Cultura

10 marzo 1821, la prima apparizione del tricolore italiano

Il 10 marzo è da considerarsi una giornata storica per l’Italia, fu proprio in questa data infatti che nel 1821 venne issato per la prima volta nella storia il tricolore italiano a seguito dei moti rivoluzionari piemontesi di Alessandria.

I moti rivoluzionari del biennio 1820-1821, furono una serie di tentativi di insurrezione contro i regimi assolutistici partiti in Spagna e rapidamente diffusisi in tutta Europa, in particolare in diversi stati italiani.

Sul suolo italico i più famosi furono i moti siciliani del giugno 1820, seguiti da quelli di Napoli nel luglio dello stesso anno, e quelli piemontesi iniziati nel marzo 1821. Se per le questioni siciliane e campane queste insurrezioni si risolsero con un nulla di fatto, in Piemonte i moti portarono nella popolazione italica la consapevolezza di poter fare attivamente qualcosa per contrastare la dominazione straniera e creare un nuovo stato  indipendente, che riunisse finalmente, la penisola italica sotto un’unica bandiera.

A Torino era già diverso tempo che circolava l’idea, nei salotti borghesi e liberali, di un’insurrezione militare guidata dal Re piemontese Vittorio Emanuele I per liberare i territori italiani oppressi dall’occupazione straniera. Il monarca però si era sempre dimostrato reticente ad un’azione militare contro gli austriaci, attuando invece una politica di stampo assolutistico sui suoi territori.

I rivoluzionari avvicinarono quindi Carlo Alberto, figlio di Vittorio Emanuele I, che al contrario del padre, aveva in più di un’occasione dimostrato la propria solidarietà a questo tipo di idee. I primi contatti tra il rampollo di Casa Savoia e la borghesia piemontese furono molto positivi, con l’adesione incondizionata di Carlo Alberto al progetto irredentista.

Lo scoppio dei moti rivoluzionari in Spagna e nell’Italia meridionale fornì ai “carbonari” di Torino, la forza di tentare di organizzare una ribellione piemontese. Così nella seconda metà del 1820 Santorre di Santarosa (figura di spicco della carboneria torinese) si incontrò segretamente con il principe Carlo Alberto e con alcuni generali tra cui Amedeo Gravina, per pianificare concretamente la rivolta.

A seguito di quegli incontri si decise che la nuova insurrezione avrebbe dovuto attendere i primi mesi del 1821 così da cogliere impreparato l’esercito austriaco, ancora impegnato a reprimere i moti meridionali. Il 6 marzo 1821 in un’ultima riunione venne deciso che l’insurrezione sarebbe partita da Alessandria, dove il 10 marzo successivo le truppe militari fecero scoppiare la rivolta, issando per la prima volta nella storia il tricolore italiano.

Contestualmente i generali insorti proclamarono l’adozione di una costituzione, molto simile nella forma a quella di Cadice del 1812 che prevedeva maggiori diritti al popolo e una sensibile riduzione dei poteri monarchici.

Tricolore italiano

Re Vittorio Emanuele I, resosi conto di aver perso il controllo delle sue terre, tentò invano di riportare gli insorti all’obbedienza, decidendo infine di abdicare in favore del fratello Carlo Felice. Trovandosi quest’ultimo a Modena, la reggenza venne affidata provvisoriamente al giovane Carlo Alberto, che giunto inaspettatamente al potere, nominò Santorre di Santarosa ministro della guerra del governo provvisorio, perorando ulteriormente la causa irredentista.

Carlo Felice, fortemente contrario alla rivoluzione, una volta informato dei fatti impose al nipote di farsi da parte e, una volta tornato a Torino, revocò la costituzione ripristinando l’ordine precostituito. I rivoluzionari si trovarono così abbandonati al loro destino, a nulla valsero i tentativi di Santarosa di far tornare i regnanti sui loro passi e, dopo un altro fallimento a Genova, i rivoluzionari vennero pesantemente sconfitti dagli Austriaci ponendo momentaneamente fine ai sogni unitari.

Nonostante il fallimento questi moti riuscirono a fare breccia nel cuore della popolazione, molti furono i segnali di sostegno da parte degli italiani. Esponenti di spicco del periodo come Alessandro Manzoni, si schierarono dalla parte dei rivoluzionari, dimostrando come quelle idee avessero creato una nuova consapevolezza nel cuore italico.

Sarebbe bello che quelle idee di libertà e di unità fossero ancora il cardine della nostra democrazia, ricordandoci come i patrioti che ci hanno preceduto si siano battuti per fare dell’Italia una nazione libera, priva di qualsiasi giogo.

Oggi più che mai non dobbiamo dimenticare quali siano i veri obiettivi da perseguire quando è in gioco il futuro della nostra nazione. I nostri politici dovrebbero prendere esempio e ispirandosi ai loro illustri predecessori pensare prima al bene dell’Italia che a meri tornaconti personali.

Carlo Alberto Ribaudo

Riguardo l'autore

carloalbertoribaudo

Di Verona, giornalista pubblicista dal 2021. Collabora con Secolo Trentino dal 2017, occupandosi principalmente di Cultura, Società e Politica.

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