E’ morto Robert Redford a 89 anni lasciando dietro di sé una delle eredità più importanti della storia del cinema. Non soltanto divo hollywoodiano, ma artista capace di trasformare il grande schermo in uno strumento di riflessione critica, Redford ha segnato un’epoca con il suo cinema di inchiesta.
Reso celebre da capolavori come Butch Cassidy and the Sundance Kid e La stangata, Redford avrebbe potuto limitarsi al ruolo di icona affascinante. Invece, nel 1976 scelse di interpretare Bob Woodward in Tutti gli uomini del presidente, il film che ricostruiva lo scandalo Watergate. Quella pellicola rimane il simbolo del giornalismo investigativo e dell’importanza della verità, con Redford nel ruolo di attore ma anche di coscienza critica.
Dietro la macchina da presa, Redford ha portato avanti la stessa missione: con Quiz Show (1994) denunciò le manipolazioni televisive, con Leoni per agnelli (2007) mise a nudo l’ambiguità della politica estera americana, mentre La regola del silenzio (2012) riaprì le ferite dei movimenti radicali degli anni Settanta. In ogni caso, il suo sguardo non era mai neutro: il cinema di inchiesta diventava denuncia, memoria e strumento di consapevolezza.
Al di là dei suoi film, Redford ha fondato il Sundance Institute e il Sundance Film Festival, offrendo spazio al cinema indipendente e alle voci fuori dal coro. È grazie a lui se una nuova generazione di registi ha potuto emergere al di fuori dei confini delle major.

