E’ il 2011. Maria Francesca, detta Mariella, Cimò è una signora di 72 anni, sempre molto curata e truccata. Originaria di Palermo, abita in un villino a San Gregorio catanese, nell’hinterland del capoluogo etneo, col marito, un bel signore poco maggiore di lei, Salvatore Di Grazia; possiedono un autolavaggio ad Aci Sant’Antonio.
Forse sarebbe meglio dire che lei possiede. La vulgata narra che la donna, ultima di tre figli, in adolescenza, era rimasta incinta di un uomo sposato con prole; la famiglia, per evitare uno scandalo, dopo aver imposto l’interruzione di gravidanza, aveva pensato bene di sottoporla alla chiusura delle tube, per renderla sterile ( l’intervento ha quasi sempre conseguenze irreversibili). Oggi una situazione simile farebbe inorridire, altri tempi.
I Cimò erano assai benestanti così, sempre secondo i racconti, il padre della ragazza le avrebbe intestato una quantità di beni, per farne una donna indipendente, a prescindere da un matrimonio che diventava improbabile, visto che la giovane continuava a frequentare il signore coniugato e la sua “reputazione” risultava lesa. La storia a un certo punto finì.
Mariella, verso la fine del 1968, incontra il bel Salvatore, che ci dicono lavorasse in ferrovia e lo sposa, entrambi oltre la trentina. L’uomo era già stato sposato e il matrimonio si era rotto per la morte di un figlio di quattro mesi.
E’ Mariella che comanda, è lei che regge i cordoni della borsa e a lui, evidentemente, sta bene così; nel frattempo, parole sue, ha svolto l’attività di informatore scientifico, che gli consentiva di andarsene in giro senza fornire giustificazioni, ritagliandosi il tempo per numerose digressioni di stampo strettamente sessuale: mai sbandate, relazioni parallele, nucleo familiare messo in pericolo da attrazioni fatali. Lui non era uno sprovveduto e sapeva gestire gli harem; afferma che nel maschio è connaturato l’istinto poligamico.
Nel tempo emerge l’idea dell’autolavaggio, acquistato dalla moglie, gestito dal marito ( che lei chiama Turi). I due lo aprono e gli affari vanno a gonfie vele, anche grazie alle capacità imprenditoriali di lei, se per giunta continua ad amministrare anche i possedimenti ricevuti dai genitori. Infatti la coppia risiede in una magione con panorama mozzafiato e dispone di un’altra villa sul mare, in località Postillo di Acireale.
Quel 25 agosto tutto sembra uguale a sempre. C’è una matura coppia, con le sue consolidate abitudini. Mariella ha decine di cani, di tutte le taglie, e anche dei gatti, che tiene in giardino. E’ fin troppo facile pensare che essi siano il surrogato dei figli magari desiderati e mai potuti avere, tanto che sembra ella finanzi anche alcune adozioni a distanza. Ogni mattina la Cimò chiama i suoi animali a uno a uno, come ha sempre fatto con tutti gli esemplari che si sono avvicendati negli anni e, man mano, vengono seppelliti in giardino. Nella tenuta del canile e del verde circostante la aiuta un factotum, Alfio; a casa, invece, si dice lei non voglia nessuno e provveda da sé alle pulizie: ma non deve essere facile, con gli ampi spazi, il numeroso mobilio, le suppellettili, i ninnoli, “tanta roba” di un ricco arredamento a lei caro.
La domestica di un vicino di villa sostiene che la sera del 24 agosto i Cimò/Di Grazia abbiano avuto una furibonda lite: lei avrebbe voluto chiudere la lucrosa attività di Aci Sant’Antonio, che aveva scoperto essere diventata una garçonnière per il focoso coniuge. L’indomani la cameriera dei vicini è già lì di buon’ora, poiché può affermare di non aver sentito il quotidiano appello delle bestiole che Mariella svolgeva di mattina presto, senza saltare un giorno. Di lei si saprà più nulla.
Turi non sporge denuncia; lo farà undici giorni dopo, su pressione dei nipoti di lei, molto attivi nei programmi televisivi e in web, per cercare la zia tanto amata e che, dal canto suo, li adorava. Subito il maturo dongiovanni entra nel mirino degli inquirenti, e dei media, cui certo non si sottrae.
Non si può dire che egli ispiri simpatia: beffardo, sorriso sardonico, una facondia e una forbitezza utilizzate per irridere all’ipocrisia che vuole gli uomini fintamente fedeli, emana superbia e strafottenza. Molti gli elementi a lui contrari, vediamoli.
Il primo gruppo di sospetti è di ordine psicologico. Turi non appare addolorato, né minimamente preoccupato; chiama la signora Pina Grasso, definita sua amante occasionale, per mettere in ordine in casa e le regala dei vestiti della scomparsa; trascorsi al massimo un paio di mesi, ospita amanti a domicilio, intercettato anche durante attività erotiche: 75 anni di energia inesauribile, sia pure con “ausili”, come lui stesso ammetterà in seguito. Anzi, protesta di aver osservato due mesi di castità per rispetto a Mariella.
Non passa molto, che Turi inizia a liberarsi di molti degli impegnativi cani ( presumibilmente vendendoli, regalandoli, consegnandoli ai canili); quanto ai gatti, può averli semplicemente lasciati uscire.
Mariella aveva frequenti contatti con i nipoti, che le hanno regalato pronipoti: non avrebbe mollato tutto senza salutarli o almeno costruire qualche scusa rassicurante. La sua auto è rimasta lì, non ha portato via i telefonini. Ammesso avesse avuto lo sghiribizzo di andarsene, in collera col coniuge, dove avrebbe potuto dirigersi e come?
Elementi indizianti. Non esistono tracce di attività della donna: un bancomat, un pagamento, un contatto, nemmeno telefonico, perché non ha portato i cellulari.
Entrano in gioco le telecamere private della strada, che non riprendono Mariella in uscita né a piedi, né salendo su un mezzo altrui. In compenso esse inquadrano l’auto di Salvatore che esce e rientra con un grosso mastello sul portabagagli. Di concreto non c’è altro, ma Di Grazia peggiora la sua posizione, sempre per gli atteggiamenti tenuti, nell’immediato e nel corso degli anni, in pendenza dei processi.
Gli fanno domande. Per esempio, perché non abbia denunziato subito la scomparsa. Risposta: la moglie era maniaca della privacy, in passato aveva nascosto a tutti perfino una frattura a un piede, quindi all’inizio lui aveva pensato a una fuga per rabbia, con ritorno entro qualche tempo.
Da dove sarebbe uscita una donna di 72 anni, che accusava dolori alle gambe e portava sempre scarpe col tacco, una mai stata camminatrice? Turi continua a sbilanciarsi con le ipotesi: può aver percorso un sentiero retrostante. Effettuati i controlli, anche quelli mediatici, si mostra l’ assurdità di tale via di fuga, impervia, scoscesa, e poi perché? Sei stanca della situazione, non vuoi più quel marito satiro a mezzo? Ti puoi separare oppure, proprio a volerlo mettere nei guai, ti allontani con calma quando lui non c’è e fai perdere le tracce per qualche mese: non quaglia molto, ma al limite, molto al limite, ci sta; non ti avventuri scavalcando muretti, rischiando solo di romperti l’osso del collo.
Perché lui non l’ha cercata come fanno altri, fotografia in mano, nei posti che lei poteva frequentare, negozi, istituti di bellezza, banca? Pronta la risposta: è un’adulta, sa quello che fa. Di Grazia, nelle numerose interviste, non allude mai a un rapimento, a qualche ingresso in villa di malintenzionati mentre lui era fuori: forse perché, pensano gli accusatori, la casa è in ordine e lui lo sa bene, mentre di un’irruzione si sarebbe notato qualcosa, disordine, oggetti spostati; inoltre i numerosi cani hanno taciuto. Una nipote avrà a dire che l’affettata eleganza di cui lo zio ha fatto mostra è subentrata dopo il ritorno allo stato di single: prima era molto più dimesso.
Pare, anche se non è chiaro, che nell’autolavaggio siano stati trovati 40.000 euro, sottratti da lui dopo l’omicidio, presi da casa e portati sul posto di lavoro. Turi continuerà a gestire l’esercizio anche dopo l’incriminazione, fino all’arresto, poi di nuovo da scarcerato, grazie alla decisione di un curatore del tribunale. Oggi, dopo la condanna definitiva a 25 anni e i domiciliari concessi nella casa al mare, la situazione sembra ancora fluida, probabilmente in attesa di decisioni definitive dei tribunali civili competenti. E’ qui che si innestano le, pur deboli, argomentazioni difensive dell’oggi 89enne: il quale, nel 2023, si è preso la briga di chiamare “Chi l’ha visto?” sostenendo di voler sapere dove sia finita la povera moglie. Noi le riferiamo, con scarsa convinzione, non avendo ricevuto mai trovato notizie ufficiali, nemmeno sui media.
Versione del condannato. Salvatore non era uno spiantato e l’autolavaggio era stato edificato su terreni di sua proprietà, anche se intestato alla Cimò perché, comunque, loro avevano tutto in comune. In effetti c’era stato un diverbio, non la sera del 24, bensì la mattina stessa del 25, ma non perché la consorte volesse disfarsi dell’autolavaggio anzi: era lui ad averne abbastanza. Malelingue interessate a eventuali eredità ( le allusioni dell’uomo sono abbastanza scoperte) stavano mettendo in testa alla signora che lui si sollazzava in quei locali, tanto che la poveretta ogni tanto effettuava dei blitz per sorprenderlo, cosa mai avvenuta, perché lui non era un novellino, ma l’atmosfera si era fatta pesante. Certamente la moglie non avrebbe rinunciato volentieri ai cospicui incassi di quella struttura che, essendo self, non implicava neppure costi particolari, era lui ad essere stanco: e non aveva bisogno dello stanzino a fianco alle pompe per fare sesso, ciò che aveva sempre fatto ovunque e con chiunque senza difficoltà. Le donne erano una sua assoluta fissazione, ma con Mariella c’era una convivenza mediata, avviata al viale della vecchiaia senza che nessuno dei due avesse interesse a spaccare il sodalizio. Se avesse voluto vendere l’attività, lei lo avrebbe fatto senza chiedergli parere. Il mastello serviva da tinozza per i tre rottweiler; rovinato dai loro morsi, Salvatore l’aveva fatto a pezzi e buttato.
La prosodia del Di Grazio è irritante, anche nell’ultima intervista del 2023: durante la quale riceve telefonate di cui lascia intendere il motivo e il tenore. Sembra piuttosto un sessuomane dannunziano, che un latin lover capace di controllarsi: sarà per quegli “ausili” di cui non ha nascosto fare uso?
Comunque sia, il problema è la mancanza del corpo. Nelle decisioni giudiziarie oggi se ne fa a meno forse troppo facilmente; e le ricostruzioni delle sentenze saltano a pié pari il dovere dell’accuratezza.
Nella fattispecie, come avrebbe agito il condannato? In casa non è stato trovato nulla. Ammesso egli abbia potuto sopprimere la moglie a mani nude, per esempio mediante strozzamento, il problema di disfarsi del corpo non era da poco; sarebbe stato più agevole farlo nella villa al mare, che non in quella di San Gregorio, isolata su una collina e con tanto di telecamere pronte a immortalare, che lui non poteva ignorare. Si è lavorato di georadar, scavato nel giardino, trovando solo ossa animali. Un complice, non si è trovato, nemmeno tra le compagne di letto. Il mastello poteva contenere un cadavere? E dove mai poteva andare una persona con una salma in un contenitore scoperto, in pieno giorno, a rischio di essere visto dall’alto dei balconi o fermato da una pattuglia? Se si è trattato di omicidio d’impeto, Salvatore avrebbe dovuto pensare velocemente a un posto dove buttare il suo peso; se era programmato, egli doveva conoscere qualche sito sicuro in cui disfarsi di quei resti, e non certo mettendoseli in capo. Mariella può aver preso un passaggio, aiutata da qualcuno? La logistica non lo fa pensare, anche se le riprese hanno mostrato automobili in transito, mai identificate. Alcuni giovani sostennero di averla vista a una fermata d’autobus, ma l’avvistamento fu ritenuto non affidabile, pur se Mariella non era proprio un tipo comune: trucco vistoso, capelli cotonatissimi, spesso avvolti da un foulard alla vecchia maniera.
Antipatico e arrogante, Di Grazia è divenuto un colpevole perfetto, anche un po’ coccolato da giornali e televisioni. Si ha la sensazione di una giustizia ai minimi sindacali, ma dobbiamo accontentarci.
Carmen Guye

