La domanda si affronta da quel giorno di maggio e fa discutere: Papa Leone XIV deve pagare le tasse negli Stati Uniti? L’interrogativo non è peregrino ed è intervenuto un membro del congresso, il repubblicano Jeff Hurd, che lo scorso 17 luglio 2025 ha presentato l’Holy Sovereignty Protection Act (H.R. 4501), un disegno di legge che – a noi italiani, abituati all’8×1000 – può suonare paradossale: esentare il Pontefice dall’imposta federale sul reddito e, insieme, tutelare la sua cittadinanza americana durante il pontificato.
La questione è concreta perché Leone XIV, nato a Chicago nel 1955 come Robert Francis Prevost, è cittadino statunitense. Per la precisione ha altre due cittadinanze: quella peruviana ottenuta nel 2015, quando fu nominato vescovo di Chiclayo e con l’elezione a Pontefice è divenuto anche cittadino vaticano.
Il nodo è giuridico-tributario. Il sistema fiscale statunitense è fondato sul principio della tassazione in base alla cittadinanza: in genere i cittadini USA sono tenuti a dichiarare il reddito ovunque sia prodotto e, al ricorrere delle soglie, a presentare il tax return, indipendentemente dalla residenza. È il regime del cosiddetto worldwide income.
Qui si innesta il paradosso. Tradizionalmente il Papa non percepisce uno stipendio in senso stretto: il Vaticano provvede ad alloggio, vitto, spostamenti e alle altre necessità del ministero. In linea generale, negli Stati Uniti i benefici in natura – i cosiddetti fringe benefits – costituiscono reddito, salvo specifiche esclusioni codificate, tra cui la parsonage allowance (sez. 107 IRC) per i ministri di culto e le esclusioni per particolari fringe (sez. 132). Da questo punto di vista, come vescovo di Roma, il Papa potrebbe astrattamente rientrare nelle stesse agevolazioni già previste per altri ministri religiosi. Il vero nodo non è quindi la sua posizione di autorità ecclesiastica, ma il fatto che sia al tempo stesso un Capo di Stato straniero e, ancora, un cittadino americano. È questa duplice veste – politico e contributente – a creare un caso unico che le regole ordinarie del diritto tributario possono creare delle incongruenze.
La soluzione? L’Holy Sovereignty Protection Act, disegno di legge che è stato presentato dal deputato repubblicano Jeff Hurd. Lo scopo del disegno è duplice: impedire che durante il pontificato si possa revocare la cittadinanza USA al Pontefice e esentarlo dall’imposta federale sul reddito per gli anni in cui regge la Chiesa cattolica e svolge la funzione di Capo di Stato. È una risposta legislativa a un caso inedito, senza effetti retroattivi su altri contribuenti. Al momento, però, il testo non è legge: resta fermo allo stadio iniziale dell’iter.
“L’elezione di Papa Leone XIV segna un momento storico non solo per la Chiesa Cattolica, ma per l’America ” ,
ha affermato il deputato Hurd. ” Questa legge garantisce che qualsiasi americano che risponda alla chiamata a guidare oltre un miliardo di cattolici in tutto il mondo possa farlo senza rischiare la propria cittadinanza o affrontare inutili oneri fiscali. Questa legge riconosce la natura straordinaria del papato: un ruolo all’intersezione tra fede, leadership e responsabilità globale “.
Quanto varrebbe, in teoria, il conto fiscale? Indubbiamente come Capo di Stato Papa Leone gode di numerosi fringe benefit: un appartamento nel pieno centro di Roma e tutti sanno i costi degli affitti, una residenza a Castel Gandolfo, vitto e trasporti inclusi. Non vi è un conteggio definitivo, ma le cifre non sono di poche centinaia di euro o di dollari.
Resta infine il tema della cittadinanza. Il diritto statunitense prevede che la perdita della cittadinanza derivi da un atto volontario compiuto con l’intenzione di rinunciare (intent to relinquish), secondo l’Immigration and Nationality Act e le linee guida del Dipartimento di Stato; non basta dunque il semplice esercizio di un ufficio all’estero, neppure di Capo di Stato.

