sabato, Febbraio 7, 2026
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Noir d’estate – Clotilde Fossati: delitto del rosolio o della solitudine?

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Venerdì 10 giugno 1988. Milano, in fine settimana, inizia a svuotarsi. La metropoli del tempo è a cavallo della tigre: se non avanza, rischia di rimanere indietro rispetto alle sue pretese “sorelle” europee, Londra e Parigi, e di perdere il titolo di capitale morale d’Italia; se avanza, come poi farà, dovrà perdere il suo antico mood fatto di sentimenti popolari, case di ringhiera, trani a go – go, operosità e sviluppo solidale. La scelta ormai è quasi fatta: dopo gli exploit degli anni ottanta, si sventrerà il cuore tenero della città manzoniana e si rincorrerà l’allineamento con la corsa al terzo millennio.

In questo clima si muove Clotilde Fossati, classe 1908, vedova dal 1964, senza figli, insegnante di piano a domicilio.

Clotilde, detta Tilde, è rimasta l’unica inquilina nello stabile in corso di Porta Nuova 36. Un’ immobiliare sta ristrutturando per vendere e affittare a prezzi stellari, trovando un accordo con i vecchi residenti, ma lei, ricevuto lo sfratto da quattro anni, ha resistito fino all’ultimo per non lasciare la casa dove è cresciuta e vissuta col marito: infine ha dovuto cedere, accettando una buonuscita, e sta preparando il trasloco.

Fin qui è la premessa ufficiale, che però contrasta con alcune circostanze. Qualche tempo prima Tilde aveva denunciato il furto di trecentomila lire da un cassetto della camera da letto, pare perpetrato da un muratore entrato dalle impalcature; in seguito all’episodio, la signora aveva fatto sistemare delle assi alle finestre, occludendosi anche la possibilità di aprire le serrande, di talché era costretta a tenere sempre la luce accesa: non un comportamento di chi ha intenzione di andarsene.

In mattinata arriva la colf per le pulizie, saluta e se ne va; alle 12.55 una funzionaria dell’immobiliare chiama, ma trova occupato; riprova pochi minuti dopo, più nessuna risposta.

L’allarme arriva da una nipote, che non la sente da un po’; si presenta alla porta (blindata) della zia, ma la trova socchiusa (quante porte aperte, in questi gialli), si spaventa, chiama i vigili del fuoco, arriva la tremenda scoperta (fonte Blu notte).

Tilde, quel che si diceva “donna ben tenuta”, giace per terra a braccia aperte, con i suoi pantaloni rossi, la camicetta fantasia, le unghie laccate, l’impeccabile messa in piega appena alterata. Non si rinvengono segni  di colluttazione o di trascinamento del cadavere. E’ tutto in ordine, a parte un quadro apparentemente staccato dalla parete e appoggiato sul divano, in corrispondenza di alcune tracce di sangue.

La donna è stata afferrata per il collo, colpita al capo con una bottiglia di vetro, impugnata dal corto collo con un tappo resistente ( si trovano i cocci intorno a lei) e trafitta da dieci coltellate. Accanto fu rinvenuto un coltello da cucina sporco di sangue.

Sul tavolo del tinello c’era una di bottiglia di liquore a rosolio, vuota a metà, due bicchierini e un posacenere con due cicche di sigarette. Nel lavandino della cucina furono individuate alcune tracce di sangue: l’assassino si era presumibilmente lavato le mani prima di andarsene. In quelle ore un addetto alla nettezza urbana, svuotando un cestino per strada, vi trovò la borsa della vittima, con i documenti, il portafoglio, un libretto di assegni.

Inizia così un’altra estate di indagini.

Si sospettò un operaio tra quelli che lavoravano alla ristrutturazione, privo di alibi: la questura provvide al fermo, ma il magistrato non lo convalidò, ritenendo insufficienti gli elementi raccolti. Si attenzionò il figlio della domestica, un pony espress, pare dedito agli stupefacenti, che fumava Marlboro come quelle cicche trovate nel portacenere, ma senza esito. Considerato che Tilde non fumava e viveva in un appartamento non areato, si presuppone una forma di tolleranza verso l’ospite ( o gli ospiti); e l’odore di fumo doveva stagnare pesante.

E’ un caso oscuro, dove si sa molto poco degli ambienti intorno alla deceduta: storia personale e del suo matrimonio, nomi delle amiche, dei parenti, degli allievi, verbali di interrogatorio con le rispettive dichiarazioni.

L’ipotesi prevalente è quella di un delitto per rapina, nel presupposto che l’aggressore sapesse di valori da prelevare: ma così non era.  La poveretta godeva di una pensione di reversibilità e arrotondava con le lezioni di piano; dietro il quadro era una cassaforte, quasi vuota. Si trovarono poco più di 300.000 lire tra libretto di risparmio e contanti, un centinaio di marenghi svizzeri, gioiellini di famiglia e 500 azioni del Banco Ambrosiano nella cassetta di sicurezza: nulla di così allettante.

La Milano rovente delle ferie dedicò scarsa attenzione al caso, ripescato in seguito solo da Carlo Lucarelli, ma alcuni aspetti stupiscono. L’analisi del DNA sarebbe arrivata da lì a breve: già nel 1991 sarà effettuata per il delitto dell’Olgiata. Sarebbe bastato tenere i reperti fino ad allora e procedere sui sospettati del tempo, ma non risultano tali attività: eppure, tra bicchierini, cicche di sigarette e coltello, una delle rare volte in cui l’arma del delitto fu trovata, qualcosa avrebbe potuto uscirne.

Chi uccise sapeva che la domestica veniva solo il venerdì, senza contare il fine settimana in cui probabilmente le lezioni itineranti si interrompevano, e calcolò il vantaggio che gliene derivava, per sparire senza che la signora venisse cercata più di tanto: quanto lontano dalla sua cerchia di conoscenze poteva essere?  La Fossati viene descritta riservata, ma non troppo, se aveva anche offerto un aperitivo a casa ad alcuni degli operai della ditta, pur avendo sospetti su di loro per il furto precedente; si era premurata di bere un liquorino insieme al killer ( uno o più non si è accertato), gli aveva permesso di fumare.

Scartata l’ipotesi di un delitto passionale – anche se noi nulla sappiamo di eventuali relazioni post vedovanza – , e anche l’idea che qualcuno potesse giovarsi della sua morte ( non c’era praticamente nulla da ereditare), rimane una richiesta di denaro non accolta: un range ristretto ove cercare, ma l’autunno arrivò e il caso fu chiuso per sempre.

Carmen Gueye

carmengueye
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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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