Giustizia sommaria al parco, ma nelle aule? Il caso di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli

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E’ il 7 agosto 2019. Siamo a Roma, al parco degli acquedotti. Chi non è andato in ferie si gode il verde, cammina, gioca, porta a spasso i bambini. Su di una panchina sembrano appunto rilassarsi due uomini, appena scesi da un’ auto: l’autista, un robusto cubano, e Fabrizio Piscitelli, 53 anni, il passeggero, in quel momento interdetto alla guida perché sottoposto a misure di sorveglianza, che la mattina era andato a perfezionare un tatuaggio, in verità un po’ macabro.
La postazione è a favore di telecamere (private), pertanto sarà come vedere la scena di un film: un soggetto in bermuda si avvicina alle spalle di Piscitelli, lo fredda con un colpo alla nuca, fugge, sempre inquadratissimo, e viene raccolto al volo da uno scooter: non prima che l’occhio artificiale colga il primo piano del suo polpaccio destro, che appare fasciato. Il cubano, Eliobe Creagh Gomez, scappa come una lepre, lasciando a terra l’altro stecchito. Fin qui i fatti, nella loro asciutta crudezza. A processo Gomez dirà poi che non c’era un rapporto di amicizia con la vittima, solo di lavoro; e che, se si trattava di presenziare a certi incontri con gli amici di Piscitelli, si estraniava, poiché i discorsi vertevano sempre sulle traversie carcerarie di gente del loro giro. Fabrizio, dal canto suo, a detta di tutti, in quei giorni appariva tranquillo e molto felice per le recenti nozze di una figlia.
Solo che il morto non era proprio uno sconosciuto, nella capitale, ma il capo storico degli ultras laziali, gli “Irriducibili”, noto anche per le simpatie fasciste. Ai funerali si assisterà a scene di acclamazione ed esaltazione, con la solidale partecipazione di “colleghi” di Milan e Inter (gli ultras sono uguali dappertutto); alla ripresa del campionato, la curva nord dell’Olimpico sarà un trionfo di commemorazione.

Va ricordato che la Lazio, a torto o a ragione, ha sempre patito una reputazione di squadra “chiacchierata”, venendo considerata popolarmente, a livello nazionale, come la sorella meno brillante della Roma, con una tifoseria estremista e spesso proveniente dai ceti regionali meno eleganti. Il club visse il suo momento di gloria nel 1974, con lo scudetto guadagnato sotto la guida dell’allenatore Tommaso Maestrelli e un undici storico, ove figuravano nomi come l’italo/inglese Giuseppe Wilson, la star anglo/italo/statunitense Giorgio Chinaglia, Giorgio Frustalupi, Luciano Re Cecconi, mentre nelle giovanili scalpitava il trasteverino Bruno Giordano.
Nel 1977 proprio Re Cecconi getterà, involontariamente, la prima ombra su quel magico ricordo. Esiste una versione ufficiale: entrato in una gioielleria con due amici, uno è il compagno di squadra Ghedin, fingendo di puntare una pistola, mentre era solo il suo dito sotto la giacca, verrà colpito a morte dall’impaurito orefice, Bruno Tabocchini: che un’arma, l’aveva realmente, per difendersi in anni di turbolenza criminale e rapine quotidiane; e verrà assolto, dichiarando di non conoscere il calciatore, né di persona, né per fama. Voci successive parleranno invece di un colpo partito per sbaglio dalla 7.65 di Tabocchini, in circostanze non precisate, non chiarite nemmeno da Ghedin, insinuando che i tre fossero ben conosciuti dall’esercente, a cui stavano consegnando dei campioncini di profumo.
Non bastasse, nel 1980 scoppierà lo scandalo del calcio scommesse , o Totonero. Il pastiche toccherà, più tardi, Paolo Rossi, rischiando di comprometterne la carriera, e vede subito convolti diversi giocatori laziali illustri: il citato Wilson, Lionello Manfredonia e l’astro nascente Bruno Giordano, arrestati con tanto di manette. Si scateneranno polemiche, accuse di “combine”, ma pure di complotti sfascia – campionato, che infatti vedrà sospensioni di calciatori, retrocessioni d’ufficio di Lazio e Milan e classifiche inedite, grazie alle sentenze della giustizia sportiva. Non è questa la sede per trattarne, ma fu un altro colpo per i biancazzurri; il cui nuovo simbolo, appunto Giordano, fu anche toccato da gossip rosa, ma non troppo, allorché la giovanissima moglie, Sabrina Minardi, da cui aveva avuto una bambina, lo lascerà per darsi al meretricio e alla frequentazione di ambienti malavitosi: attenzione, è un punto non così marginale e non prettamente da rotocalco.


Con il buon peso del marchio “nero” sempre presente, la Lazio, all’alba del nuovo millennio, trova il nuovo leader dei suoi ultras in Fabrizio Piscitelli, detto Diablo, ma infine conosciuto come “Diabolik”. Classe 1966, figlio di un poliziotto e di un’impiegata, il giovane presto imbocca un’altra strada rispetto ai tracciati familiari. Al processo la sorella dichiarerà il suo profondo affetto per Fabrizio, ma rimarcherà la distanza “siderale” dalle sue scelte e dal suo ambiente, da lei definito “letamaio”; il fratello lo definirà “amato” dal suo popolo, quale che fosse. La famiglia d’origine si costituisce parte civile, quasi prendendo le distanze dalla moglie di Piscitelli, Rita Corazza, una sanguigna romanissima che, in gergo spiccio e in polemica con la corte, si scaglierà contro la scelta di arrivare quasi a sospettare di lei e delle sue figlie, Giorgia e Ginevra, invece di considerarle parte lesa; e protesta che il “tesoro di Diabolik”, una somma enorme di cui si favoleggia, a casa loro non è mai esistito. Rita non sembra aver condiviso le passioni del marito, piuttosto di averle subite; al momento della disgrazia i due vivevano uno dei tanti periodi di distacco, cui in genere seguiva la riconciliazione: lui stava per andare in vacanza in barca a Ponza, lei aveva in programma un viaggio in Messico con un’amica. E’ risultata opinione comune ai due nuclei familiari contrapposti che Fabrizio avesse sofferto di fragilità nervose, curate, ma non del tutto superate.
Moglie e figlie erano socie delle due società del defunto, “Mister Henrich” e “Fans edition”, che si occupavano di commercializzazione, “merchandising” di gadget laziali, e questa era l’attività ufficiale di Fabrizio; mentre, secondo la giustizia italiana, quella reale era il narcotraffico, a un certo livello, non proprio di spaccio da strada, come dimostrato dalle condanne ricevute, di cui egli stava scontando la coda come sorvegliato; era considerato vicino ai Casamonica e al clan Spada di Ostia, con cui sarebbe rimasta invischiata la ex avvocato di Piscitelli, Lucia Gargano, tutti intenti, per le accuse, a contrastare il possibile rientro nel business della droga dei famosi siciliani Cuntrera/Caruana, dissidio composto con un “accordo di non interferenza” nel 2017; nonché, sempre Piscitelli, affiliato a Massimo Carminati, altro particolare da tenere a mente.
Nel 2015 alcuni Irriducibili erano stati condannati, in primo grado, per una tentata estorsione ai danni del presidente della Lazio, Claudio Lotito, tesa a costringerlo a cedere ad altri imprenditori le proprie quote della società, che nelle intenzioni sarebbe stata poi guidata dal protagonista dello scudetto 1974, Giorgio Chinaglia, ma trainata da fiancheggiatori dei Casalesi, per riciclare denaro di provenienza illecita: uno scenario rimasto indefinito. L’ombroso Giorgio, peraltro, era scomparso nel 2012.
Dopo le operazioni antimafia suggestivamente chiamate “Mondo di mezzo” e “Tom Hagen” (come il “consigliori” del padrino letterario e cinematografico don Vito Corleone), scatta quella denominata, in modo vendittiano/guzzantiano, “Grande raccordo criminale”. Le ricostruzioni presentano tortuosità che saltiamo, andando all’ estrema sintesi. Ci dicono che Diabolik fosse molto legato, con un nuovo socio, Fabrizio Fabietti, al clan campano dei Senese ( due fratelli di quella famiglia erano stati suoi testimoni di nozze), legandosi poi, per il suo business, a quello degli albanesi: non solo sfegatati tifosi della Lazio, ma spacciatori incardinati nella capitale, dominatori incontrastati di uno spicchio di territorio che difendevano con ferocia. Piscitelli si sarebbe specializzato nella riscossione dei proventi, aiutato da ex pugili.
La teoria giudiziaria è così riassumibile, per noi ingenui che di queste faccende nulla sappiamo. Gli albanesi avevano preso molto male che un boss locale, tal Alessandro Capriotti si fosse tenuto 300.000 euro con la scusa che la loro coca da smerciare fosse scadente, restituendola, ma con un “panettone” che aveva lui stesso alterato, tenendosi quello buono; Fabrizio si era offerto come mediatore per la riparazione dello sgarro, pretendendo però, da Capriotti, la metà del malloppo: da qui la faida.
Secondo l’accusa il contesto criminale è chiaro, ma Capriotti, con i sodali Giuseppe Molisso e Leandro Bennato, tutti all’inizio sospettati come mandanti, non sono coinvolti nelle indagini. Dal cappello a cilindro esce, quasi a sorpresa, un altro, e unico imputato: l’argentino Gustavo Alejandro Musumeci, classe 1969, noto anche come Raul Esteban Calderon, considerato a capo di una potente associazione criminale dedita al narcotraffico, in competizione proprio con il sodalizio capeggiato da Bennato e Molisso. Ma se il torto riguardava gli albanesi vs Capriotti, e quest’ultimo contro Piscitelli, le cui pretese riteneva esose, in che modo avrebbe avuto interesse a immischiarsi l’argentino, in teoria più nemico del trio Capriotti/Bennato/Molisso che di “Diabolik”? Semplice: hanno fatto irruzione i “collaboratori di giustizia”, la più agguerrita dei quali è Rina Bussone, nota malavitosa rapinatrice, ex compagna di Calderon, con cui si contende l’affidamento di una figlioletta di cui non si conoscono le sorti, ma che i giudici tendevano ad affidare al padre, piuttosto che alla madre. La signora, a un paio d’anni dal delitto si sveglia e, in telefonate che sa intercettate, in accordo con la procura, nel corso di conversazioni col suo ex, riguardanti solo la bambina, inizia a sbraitare accuse contro di lui, riguardo all’omicidio di Fabrizio: senza prove, riscontri, nulla che non sia la sua improvvisa parola.
Una volta trovato il soggetto imputabile, si costruisce il teorema, in verità poco chiaro: secondo cui Calderon, che non ha motivi di acredine personali contro Fabrizio, diventa il sicario volontario, gratuito, a loro insaputa, dei tre boss teoricamente rivali dell’uomo; assegnatogli un ruolo, si passa alla dinamica. Non si sa se da solo o con un piano collettivo, Raoul individua il momento propizio, cioè un parco pubblico in pieno giorno: la vendetta dev’essere plateale, magari anche con un pizzico di terrore da diffondere in una Roma che pensa di aver gettato alle spalle il passato criminale; poiché sul suo polpaccio destro campeggia un tatuaggio a forma di “V” cosa escogita il killer? Indossare pantaloni lunghi, jeans, braghe da ginnastica? Macché: se lo fascia, così da offrire all’accusa lo spunto per sostenere che il tattoo andava coperto e lui è proprio lui; si ricorre poi a una sofisticata tecnica di riconoscimento della complessione fisica mediante camminata, e il gioco è fatto: condanna all’ergastolo.
Dice Tiziana Siano, avvocato dei genitori di Fabrizio Piscitelli, in una dichiarazione all’Adnkronos il 4 aprile 2023: “ Da una parte abbiamo una sentenza del Tribunale di Roma nel processo contro Fabietti che non lo riconosce in questo modo (coinvolto NDA) e dall’altra la conclusione di un’attività investigativa che porta all’archiviazione dei mandanti senza chiarire il motivo di questo delitto, la cui esecuzione non può che definirsi di stampo mafioso.
Nei banchi della difesa di Calderon troviamo gli avvocati Gian Domenico Caiazza e Eleonora Nicla Moiraghi, (nota per la straordinaria somiglianza con Sofia Loren). I due si sono battuti ,con argomenti inoppugnabili, all’aggravante del metodo mafioso.
Veniamo così a sapere che una centrale internazionale di intelligence inserisce dei “Trojan” (virus non intercettabili) nei server, per scoprire possibili futuri reati; e poi invia le risultanze ai paesi che ritiene interessati. La procura italiana, nel caso di specie, avrebbe presi per buoni certi indizi così ottenuti, dimenticando che in Italia l’uso dei Trojan è proibito: cade così l’accusa di associazione mafiosa per Calderon, che sconta l’ergastolo, ma almeno evita il 41 bis, per ora: è prevista l’udienza d’appello.
Ricordiamo ora l’ex moglie di Bruno Giordano, Sabrina Minardi? La signora, un cocainomane estrema, condannata per spaccio e sfruttamento della prostituzione, ha fatto perde tempo e soldoni all’Italia, inventandosi l’accusa del rapimento e omicidio di Emanuela Orlandi a carico della banda della Magliana, nei cui letti si vantava di folleggiare (accuse tutte miseramente cadute); e riprendiamo le voci di un’amicizia criminale tra Fabrizio “Diabolik” e Massimo Carminati, ritenuto anch’egli un boss della Magliana la quale, per sentenze e fatti verificati, si è concluso non essere mai esistita. Sembra confermata una battuta che gira per Roma: vera o finta, tira più la banda della Magliana che Sharon Stone in Basic Instinct.
C’è qualcosa che non quadra in questa storia. Si ricava l’impressione di un’accusa a tutti i costi, messa insieme come un puzzle a cui mancano molte tessere. E crescono gli interrogativi sulla gestione della giustizia nel nostro paese.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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