sabato, Febbraio 7, 2026
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I tre giorni del Condor

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Nel 1975 il presidente USA era Gerald Ford. Originariamente vice di Richard Nixon ( quest’ultimo defenestrato per lo scandalo Watergate, su presunti spionaggi in sedi democratiche, oggi messi in dubbio), Ford mostrò subito una scarsa brillantezza, resse solo per il biennio da subentrante e contribuì, con lo scarso mordente, all’affermazione dell’altrettanto opaco Jimmy Carter, l’anno successivo.

Ai tempi per candidarsi alla presidenza statunitense era ancora necessario un piglio alla John Wayne e le debolezze, pubbliche o private, della massima carica di governo, non erano particolarmente apprezzate, circostanza che spianerà la strada all’elezione di Ronald Reagan nel 1980.

La fine della guerra in Vietnam, dunque, celebrata con giubilo dagli storici europei, non fu particolarmente applaudita dalle masse americane, a parte lo schieramento liberal delle metropoli, lontane dagli umori texani o del Kentucky. La disfatta a stelle e strisce provocò una depressione generale, riflessa anche nella produzione cinematografica: dialoghi bergmaniani in angusti appartamenti, riflessioni dolenti sul destino del paese e critiche al sistema.

A quest’ultima categoria appartiene “I tre giorni del Condor” interpretato dallo strepitoso Robert Redford, nel suo pieno fulgore, diretto, come spesso avveniva, dall’amico Sydney Pollack, uscito esattamente mezzo secolo fa.

Joseph (Joe) Turner è un impiegato della CIA sveglio e versatile, esperto di tecnologia telefonica, lettore di thriller, che si occupa di stanare idee interessanti, o di segnalare sottesi spionistici, negli innumerevoli libri che deve leggere nella sede della “ Associazione di storia e letteratura americana”, copertura dell’agenzia  a Manhattan; per buona misura è anche un ambientalista ( arriva a lavoro con la bici elettrica) e disposto all’interrazzialità (è fidanzato con una collega d’origine cinese).

Abituato a un agire informale e poco propenso al rispetto delle gerarchie, Joe ha inviato direttamente in centrale, saltando il capo, una sua osservazione su alcuni preoccupanti contenuti, scovati appunto in un libro tradotto solo in lingue rare e attende una risposta, che tarda ad arrivare.

In una mattinata di pioggia Joe è di turno per l’acquisto delle colazioni dei dipendenti, una decina; esce da un vicolo nel retro ma, al ritorno, trova tutti morti a colpi di mitra, compresa la sua ragazza; fa una corsa nell’appartamento dell’unico assente per malattia e troverà ucciso anche lui;  capisce di essere vivo per caso e contatta la direzione a Langley, ma intuisce subito che laggiù non gli daranno una mano, se non forse a farsi ammazzare a sua volta; scamperà a un agguato sotto forma di appuntamento con il suo migliore amico e collega, in cui anche quest’ultimo morirà, inconsapevole di essere un’esca.

Per Turner, accompagnato da cupe note jazz, inizia il dramma di un uomo solo, in cerca di salvezza, ma anche di una spiegazione, in un labirinto di specchi, punteggiato di sue stesse azioni irrituali, come il rapimento di una ragazza, Kathy, (Faye Dunaway) che si infatuerà di lui e lo aiuterà a raggiungere il capo zona, Higgins, nel suo ufficio alle torri gemelle.

Infine Joe riuscirà in una resa dei conti interlocutoria, trovando il killer, un sicario francese ( Joubert, un iconico Max Von Sydow) e il mandante della strage ( un funzionario infedele ma potente, che verrà a sua volta eliminato). Convinto di risolvere la questione con una denuncia mediatica, Turner verrà aspramente rimproverato da Higgins e resterà con l‘amara sensazione di impotenza dinanzi a una forza superiore.

Che la pellicola sia un capolavoro, è pacifico. La tragedia si sviluppa “on the road” per le strade di una New York triste e umbratile, come le opere fotografiche di Kathy (anch’ella a rischio di vita dopo l’assalto di un finto portalettere che Joe riesce a neutralizzare). L’incontro tra i due è una forzatura drammaturgica, tipica di un certo modo di vedere l’avventura nelle opere hollywoodiane, ma il fascino di Redford rende accettabile la resa quasi immediata della giovane, donna sola nella città monstre, con un compagno poco amato che in quel momento la aspetta in montagna.

L’impostazione è ideologica, “leftista”, radicale, ma lascia spazio alle riflessioni.

Il tema non è solo il cinismo delle cuspidi al comando, pronte a tutto, distratte da lotte intestine, alle prese con torsioni centrifughe, disinvolte nell’uso e abuso della vita umana, dove si smarrisce il senso di un’unica direzione. Il protagonista verrà messo davanti alla realtà di una cittadinanza ormai abituata agli agi, grandi o piccoli, ai quali non vorrà mai più rinunciare, senza pensare ai costi, alle conseguenze, al danno che il beneficio per un popolo può comportare per un altro, e alle sacche di opportunità dove inevitabilmente si infileranno profittatori e criminali, senza che singoli o gruppi bene intenzionati possano influire su una benché minima decisione: ma esiste poi chi lotta in buona fede?

Oggi questi tormenti possono sembrare lontani nel tempo, ma da qualche parte c’è chi ha pensato a un’agenda per un “mondo migliore”, in cui “non avrai niente e sarai felice”. Forse Condor era solo una mosca cocchiera e non lo sapeva.

Carmen Gueye

carmengueye
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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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