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Kurt Cobain l’angelo del rock

Kurt nacque nel 1967 ad Aberdeen, città dello stato di Washington, estremo nord ovest degli USA, sul Pacifico. Si tratta forse di uno dei territori meno fascinosi del paese, industriale e dal clima non facile, con una sgradevole reputazione. Infatti le dicerie popolari consideravano gli abitanti o cafoni o poco raccomandabili. Gira voce che i peggiori criminali d’America vi trovassero riparo nella loro fuga, perché era l’ultima frontiera prima del confine con il Canada e ne siano derivate genie familiari di delinquenti abituali.

E ancora si fosse vissuti in capitale, Seattle, la città dove nacque la tecnologia informatica moderna e dove prosperano figure professionali che hanno contagiato il mondo: motivatori, alzatori dell’umore, autori di manuali su come realizzarsi o abbattere gli ostacoli della vita.

Invece Kurt si ritrovava a vivere in provincia. Finché la famiglia (di origini anglo/olandesi) restò unita, forse sopportò bene; ma, quando aveva sette anni, i genitori divorziarono e pare che la circostanza lo abbia addolorato anche più della media dei bambini e della sua stessa sorella Kimberly. Dopo che la madre, risposata, non lo volle più in casa, si ritrovò a girovagare tra amici, parenti e roulotte, anche se pare inventata la sua lamentela di aver dormito sotto i ponti.

Dolce e sensibile, anche se soggetto a scatti d’ira, si scoprì appassionato di musica e trascorse molte giornate della sua adolescenza a provare e riprovare sulla chitarra, regalata dall’amorevole zia, e a tentare di comporre i primi brani. Si accodò a un musicista di una certa fama, Buzz Osborne, per assorbirne l’esperienza, poi fondò un gruppo con altri adepti; nel frattempo si fidanzò con una graziosa e tranquilla brunetta. Non risulta essere stato uno sciupafemmine, ma alquanto serio nei sentimenti, forse per le sofferenze che già aveva accusato in materia. Amava e sempre amerà l’abbigliamento basic, jeans totale, al massimo un cappotto per il rigido inverno del nordovest.

L’efebico Kurt faticò a trovare audizioni e attenzione, ma infine ci riuscì, spendendo seicento dollari per incidere con una etichetta locale e il risultato non si fece attendere. A quel punto egli modificò la band, chiamando altri musicisti e finì sotto contratto con una grande casa discografica. Il gruppo si chiamò Nirvana in omaggio al buddismo.

Il cambio di marcia provocò l’accelerata complessiva della sua vita. Gli enormi guadagni lo misero in grado di procurarsi eroina a bizzeffe. La dolce fidanzata degli anni di gavetta non bastava più ed entrò nella sua vita la travolgente Courtney Love, di poco più grande.

Anche lei era rocchettara e chitarrista: l’amore e le affinità elettive (compreso il debole per le sostanze) cementarono l’unione, di cui nessuno ha mai messo in dubbio la sincerità e la freschezza, almeno agli inizi. I due si sposarono e, nel 1992, ebbero la piccola Frances Beam, ma non modificarono il precedente stile di vita, per cui intervennero i servizi sociali a monitorare il loro comportamento genitoriale.

L’ambiente di Kurt non amava Courtney, così come i fan. Non è una novità: le donne dei divi vengono sempre screditate, potremmo chiamarla la sindrome di Yoko. In questo caso lei calcava un po’ la mano. Aspetto inquietante, espressione da monellaccia, pretendeva anche di proseguire la sua propria carriera, non era una compagna silente e appartata. Ovviamente si diceva che sfruttasse il successo (e il patrimonio) del coniuge, approfittandone per andarsene in giro a prendersi delle libertà.

Kurt, per distrarsi, continuò a bighellonare per i bassifondi di Seattle, a lui già ben noti, per approvvigionarsi presso pusher conosciuti, drogandosi in piena tranquillità in alberghetti a ore.

A Seattle, Kurt aveva acquistato una villa favolosa, che quasi non conosceva lui stesso: si rintanava in una cabina armadio a provare i brani. Ci dicono che accada spesso alle star: devono ostentare un lusso di cui non sanno che fare, soprattutto se provengono dal popolo. Noi aggiungiamo che ci pare molto americano avere una enorme abitazione poco utilizzata.

Le testimonianze postume parlano di un ragazzo un po’ tormentato, ma nel solco dell’irrequietezza che caratterizza questo genere di personaggi, nulla di particolare. I discorsi che si udivano da lui (non loquacissimo, in verità) risultano gli stessi di sempre in questi casi: il sistema ti stritola, più avanzi e meno la vita ti sembra reale, cose così.

Ormai era un mito e doveva rassegnarsi a tanta responsabilità. Lo stile di cui lo avevano eletto alfiere si chiamava “grunge” e pare derivato da accolite intemperanti di ragazzi ai concerti locali, che si facevano fotografare nel pieno delle loro gazzarre, ostentando disordine nell’abbigliamento e nell’atteggiamento. Lo stato di Washington è abitato da gente semplice e un po’ annoiata, che pensa molto a come uscire dal tedio, scatenandosi in conseguenza alla compressione provinciale; ecco che il grunge divenne il paradigma di un ritorno agli anni sessanta, una nuova Woodstock, la cui eco giunse a noi: abiti stracciati, occhi bistrati delle ragazze, effusioni in pubblico, lattine di birra in mano.

Era il 1994; ai Nirvana toccò un tour con trentadue date, che dovette spaventare non poco Cobain. Il frontman partì a testa bassa, finché non si verificò l’incidente di Roma. Vale sempre la pena di ricordarlo, per tenere presente la forza di certi poteri.

Era la terza volta che il gruppo si esibiva nella capitale; la prima da quasi sconosciuti, la seconda da emergenti, e in questa occasione da star. In realtà il tour era in pausa e Kurt ne approfittò per incontrarsi con la moglie, a sua volta di ritorno da un suo impegno in giro, ma i due non si godettero la “vacanza romana”. Cobain si sentì male. Overdose o addirittura tentativo di suicidio?

Chi avesse letto certi quotidiani italiani il giorno dopo, però, vi avrebbe reperito il racconto di un’intossicazione alimentare.

La palese menzogna doveva nascondere, magari con le migliori intenzioni, le miserevoli condizioni dell’artista. Alla fine del mese ad aspettarlo in patria c’era una richiesta di Courtney, per l’ingresso del marito in una comunità di riabilitazione; in caso contrario lo attendeva il rischio di non vedere la piccola Frances Beam, che molto amava.

Il giovane divo si rassegnò ad entrare alla clinica “Exodus” di Los Angeles, mostrandosi subito refrattario alla stessa impostazione della cura. Non si riteneva un tossico, aveva sempre pensato di aver avuto motivi diversi per assumere l’eroina: non per vizio, ma per dimenticare i suoi dispiaceri familiari e lenire certi ostinati e psicosomatici disturbi di stomaco, che nessun medico aveva saputo risolvere e solo con l’assunzione della sostanza, a suo dire, si placavano.

Kurt resistette pochi giorni, poi fuggì da quel posto, dove la sorveglianza era scarsa; e d’altronde, un ospite facoltoso era libero di fare come gli pareva. Si ricacciò in uno dei suoi bar di periferia, anzi nel retro e quella fu l’ultima volta che lo si vide vivo; la proprietaria testimonia che aveva un aspetto normale.

Quando Cobain tornò in villa evitò accuratamente camere o saloni e si ficcò nella serra, dove lo ritrovò l’elettricista venuto per dei lavori, dopo un paio di giorni. Versione finale: suicidio da arma da fuoco, precisamente un fucile (il che non è così frequente).

Kurt è un personaggio spartiacque, nel mondo divino e terribile dello show biz, forse l’ultima stella del firmamento rock. La sua scomparsa ne ricorda altre precedenti e si attesta nella ”maledizione del 27” , età a cui si sono spenti molte rockstar, da Hendrix ad Amy Winehouse.

Dotato di straordinario talento e bello come il sole, Cobain non amava la finzione, era infelice, e si vedeva. I brani del gruppo (un collettivo affiatato, in cui spiccava l’ottimo David Grohl) sono angoscianti, depressivi, lugubri, in antitesi con l’angelico aspetto del cantante e i suoi occhi azzurri, che trasmettevano sempre innocenza, ma pure una inespressa domanda d’aiuto.

Alla televisione italiana un critico, interpellato a caldo dopo la tragedia, fu draconiano: la sua rovina era stata il divorzio dei genitori.

Forse sì, forse no. Jim Morrison e Janis Joplin provenivano da unite famiglie borghesi, ma finirono allo stesso modo. Cobain aveva qualche vantaggio, per esempio era felice padre, ma questo non bastò a motivarlo. Era marito innamorato, ma lei dov’era, ai tempi? L’ultimo atto di Courtney nei confronti del marito è imperativo: saputo che egli aveva abbandonato la comunità di recupero, gli aveva bloccato le carte di credito.

Il problema è la famosa – e in questo caso lunghetta – lettera d’addio, che ostinatamente qualcuno talora vuol lasciare e a quanto pare scrisse anche Cobain.

Che queste “opere” siano davvero scritte dai defunti o da qualcun altro, resta il fatto che esse divengono spesso fattore scatenante di polemiche.

In genere, prima di un suicidio, si scrivono poche righe in stato emozionale. Difficilmente si redige una lunga tirata su se stessi, che sgonfierebbe un po’ il coraggio necessario per un gesto anticonservativo. Inoltre, uno scritto è rivelatore più di ogni altra cosa: nella vita, puoi fingerti un altro, travestirti o cambiarti i connotati, ma se scrivi, esce fuori l’identità, quasi come un DNA.

Dunque, alcuni che l’hanno analizzata, sostengono che il tono sia quello di un addio alla musica, più che alla vita (come Luigi Tenco?): e non sarebbero riconoscibili né lo stile, né la scrittura di Kurt, ma, anzi, due mani diverse. Inoltre, si affermano cose stupende su Courtney, mentre in un biglietto esibito anni dopo dalla polizia di Seattle e ritenuto autentico, Kurt scrive, parafrasando”: “Vuoi tu, Kurt Cobain prendere Courtney Michelle Love davanti alla legge come tua moglie devastata, anche se è una tr…a con i brufoli e succhia tutto il tuo denaro per sballarsi e fare la zo…la?”.

Come accaduto per Lennon, il corpo fu cremato e non si conosce la sorte delle ceneri. Similmente, si puntò il dito contro la vedova, che avrebbe ordito una macchinazione per godersi la vita con i soldi del marito ingombrante e prossimo magari a lasciarla.

Courtney, imbellita dal chirurgo, smise i panni hippy e iniziò a vestire Versace; è uscito qualche suo disco, ma lei non pare particolarmente occupata a rinverdire i fasti di cantante rock. Alle accuse, nemmeno troppo velate, di avere una qualche responsabilità nella precoce morte del ricco consorte, la donna ha replicato tramite stuoli di avvocati e minacce. Si narra di sue ricadute nel vizio, in sintonia con il lifestyle di una illustre e giovane vedova rock losangelena.

Il movimento creato a Seattle, che appariva ispirato più a baldorie liberatorie che a impegno politico, si trasformò in un’onda giovanile irrefrenabile, che culminò in manifestazioni di ragazzi di tutto il mondo, denominati “no global“, fino al 2001. Kurt sapeva di dover simboleggiare, sia pure per poco, tutto questo?

Carmen Gueye

Riguardo l'autore

Carmen Gueye

genovese laureata in lettere antiche, già pubblicista e attiva nel sociale, è autrice di romanzi, saggi e testi giuridici

Secolo Trentino