facciamo un essenziale elenco: c’è una BMW depositata da anni in un garage capitolino, con cui Emanuela sarebbe stata portata via (ce la mostrano sullo schermo); la povera ragazza in realtà è stata uccisa quasi subito e buttata via in un sacco della spazzatura; nell’operazione un ruolo di contorno avrebbe avuto anche la Minardi; Renatino la sapeva lunga sul cardinale Marcinkus, che in qualche modo sarebbe coinvolto nel rapimento.

Il risultato, almeno provvisorio, di queste affermazioni, non è un’incriminazione per chicchessia, ma soltanto qualche tentativo di far parlare un monsignore in pensione, tale Vergari, che avrebbe caldeggiato la sepoltura di De Pedis in luogo sacro, in quanto finanziatore di opere benefiche; e l’esumazione della salma, che finirà in un cimitero comune, senza che nel loculo in Sant’Apollinare si riescano a trovare tracce delle due scomparse, come qualcuno supponeva, ma solo ossa di deceduti bicentenari: e chi ha pagato per queste operazioni, non è dato sapere.

Per inciso, la banda della Magliana verrà poi tirata in ballo per quasi tutti i misteri italiani rimasti irrisolti o incompleti, dal rapimento di Aldo Moro alla strage di Bologna e all’omicidio Cesaroni.

-continua-

Carmen Gueye

Secolo Trentino