La storia di Vittorio De Sica è all’insegna di confusioni, di equivoci, del doppio e del molto.
Per cominciare, non sempre si riporta lo stesso luogo di nascita. Il paese era nella “Terra di lavoro”, prima una provincia campana, poi inglobata nel Lazio (pare per scaramucce fasciste), quindi diventato Sora, in provincia di Frosinone. Si legge che l’anno sarebbe il 1901, anche se in passato sono girati 1894 e 1904. Lo si racconta di umili origini. Alcune fonti parlano di padre magistrato, altri ancora dicevano che il genitore fosse bancario o agente assicurativo. Origini paterne? Sarde, salernitane o entrambe. La madre per alcuni era romana, per altri napoletana.
Vittorio visse l’adolescenza a Napoli, si diplomò ragioniere forse a Roma; nelle biografie fa capolino un passaggio a Firenze, ma nessuno ha mai messo in dubbio la sua natura genuinamente partenopea.
Dopo un’apparizione nel muto, infatuato del teatro, entrò nelle prestigiose compagnie di Tatiana Pavlova e Italia Almirante, da umile generico, poi ne fondò una sua, con la moglie: aveva sposato la collega Giuditta Rissone, da cui ebbe la figlia Emi.
Lui amava il drammatico, ma finiva per dedicarsi sempre più spesso alle incursioni nel comico; il pezzo “Lodovico sei dolce come un fico” lo impose come cantante. Lavorò con Mario Mattòli, Sergio Tofano, Ernesto Calindri, Paolo Stoppa, Nino Besozzi; si divideva freneticamente tra palco, set e studi radiofonici.
Negli anni trenta De Sica appariva come un giovanotto di gradevole aspetto latino, modi soavi, una bella voce modulata e una recitazione affettata, come ai tempi usava, ma impeccabile.

Fu attore brillantissimo, adatto a pennello alla leggerezza dei lavori del regista Mario Camerini, che imperversava insieme ad Alessandro Blasetti. Con Camerini restano famosi ancor oggi “Il signor Max” e “Gli uomini che mascalzoni”, in cui Vittorio cantava l’irresistibile “Parlami d’amore Mariù”; leggendari, nello stesso periodo, ove fu regista oltre che attore, si ricordano “Teresa Venerdì” e “Maddalena zero in condotta”, tratto da un soggetto ungherese. I suoi personaggi sono spesso bugiardelli e infingardi ma, in fondo, non troppo pericolosi. Fu così che egli divenne un divo del cinema a tutto campo.
Christian De Sica in seguito dichiarò che fu grazie a Cesare Zavattini, egregio co – sceneggiatore dei migliori film, se suo padre si lasciò alle spalle le frivole pellicole da “salotti ungheresi”. Però, così il papà aveva avuto successo nel ventennio: dolce e smieloso, sì, ma adorabile. I magiari, peraltro, producevano ottimi film, anche drammatici. E poi l’Ungheria piaceva molto agli abbienti che non potevano divorziare in Italia, e papino se la teneva buona, vero Christian?
Durante la guerra, qualcosa cambiò. Vittorio fu contagiato dal morbo del neorealismo. Oppure, altra versione, cambiò casacca, secondando il nuovo corso politico.
Si realizzarono allora i capolavori che renderanno indimenticabile il genere di De Sica regista. Vanno nominati e brevemente riassunti, tra i tanti:
“I bambini ci guardano” – 1943 – Una sorta di Anna Karenina in salsa italiana. La protagonista ha una relazione e rompe il matrimonio, sotto lo sguardo sempre più sgomento del figlio, fino al suicidio del marito
“Sciuscià” – 1947 – Protagonista è un giovanissimo Franco Interlenghi. Storia drammatica di due lustrascarpe che finiscono in carcere. Abominio e violenze.
Ladri di Biciclette – 1949 . Interpretato da attori non professionisti ( metodo caro a Vittorio). La dannazione degli umili. Un operaio non può lavorare perché derubato della bicicletta, che nessuno lo aiuterà a ritrovare; ma quando, disperato, tenterà di sottrarne una a sua volta, sarà subito scoperto e mortificato davanti al figlio. Pellicola “on the road”, dove la discesa agli inferi si snoda attraverso scene urbane di una Roma dolce e solatìa, ma crudele con gli oppressi. A sentire Christian, il produttore hollywoodiano David O’ Selzinck avrebbe foraggiato generosamente il film, ma voleva protagonista Cary Grant e Vittorio rifiutò: si stenta a crederci, perché è vero che per denaro si è disposti a molto, ma Cary Grant in veste straccione capitolino…

Sul set di “Ladri di biciclette” con Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Staiola
Queste ultime due opere ottengono i primi due Oscar di Vittorio, come miglior film straniero, ma incassano le prime critiche, accusate di ribassare l’immagine della nazione, che stava cercando di uscire a testa alta dalla guerra: come scrisse l’astro nascente della politica italiana Giulio Andreotti.
“Miracolo a Milano” – 1950 – Più surreale e fantasy; protagonista un giovane orfano pieno di ideali e buoni sentimenti che, grazie ad essi, farà volare la gente in piazza del Duomo ( una scena, a quanto pare, avrebbe ispirato Steven Speilberg per “E.T.”).
“Umberto D.” – 1952 – Un pensionato al minimo vive sotto la soglia di sopravvivenza. La sua unica compagnia è un cagnolino; riscuote simpatie tra i piccoli, mentre gli adulti gli infliggono malvagità a non finire.
Vittorio era pieno di risorse. Si ributtò, cinquantenne e un poco appesantito, nel ruolo di piacione a lui confacente, tornando a far l’attore, a fianco delle maggiorate sulla cresta dell’onda (anche grazie a lui), Gina e Sofia.
Imperversò la serie dei “Pane amore e…”, con l’ausilio di egregi comprimari come l’inossidabile Tina Pica o il delizioso Antonio Cifariello.

Pane amore e…, con Sofia Loren – 1955
Non mancò una collaborazione con Totò ( “I due marescialli”), e con Alberto Sordi.
In mezzo egli incuneò l’ultimo colpo da maestro, come protagonista drammatico: il ruolo del truffatore che si riscatterà con un’azione eroica, negli scenari di una severa Genova bellica, in “Il generale della Rovere” (regia di Roberto Rossellini): gli verrà assegnato un Nastro d’argento.
E di premi, continuò a riceverne: ancora due Oscar, per il miglior film straniero, erano in vista: “Ieri oggi domani” ( Sofia nelle indimenticabili caratterizzazioni femminili, con Mastroianni) e “Il Giardino dei Finzi Contini”, tratto dal grande libro di Giorgio Bassani, storia dei costumi e dei drammi nella comunità altoborghese ebraica di Ferrara, attraverso le vicende di un gruppo di giovani, dalla vita spensierata alle deportazioni; senza contare l’Oscar “di riflesso” alla Loren per “La Ciociara”, diretta poi da Vittorio ancora in ” Matrimonio all’italiana”, sempre con Mastroianni.
Bisognerà accennare ai grandi amori di Vittorio, oltre il cinema: le donne e il gioco.
Quando incontrò la bella e giovane attrice catalana Maria Mercader (sorella di Ramòn Mercader, l’assassino di Trotsky) e se ne innamorò, non c’era il divorzio, ma nel frattempo l’Italia aveva rotto i ponti con l’Ungheria; i due si sposeranno in Messico, ma il matrimonio messicano non fu riconosciuto valido in Italia; presero la nazionalità francese, si risposarono lì, e le nuove nozze furono trascritte in Italia.
Prima di decidersi a cambiare nido, Vittorio era titubante e si barcamenò per anni fra le due famiglie. Ne mostrò lui stesso uno spaccato in “Pane amore e fantasia”, laddove, maresciallo alla locale stazione dei Carabinieri, per non scontentare dei paesani, parteciperà a due pranzi. Alla primogenita Emi dobbiamo gustosi resoconti sulla doppia vita del padre, peraltro vissuta in modo non troppo nascosto: storie dal gusto mitologico, forse enfatizzate.
Così infatti si narra egli facesse: due deschi, due natali, due capodanni e…due letti? Non si sa. Nel frattempo erano nati Manuel e Christian. E pare che, non pago della bigamia di fatto, si concedesse molte distrazioni. Così nascono le voci di una sua quarta figlia, l’attrice Vicky Lagos, indicata come frutto della relazione con una collega spagnola d Vittorio, nata nel 1938 a Madrid. Sempre secondo Christian, portavoce di queste chiacchiere, si sarebbe fatta avanti almeno un’altra “sorella”, questa volta romana, vista mentre papà veniva sepolto: gabole per rotocalchi?
Quanto al vizio del gioco, non v’è dubbio che De Sica ne fosse posseduto, e la Mercader ammette di non essere mai riuscita davvero a frenarlo, attribuendo a queste rovinose nottate ai tavoli le voragini finanziarie di famiglia: che Vittorio cercò di colmare con lavori commerciali, non sempre degni della sua arte, come “Pane amore e Andalusia”, tutto da dimenticare.
Vittorio morì nel 1974. Ne è seguito per anni un profluvio di peana, tutti meritati, all’opera di questo gigante. Si sono andati a ripescare gli attori presi dalla strada, seguendoli fino alla morte; sono stati più volte citati i suoi vezzi per farli recitare ( molto gettonata la cicca in mano al bambino di ladri di Biciclette, per indurlo a piangere).
Emi ci ha raccontato di un papà svagato, che ha lasciato in mano alla madre la severa educazione poi da lei ricevuta; Christian ha narrato di un babbo fissato con le recite domestiche sue e di Manuel ragazzini e con grandi abbuffate che li fecero ingrassare anzitempo: ma servivano a evitargli sforzi fisici che, da padre maturo, voleva evitare.
Maria Mercader se n’è andata nel 2011; Manuel valente musicista, l’ha seguita nel 2014. Che dire di Christian?
Classe 1951, partito col vantaggio della somiglianza col padre, una indubbia presenza scenica e la conoscenza di un mondo dove era nato e cresciuto, vagolò inizialmente per qualche commedia all’italiana di discreto livello, appoggiato dal cognato Carlo Verdone, di cui ha sposato la sorella Silvia. Con poche eccezioni, in seguito si dedicò al noto genere di cinepanettoni: se si critica il quale, si viene bollati di moralismo. Non ci è piaciuto, ma ognuno è libero di chiamarsi de Sica e fare peggio di Alvaro Vitali: almeno quest’ultimo aveva uno standard a cui rimanere fedele e non inquinò mai il genere che ci ha reso famosi nel mondo, limitandosi a sfotterlo.
Papà Vittorio si scagliava contro la commercializzazione del cinema e diceva di confidare in una sua rinascita, cui certo il figlio non ha contribuito: ma Christian è comunque pirotecnico e va bene così. Tanto, grazie al colpo di grazia televisivo, quel cinema è finito e quel sogno rimane nei nostri cuori, a eterna consolazione.
Carmen Gueye


