Noir d’estate: il delitto della Cattolica

Share

Simonetta Ferrero, nel 1971, è una ventiseienne milanese di buona famiglia, come si sarebbe detto allora, originaria del Piemonte. Padre funzionario Montedison, ex calciatore del Casale Monferrato, madre definita “dottoressa”, due sorelle, una biologa, l’altra in procinto di diventarlo, zio monsignore, residenza in via Osoppo. Lei si laurea in scienze politiche nel 1969, all’ Università Cattolica del Sacro Cuore, in breve “la Cattolica”. Si tratta di un ateneo col suo prestigio, distante dai moti studenteschi, che l’hanno appena sfiorata: e la Ferrero, in particolare, si è sempre astenuta anche solo dal prendere una posizione a favore o contro: studiava e basta. La scelta di quella facoltà è stata oggetto di interrogativi, anche perché la famiglia non si è mai affacciata sui media e non ha parlato. Si dice che Scienze Politiche, per le ragazze, fosse un parcheggio in attesa di un buon matrimonio. Era sicuramente una laurea generica, pensata per le carriere diplomatiche o il giornalismo, ma per Simonetta doveva avere il pregio di conferirle un dottorato, visto che il posto di lavoro stava aspettando lei: papà la fa entrare in Montedison, la sistemano all’ufficio risorse umane come “recruiter”.

Graziosa, grandi occhi verde chiaro, look severo con capelli castani spesso raccolti e filo di perle, religiosa – non manca una messa domenicale – la giovane non mostra interesse per l’universo maschile; secondo i conoscenti sdegnava frequentazioni di non solida posizione e pensava casomai a un ottimo partito, persona affermata, figura che non si era ancora presentata nella sua vita. Volontaria crocerossina, abbastanza sportiva, colta, lettrice e frequentatrice di concerti, Simonetta ricorda Nada Cella, ma anche Emanuela Setti Carraro, la futura sposa di Carlo Alberto Dalla Chiesa: l’attesa dell’uomo ideale, un eroe, un professionista, anche a costo di attenderlo per sempre; o, come nel caso di Emanuela, affrontare l’abisso per averlo.

il 24 luglio, sabato, Simonetta trascorre la mattinata in commissioni e preparativi, visto che in serata partirà per le vacanze in Corsica, con i suoi. Prende il tram e fa i suoi giri: profumeria, tappezziere ( con mamma hanno deciso di foderare delle poltrone), libreria, in attesa dell’appuntamento con l’estetista, fissato per mezzogiorno.

Pare anzi che le profumerie siano due e in una la Ferrero abbia acquistato mutande dimagranti, nell’altra  un fermaglio e deodoranti; in libreria prende un mini dizionario italiano/francese, per districarsi in terra di Corsica.

Poi succede qualcosa, non appurato ancora oggi. I genitori la attendono inutilmente, il padre accusa anche un malore: non è dalla figlia bigiare il pranzo senza avvertire, soprattutto in vista della partenza: hanno il volo alle 18.30. La denuncia di scomparsa viene accolta subito, con i dettagli: vestito a fiori sopra il ginocchio, sandali, borsa in stoffa e cuoio. La domenica trascorre senza notizie.

Lunedì mattina, molto presto, Mario Toso, un seminarista alloggiato in Cattolica, transita nella scala del blocco G, dove si trovano i laboratori linguistici e l’istituto di studi religiosi, e avverte il rumore di acqua corrente provenire dai bagni femminili. Di mentalità rigida e indole parsimoniosa, il giovane accorre per chiudere il rubinetto, questa la sua spiegazione; anche se, in verità, per ritenere fosse in atto uno spreco, deve essersi fermato alquanto, e i bagni femminili per i maschi erano out. Cosa gli ha fatto escludere che non ci fosse semplicemente qualche figliola intenta a lavarsi e sistemarsi?

Mario si trova davanti il corpo di una donna immerso nel sangue; l’odore è acre, l’omicidio è avvenuto da un pezzo. Una ragazza in ingresso ai bagni incrocia Toso che sta scappando, vede anche lei, fugge a sua volta. Viene dato l’allarme.

Il 29 luglio lo zio monsignor Ferrero celebra i funerali, molto partecipati nonostante il periodo vacanziero; durante il rito si ode un grido straziante: è la parrucchiera di via Osoppo che, sconvolta, sviene.

Le indagini si muovono a tambur battente. La vita della vittima è, come si suol dire, senza ombre; vengono interrogate centinaia di persone, a iniziare dal Toso, presto scagionato, soprattutto su due motivazioni principe: non aveva senso tornare sul luogo del delitto; i suoi abiti, indossati sia sabato che lunedì, non presentavano tracce di alcun genere.  E’ poi la volta di alcuni soggetti segnalati per turbe psichiche e comportamenti disturbanti nei confronti delle ragazze, uno verso delle suore: ma tutti hanno alibi. Viene attenzionato un insegnante che aveva ucciso un’allieva, ma non si trovano elementi a sostegno.

Uno dei custodi segnala uno strano tipo, ben vestito, libri sotto braccio, che quel sabato era entrato in università per sedersi su una panchina a prendere il sole in viso; lo invita ad andarsene e quello obbedisce. Si provvede a un identikit, senza risultati. Non sono esenti da sospetti alcuni religiosi; una lettera anonima accusa un prete africano, ma nulla di fatto.

L’emozione del momento si sgonfia, le piste da battere si esauriscono. A parte qualche interessamento mediatico, come l’episodio di “Blu notte” di fine anni novanta, si parlerà ben poco di quel vecchio crimine, che troverà occasionalmente spazio in rete, come cold case.

Altra lettera anonima, un ventennio dopo, al prefetto di Milano: questa volta si accusa un prelato, che sarebbe lo stesso killer di Lidia Macchi, assassinata in provincia di Varese nel 1987. Si descrive anche il personaggio: ricerche negli archivi daranno esito negativo.

Nel 2019 spunta, non si sa bene come, una lettera che menziona un certo “F” , rifugiatosi subito dopo il delitto sui monti del Trentino.

C’è chi ha voluto vedere in Simonetta una sorta di santa martire della chiesa pura, avversata, magari anche con la violenza, dalla parte corrotta.

Fosse accaduto oggi, il delitto avrebbe riempito le cronache e, magari, qualche malcapitato sarebbe stato sbattuto in prima pagina; ma, ai tempi, le famiglie si ritiravano in buon ordine e i Ferrero, in particolare, hanno scelto la via del riserbo assoluto.

Perché Simonetta era lì? Non ne aveva motivo; dall’anno della laurea, 1969,  c’era tornata solo una volta per un favore a un’amica, ritirando delle dispense. Va notato, però, che questo era accaduto poco tempo prima: e se ci fosse stato un incontro in tale occasione? D’altro canto non risultano particolari legami con professori o altri studenti, mantenuti nel tempo, tali da richiamarla un sabato di vacanza. Si lavorò di fantasia, ipotizzando.

Colta da un bisogno fisiologico, la giovane, forse poco amante dei bar, non aveva trovato di meglio che fruire del bagno dell’università che ben conosceva? Può darsi, ma i primi servizi igienici erano subito dopo l’ingresso: perché arrampicarsi su alla scala G, che non era nemmeno il settore frequentato durante i suoi studi?

Simonetta poteva avere un appuntamento segreto con qualcuno in quel posto? Sembra improbabile, anche per i tempi serrati a sua disposizione. C’era il trattamento dall’estetista; a casa doveva ancora fare la valigia e, verso le cinque, avviarsi con gli altri in direzione aeroporto.

Accanto ai bagni in questione, la segreteria esponeva i nomi dei neo laureati: forse la Ferrero aveva deciso di dare un’occhiata, per poi selezionarli alla Montedison? Può essere, ma perché proprio quel giorno, con altri impegni che premevano?

Si pensò al non meglio identificato “mostro di Milano”, così indicando il possibile autore unico di alcuni omicidi di donne in città, dagli anni sessanta. Nella disperata ricerca del reo, ci si ricordò perfino di Berardo Zandrilli, romano, che aveva già ucciso la moglie e ferito donne di famiglia

E se Simonetta avesse sorpreso qualche strano traffico? O un tossicodipendente, un balordo, come quello che, qualche giorno prima, era stato sorpreso a iniettarsi una dose in quei locali?

Chiunque sia stato, avrebbe agito d’impulso, o programmando l’assalto? Perché mai e come?

Nessuno sapeva che la Ferrero sarebbe entrata alla Cattolica e, peraltro, nemmeno i custodi ricordarono di averla vista transitare, in quella mattinata di scarso afflusso; l’alternativa sarebbe un pedinamento, ma a che scopo? L’offender avrebbe dovuto essere molto sicuro di sé, muoversi agevolmente, conoscendo le possibili vie di fuga; o, se invece non era esperto dei luoghi, buttarsi su di lei in preda al solito raptus e poi riguadagnare una freddezza olimpica nel cercare scampo.

Il commissario della Polizia Scientifica Silio Bozzi, consulente di Carlo Lucarelli, non sembrò avere dubbi: il killer era alto, non meno di 1.85, forse anche più, come si poteva dedurre dall’impronta delle mani, una sulla porta d’uscita, l’altra più in basso su uno stipite, come appoggiate per sporgersi e verificare ci fosse campo libero; ed era solo. Due assalitori avrebbero ucciso in un tempo più breve, senza il bisogno di sferrare 33 coltellate, delle quali molte sulle mani e le braccia, segno che la donna aveva provato a difendersi. I pochi preziosi e il denaro ( tremila lire più trecento franchi francesi) non erano stati prelevati.

Le tracce ematiche sono copiose, nel settore dove si trovava il corpo. C’è overkilling, con serie di colpi in successione, dicono in “tripletta” e latenza tra una serie e l’altra.

La poveretta aveva sicuramente gridato, ma nei pressi stavano operando alcuni muratori, al lavoro dalle otto, con martelli pneumatici e vari scalpelli che avrebbero coperto ogni rumore: ma poteva saperlo chi uccise? Uno di loro si era assentato verso le 11.40 , acquistava da mangiare per tutti. Poiché il loro intervallo scattava a mezzogiorno, si stabilì che entro quell’ora era stato commesso l’omicidio

Naturalmente gli operai vennero sentiti, le loro case perquisite, furono esaminati i loro abiti da lavoro per scoprire eventuali tracce di sangue, e anche il coltello che uno di essi usava per tagliare gli affettati da consumare in pausa pranzo, ma il gruppo uscì dalla lista dei sospetti, che si ridusse a zero. 

Uno studio recente li ha tirati nuovamente in ballo: uno tra essi avrebbe litigato con Simonetta in quanto le attribuiva un allagamento per l’uso dello sciacquone: motivo inconsistente per sferrare coltellate. Casomai un problema simile poteva derivare dal rubinetto aperto. E’ una questione irrisolta che punta di nuovo contro questi lavoratori. Nelle ore dalle 13 alle 17 essi erano ancora in servizio: non sentirono il rubinetto perdere, visto che stazionavano molto vicino? Qualcuno si è domandato perché, se il rumore prodotto dai martelli aveva potuto coprire le urla di Simonetta il sabato, non aveva impedito a Toso, il lunedì, di avvertire il rumore dell’acqua: le lavorazioni edili rumorose non erano ancora iniziate?

Infine Andrea Camilleri ha immaginato che Simonetta avesse sorpreso un amplesso omosex.

L’ateneo chiudeva alle 13. Erano presenti una cinquantina di studenti, non tutti identificati.  

Perché l’acqua scorreva? La vescica della vittima fu trovata vuota, segno che aveva espletato il bisogno. Evidentemente, si pensò, lei si stava lavando le mani e in quel momento fu aggredita;  se le sciacquò anche l’assassino, infatti furono trovate macchie di sangue nel lavabo, e dimenticò di chiudere il rubinetto, ma…possono essere trascorse 48 ore senza che nessuno si sia accorto dell’acqua aperta? Certo, si ribatte: sabato pomeriggio e domenica era tutto chiuso ( ma i muratori, il sabato, per un po’ rimasero…).

L’incessante scorrimento non avrebbe provocato una tracimazione, un allagamento? Non necessariamente, è la risposta.

Come ha potuto l’omicida svignarsela senza lasciare ulteriori tracce, a parte quelle circoscritte al bagno? Qui la risposta latita e si è ipotizzato un cambio d’abito, magari anche di scarpe: ma dove esiste un killer che, in previsione di un delitto, si porta i vestiti di ricambio? Chi ha in mente un omicidio è sempre sicuro di farcela senza complicazioni, gente di passaggio, altri utenti, per esempio? Perché va sempre tutto liscio?

Ecco pronta una congettura: lui aveva dormito lì, per poi uscire come nulla fosse, il lunedì, fingendosi uno studente come tanti: visto che poi gli uscieri non controllavano molto, non erano piantoni. Sarebbe il comportamento di un territoriale; o di uno pronto a tutto, ma per ottenere cosa? L’accettazione di una profferta sessuale estemporanea in un gabinetto, che qualunque ragazza avrebbe rifiutato?

Si estende l’ipotesi: il colpevole può essere fuggito da un muro di cinta, ci sono punti abbordabili. Verrebbe da dire: che determinazione, a rischio cadute, magari al buio e sempre in cambio di nulla, se non, residualmente, il gusto di uccidere.

Si sussurra: se era un religioso, la tonaca è un’ottima copertura: te la levi, e sotto sei pulito. Ciò non è affatto scontato, poiché il sangue schizza dove non te lo aspetti e te lo ritrovi ovunque, ma pure fosse: si trattava di un predatore in attesa della prima che fosse arrivata? C’erano altre ragazze lì: perché appostarsi per Simonetta, presente per caso?

E se ci fosse di mezzo il lavoro? La Ferrero selezionava il personale: forse qualcuno, scartato, se l’era presa a male. Pista debole e soprattutto con scarse possibilità di essere approfondita: non risultano minacce o preoccupazioni dell’interessata, al riguardo. Se si vuole guardare al posto di lavoro, piuttosto: la sua assunzione privilegiata, e la collocazione immediata in un posto di responsabilità, potevano aver scatenato gelosie professionali?

A dirla tutta, almeno uno dei custodi era presente anche il pomeriggio: viveva lì? Questi uscieri facevano qualche giro di perlustrazione prima di, eventualmente, andarsene?

La ricerca di una valida causale ha sfinito gli osservatori. Tuttavia c’è stato un colpo di scena, passato quasi inosservato, ma non a noi.

Mario Toso, si fa notare, ha proseguito in carriera, fino a diventare vescovo. Qualcuno non si era dimenticato di lui, però, se dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni, nel 1990, cercarono anche il suo DNA: a che scopo, con quale ipotesi di collegamento?

Non sono poche le analogie con il caso di via Poma, come il killer che non lascia orme fuori dalla scena criminis, ma per la Cesaroni c’è ancora l’enigma della quasi assenza di sangue, mentre Simonetta Ferrero lasciò il suo in quel posto dove nessuno sa ancora stabilire perché  si trovasse…ma forse, anche per Simonetta, anche per altre, il mistero dei loro movimenti rimarrà.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

Leggi anche

Ultime notizie