I sentimenti europei russofobi? Non necessariamente a causa degli USA e ormai centenari

Era una calda mattina di fine estate quando nei principali gabinetti d’Europa iniziò a circolare una notizia. L’Unione Sovietica e la Germania nazista avevano stipulato un patto di non aggressione nella notte precedente. La notizia, prima un’indiscrezione poi qualcosa di più serio, testimoniava il fatto con tanto di foto in cui si vedevano l’allora Ministro degli Esteri, Von Ribbentrop, e il Capo del Governo sovietico, Molotov, firmare l’accordo con alle spalle uno Stalin sorridente.

Proprio l’immagine di Stalin non aveva un significato di secondo piano. Era la rassicurazione che la Russia era disposta a dialogare persino con il nazionalsocialismo per vedere riconosciute le sue ambizioni. Era il 23 Agosto del 1939 e quell’account firmato era il Patto Molotov-Ribbentrop, accordo che fu da preludio alla Seconda Guerra Mondiale. Quelle ambizioni corrispondevano al riconoscimento di una sfera d’influenza sovietica  che passasse lungo la Linea Curzon e che coinvolgesse gli Stati baltici e la Moldavia.

Un accordo frutto di una situazione che si era creata nel corso dei decenni con quell’ostilità da parte dei Paesi dell’Europa occidentale nei confronti della Russia. Si era visto ciò – per esempio – in occasione della Conferenza di Monaco del 1938, una conferenza in cui l’Unione Sovietica non partecipò anche se la sua presenza poteva giocare un ruolo strategico per fermare le ambizioni di Hitler. Eppure lo smacco di Monaco era pesato a Stalin che aveva alla fine ben accettato le proposte di Hitler e messo da parte quel mondo occidentale che con difficoltà accettava l’esistenza stessa dell’URSS.

Eccezione fu rappresentata da Roosevelt, che da Presidente degli Stati Uniti, iniziò a instaurare numerosi rapporti con l’Unione Sovietica tanto da essere un attore importante all’interno di quella Conferenza di Yalta che è stata giudicata nefasta all’occhio della storiografia europea nel corso del ‘900 tanto da accusare l’incontro tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale come un fallimento della diplomazia statunitense. Ma storicamente possiamo ancora affermare che Roosevelt fosse effettivamente nell’impossibilità fisica – causata dalla malattia e dal peso della guerra – tanto da accettare qualsiasi pretesa da parte di Stalin? È una domanda che dobbiamo porci così come dobbiamo porci anche un’obiettiva analisi sugli effettivi sentimenti dell’Europa nei confronti della Russia. Ben si precisa che qua non si parla di una giustificazione dell’attuale conflitto in Ucraina o di altre forme di repressione operate dall’Unione sovietica nel corso del dopoguerra, si vuole piuttosto analizzare i rapporti che ci sono stati tra Russia ed Europa.

Alla luce anche di quanto finora detto, i rapporti non sono mai stati buoni. Basti pensare alla violenta fine dei Romanov che chiesero asilo all’indomani della loro caduta e che morirono in Siberia, alla Guerra Civile Russa, al lento riconoscimento dell’esistenza stessa dell’Unione sovietica, alla Guerra Civile in Spagna, alla stessa Conferenza di Monaco e alla Seconda Guerra Mondiale. Certo ci sono stati periodi di distensione ma sempre per brevi periodi e spesso con l’interesse pesante da parte degli Stati Uniti soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Qui si potrebbe porre un’ulteriore domanda: le tensioni europee nei confronti della Russia sono fagocitate dagli Stati Uniti – così come afferma qualcuno – o è l’Europa che vede in realtà nella Russia un pericolo? Tralasciando i rapporti tra Francia e Russia, da sempre particolari, complessi, ma di una sostanziale amicizia, e quelli con l’Italia, storicamente amata dai russi, la restante Europa è stata molto ondivaga nei confronti della Russia. Situazioni come queste dovrebbero portare tutti ad una attenta valutazione in merito alla necessità da parte dell’Europa e delle sue istituzioni di valutare il da farsi, valutando che la Russia non è più quella post-Unione sovietica e che quindi non possiamo permetterci di isolarla (e la storia ce lo insegna con esempio come quello avvenuto a Monaco) e allontanarla dal dialogo internazionale, anzi c’è l’assoluta necessità che ”si senta” rispettata come un’importante nazione alla pari di Cina o di Stati Uniti.