Aldo Moro e “quegli” anni

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Gli anni settanta? Può parlarne solo chi c’era. Sarà un’opinione perentoria, draconiana e straboomer, ovvero da anziani, ma non ci sono dubbi: se l’ansito alla rinascita, la gioia, la spensieratezza (sempre relative) degli anni cinquanta e sessanta e, a saltare, gli ottanta, si possono anche rievocare con taglio giornalistico, cinematografico, letterario, o da salotto, non altrettanto si può dire di quel decennio tempestoso, che passa sotto l’usurata definizione de “gli anni di piombo”, estesi a lambire anche qualche periodo successivo e con contraccolpi, veri o innestati, perfino nei novanta.

Se poi è capitato di vivere in città come Roma, Milano, Torino o Genova, il trauma sulle percezioni di quel periodo rimane come un gong nelle orecchie, si riverbera e non sparisce mai.

Genova, nella nostra personale esperienza, e memoria, era un mondo intriso di operaismo e portualità, convergenti verso le ideologie di sinistra ( qui nacque il movimento anarco/leninista di Lotta Comunista), ma spesso divergenti negli obiettivi, nelle modalità operative, nel rapporto col potere. Le manifestazioni di piazza del 1960, contro il governo Tambroni, appoggiato dalla destra del Movimento Sociale Italiano (MSI), fecero del capoluogo ligure, se non un centro direzionale del movimentismo, pacifico o armato, quantomeno un ottimo paracarro per non far deviare l’opinione pubblica dalla corsia rossa su cui doveva viaggiare, fino agli anni duemila, quando tante cose erano ormai cambiate.

Non è questa la sede per fare storia e storiografia anche perché, a ripercorrere quei trascorsi, hanno pensato fior di storici, giornalisti, scrittori, coloro che vi ebbero ruoli dall’una e dall’ altra parte, commissioni, politologi, filosofi, e non solo in Italia; anche se, da un certo punto in avanti, si è voluto riempire la narrazione, e il caso Moro in particolare, di decorazioni più suggestive che reali. Noi siamo qui a riportare ricordi, impressioni e, naturalmente, perplessità.

Negli anni di cui parliamo spesso le università erano occupate, ma sostanzialmente si parla di un certo tipo di facoltà, umanistiche perlopiù, laddove si forgia il pensiero e le giovani menti assorbono le parole dei maestri come scienza infusa, se non sono già loro seguaci e corifei.

A Genova il dominus intellettuale e morale si chiamava Edoardo Sanguineti (1930/2010), viso alla Marty Feldman, titolare di una delle cattedre di letteratura italiana, proveniente dall’esclusiva formazione di avanguardia letteraria “Gruppo ‘63”. Si trattava di lezioni di grande raffinatezza, riservate alle leve della futura intellettualità/intellighenzia, con le prime file che facevano claque e le ultime, ove albergavamo, con il mal di testa: si trattava di un metalinguaggio d’élite e i temi trattati trascendevano le banali antologie, per gettare nello sconforto i meno ferrati, costringendoli a studiare Arbasino, a bistrattare i maledetti futuristi e a parlarne all’esame davanti a un nugolo di assistenti in adorazione del professore. Nel 1978 superare la porta d’ingresso di via Balbi poteva rivelarsi arduo e occorreva superare la barriera dei giovani leader occupanti, anche solo per parlare coi docenti. I locali venivano spesso vandalizzati.

Si dirà: erano anche gli anni della febbre del sabato sera, della disco music, della commedia sexy: senza dubbio. Era come se la pesantezza della realtà avesse come unico contraltare la frivolezza un po’ becera, con molto poco a far da cuscinetto. Iniziava la distruzione dei ceti medi, a partire dalle giovani generazioni che si sentivano in colpa a lavorare in banca, anche per effetto dei testi di cantautori “impegnati” come Antonello Venditti. Questi personaggi, spesso provenienti da agiate famiglie intrise di privilegi, amavano insegnarci la vita additando esattamente nella borghesia il nemico da combattere.

Nel frattempo dilagava l’uso di eroina, il centro storico era punteggiato da tossici e spacciatori, le morti per overdose iniziavano a non contarsi.

Le principali tappe di sangue nella nazione, schematizzando, si inaugurarono con la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, Peteano 1972 ( tre carabinieri morti, due feriti), piazza Della Loggia a Brescia e il treno Italicus, 1974, fino a Bologna 1980; mentre, sull’altro versante, si susseguivano uccisioni di militari, forze dell’ordine, professori, intellettuali, magistrati, giornalisti. Indro Montanelli si beccò una gambizzazione a Milano, nel 1977. Il gruppo dei suoi assalitori comprendeva tre componenti del gruppo Walter Alasia ( nome di un compagno milanese morto durante un conflitto a fuoco con la Polizia): Franco Bonisoli, che sparò, Lauro Azzolini ( entrambi poi condannati per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro), e Calogero Diana, che attendeva i due complici a bordo di una 128 bianca, in via Carlo Porta.

Si diffuse l’idea che, nelle ali terroriste, la destra amasse gli omicidi di massa, la sinistra gli individuali, i primi sorta di mass murderer, i secondi più serial killer, i primi contro il popolo, i secondi contro gli oppressori.

L’agguato di via Fani, però, coinvolgendo la scorta, fu una piccola strage.

Come si era coagulato questo gruppo? La storia è risalente e non sempre componibile a dovere.

Inizialmente c’erano i collettivi dell’Autonomia Operaia, in cui confluirono movimenti come Potere operaio e Lotta continua; essi puntavano a sobillare le masse con gesta quali le appropriazioni, la guerriglia urbana, i raid nei luoghi di studio e di lavoro. II gruppo di Sinistra Proletaria, sorto dalla trasformazione del Collettivo Politico Metropolitano, fondato da Curcio, Simioni e Troiano, diede vita alle Brigate Rosse.

Le cosiddette BR, autocelebratesi come avanguardia di lotta, inizialmente attuarono azioni di propaganda, per transitare gradualmente in forme di attività dirette all’eliminazione fisica dei nemici, identificati nei rappresentanti del regime a tutti i livelli e, all’estremo, se ritenuto necessario, un operaio come Guido Rossa, sindacalista CGIL: aveva denunciato un collega dell’Italsider di Genova aderente alle BR , Francesco Berardi, che si suiciderà in carcere.

Prima della strutturazione definitiva, diversi furono i canali di comunicazione, attraverso incontri con nomi divenuti famosi come Oreste Scalzone, Franco Piperno, Toni Negri. Se condivisi erano certi obiettivi, come l’attacco allo Stato e alle multinazionali, diversi erano i significati politici, l’Autonomia puntando più a una disarticolazione delle regole, laddove le BR si configuravano come un’organizzazione con leader e funzionamento di stampo militare. Che poi Negri e Piperno fossero anche docenti universitari con stipendio governativo era dettaglio trasformato in virtù, come una sovvenzione occulta. Piperno (1943/2025), catanzarese di radici ebraiche, pupillo del deputato, ministro socialista, e sindaco di Cosenza Giacomo Mancini, divenne docente di fisica all’università cosentina di Arcavacata. Egli è ricordato per aver espresso ammirazione nei confronti degli attentatori dell’11 settembre 2001; sull’era terrorista nel 2008 ebbe a dire: “È una morale di guerra, non esiste solo una sua o una mia morale. La morale è multipla – ci sono persone che vanno a bombardare una città, e sono considerate degli eroi, e persone che sparano su un bersaglio determinato, che sono considerate dei criminali. Nel secondo caso, solo perché sconfitte”. Forse dimenticava che la guerra, per quanto male se ne possa pensare, segue delle regole e deve essere dichiarata. I morti, secondo lui, erano semplicemente “un fatto grave”.

Infine soci fondatori delle Bierre, nel 1970, sono concordemente considerati Renato Curcio con sua moglie Margherita Cagol, e Alberto Franceschini. La scintilla sarebbe scattata in un bar nei pressi di Reggio Emilia; il simbolo, la stella a cinque punte dentro un cerchio, sempre a detta loro, fu ispirata da quello dei guerriglieri uruguaiani Tupamaros, ma adottata quasi per caso, per un disegno venuto male; altri interpretano messaggi occulti di ben diversa derivazione.

Renato Curcio, classe 1941, nato curiosamente il 23 settembre come Moro, era figlio di una governante, Iolanda, di religione valdese, rimasta incinta del suo titolare, fratello del regista Luigi Zampa. Dopo varie traversie, e un passaggio da Albenga e Genova, il giovane approdò a Trento, dove pare abbia fatto il portaborse del vicesindaco socialista, per poi trovare, nella facoltà di sociologia, l’ispirazione per la sua futura attività ( non si sa se più per avversione alla morbidezza dei progressisti che non ai suoi nemici ideologici convenzionali di destra, per i quali dicono avesse inizialmente simpatizzato). In ateneo incontra Mara Cagol, che sposerà.

Alberto Franceschini (1947/2025), reggiano, proveniva da una famiglia di solide tradizioni comuniste, a cui divenne presto insofferente; disertore dal servizio di leva, si diede alla latitanza, dove operò con i “soci”; venne accusato di concorso anomalo in omicidio, a differenza di Curcio, cui non sarà mai addebitato una funzione di killer nemmeno in concorso. L’ 8 settembre 1974 entrambi furono arrestati dai Carabinieri a Pinerolo, grazie alla soffiata dell’infiltrato Silvano Girotto, detto Frate Mitra. Franceschini, dissociato, scontò 18 anni. Ricordiamo che, a differenza dei pentiti, i dissociati non denunciano i complici.

Un inciso su Frate Mitra. Silvano Girotto (1939/2022), torinese, figlio di un maresciallo e cresciuto nel quartiere FIAT, dopo qualche marachella scappò di casa e si ritrovò nella Legione straniera, in Algeria; in seguito divenne monaco francescano e si dedicò alle missioni in Bolivia, aderendo ai movimenti di liberazione, sul modello di Che Guevara. Dopo una serie di vicissitudini, anche durante il golpe cileno del 1973, spretato, l’uomo tornò in Italia con la moglie boliviana, da cui ha avuto due figlie. Un politico di destra, Giorgio Pisanò, lo indicò come possibile mediatore con le BR all’epoca del rapimento Sossi; da ciò sarebbe derivata l’operazione di infiltraggio, diretta dal generale Dalla Chiesa. Troppi sono rimasti i punti oscuri, tra i quali il mancato arresto di Mario Moretti, che rientrava tra le possibilità operative. Lo stesso Girotto alluse a un ruolo non cristallino di Moretti nei riguardi dei compagni arrestati ed espresse dubbi sulla sua capacità di organizzare un sequestro complesso come quello di Moro. Resta curioso ( forse solo per noi) che si infiltri qualcuno dopo che un politico, per giunta dalle pagine di un giornale (Pisanò era il direttore di Candido) ha fatto pubblicamente il suo nome; e che lo Stato, per raggiungere un obiettivo, metta in conto che il proprio collaboratore possa a sua volta uccidere o essere ucciso. Infine, intervistato per un blog,  Girotto ha lamentato che nessuna autorità, nonostante le sue richieste perfino al presidente Mattarella, lo abbia ringraziato.

Si è parlato di un’opera di infiltrazione pilotata dal senatore comunista Ugo Pecchioli, senza rivelare chi fosse il possibile infiltrato (cfr  Vladimiro Satta per Lanfranco Palazzolo).

Curcio uscì nel 1998, dedicandosi al settore preferito dagli ex terroristi, cooperativa sociale, reinserimento ex detenuti, emarginazione, tossicodipendenza. Dopo un fidanzamento post vedovile con un’altra collega, Nadia Mantovani, anch’ella a lungo detenuta, all’uscita dal carcere lo attendeva Maria Rita Prette, a sua volta con trascorsi nella banda, da cui ebbe una figlia.

I due fondatori sono considerati, in ambiente “antagonista”, ideologi e visionari, alieni dalla violenza dei subentranti.

Arresto di Curcio e Franceschini

La superstite agli arresti, Mara Cagol, continuò in azione e, con altri tra cui Mario Moretti, l’ 8 febbraio 1975, fece evadere il marito, riacciuffato poi nel 1976 insieme alla Mantovani.

In seguito Mara fu tra i rapitori dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Per liberarlo, il 5 giugno 1975, i Carabinieri fecero un blitz sulle colline di Acqui Teme; ne nacque uno scontro a fuoco in cui la Cagol perse la vita. Ne seguirono feroci polemiche per il comportamento tenuto dai militi, che avrebbero sparato senza necessità, e ciò avrebbe incrudelito i brigatisti attivi; ma a terra l’Arma lasciò un morto, un ferito grave, poi menomato a vita, e un altro ferito più lievemente dalle schegge.

Il neo vedovo Curcio la celebrò con una specie di elegia che iniziava: “  E’ caduta combattendo Margherita Cagol, “Mara”, dirigente comunista e membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse. La sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà potrà più dimenticare…”. Ma lui, quel giorno, dove stava? Perché non era con lei? Evasi o clandestini, poco sarebbe dovuto importare, ai fini dell’attività sul campo.

Decapitata la triade dei fondatori, il controllo delle BR (anche se loro rifiutavano l’idea di una gerarchia) passò a Moretti, primus inter pares. Le basi operative vennero definite “colonne”, ispirandosi ad analoga terminologia dei rivoluzionari sudamericani. Il primo omicidio ufficiale, pianificato, della nuova “direzione” fu quello di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, a Padova, il 17 giugno 1974: i due si trovavano nella sede dell’MSI.

Un’ importante colonna era quella genovese. Nel capoluogo ligure, il 18 aprile 1974, avvenne il primo rapimento, quello del magistrato Mario Sossi, reo di essere stato pubblico ministero al processo che aveva portato all’arresto della banda eversiva XII ottobre ( uno di loro Mariolino Rossi, aveva ucciso un impiegato portavalori durante una rapina).

Mario Rossi spara ad Alessandro Floris

Si chiedeva il rilascio dei condannati, e la Corte d’assise di Genova diede parere favorevole alla libertà provvisoria, ma il giudice Francesco Coco si oppose e i paesi stranieri indicati come possibili ospitanti dei rilasciandi ( tra essi Cuba) rifiutarono l’appoggio. Sossi fu liberato dai brigatisti il successivo 23 maggio. Il ruolo dello Stato e della Procura genovese sono rimasti in un limbo di ambiguità. I terroristi avevano chiesto lo scambio, non la provvisoria; poteva la procura scavalcare lo Stato con un escamotage? Sossi diventerà simpatizzante di Forza Nuova.

Nel capoluogo ligure si contarono diverse esecuzioni delle BR; l’8 giugno 1976 il giudice Coco, per rappresaglia, e con lui la scorta, il poliziotto Giovanni Saponara e il carabiniere Antioco Deiana; il 21 giugno 1978 il commissario di polizia Antonio Esposito, colpito sull’autobus su cui stava andando a lavorare; il 24 gennaio 1979 fu la volta del sindacalista CGIL Guido Rossa; il 21 novembre 1979 vennero freddati i carabinieri  Vittorio Battaglini e Mario Tosa; il 25 gennaio 1980 toccò al colonnello dei carabinieri  Emanuele Tuttobene e al suo autista, l’ appuntato Antonino Casu, ferito il tenente colonnello Luigi Ramundo. Va detto, per questi come per altri crimini perpetrati da quella compagine, che non sempre è stata appurata la composizione dei commando, né si è saputo con certezza chi avesse sparato a chi, avendo tratto le informazioni spesso da pentiti in contrasto con altre fonti. Sempre a Genova si era verificato quello che, per alcuni, è considerato il primo omicidio individuale degli “anni di piombo”. Il 18 aprile 1970 l’operaio edile Ugo Venturini, durante un comizio di Giorgio Almirante, venne colpito da una bottiglia colma di sabbia; spirerà il primo maggio. Si percorse la pista di attivisti di Lotta Continua, senza risultato. Personaggi di quel movimento confluiranno in Forza Italia.

La colonna genovese Francesco Berardi (intitolata al compagno suicidatosi) fu devastata dall’irruzione dei carabinieri nel covo di via Fracchia, la notte del 28 marzo 1980; vi perirono Annamaria Ludmann, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli. Restò ferito il maresciallo Rinaldo Benà.

L’informazione era arrivata dal superpentito Patrizio Peci e l’operazione era stata coordinata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di cui ovviamente furono contestati i metodi. Una polemica particolarmente dolorosa riguardò l’omicidio di Roberto Peci, fratello di Patrizio, il vero obiettivo della vendetta trasversale delle BR che lo consideravano un traditore, un verme, (così gli urlarono in tribunale) per il suo passaggio al pentitismo. I brigatisti uccisero Roberto dopo un sommario processo; il generale venne accusato di non aver impedito, pur potendolo, l’uccisione di un innocente, per con compromettere una mega operazione in corso.

Una vicenda tra il tragico e il grottesco coinvolse una vedova che viveva nella periferia del ponente genovese, Caterina Picasso (1907/1996), cosiddetta “vecchina delle BR”; si scoprì trattarsi di una attempata complice che ospitava i fuggiaschi nella sua casa di via Zella, subaffittando l’abitazione a Riccardo Dura, poi tra le vittime di via Fracchia, considerato uno dei più implacabili brigatisti in circolazione. Sopra la casa correva l’autostrada, alla quale i suoi “ospiti” in teoria (anche se molto in teoria) potevano accedere per filarsela; all’occorrenza il posto fungeva anche da pièd à terre per le coppie di terroristi. Vista personalmente da chi scrive in questura la signora, elegante, si mostrava allegra e sorridente. Fu condannata (in due tempi) complessivamente a cinque anni e otto mesi di reclusione, senza concessione dei domiciliari.

Tra i più camaleontici si può annoverare Antonio Lo Bianco, calabrese, impiegato all’Ansaldo di Genova, arrestato sotto gli occhi dei colleghi ( in futuro pentalaureato in carcere); mentre fu interrotta una rappresentazione al teatro Verdi per arrestare l’attore Adalberto Rosseti (della formazione affine Prima linea),  poi condannato a due anni per partecipazione a banda armata. Il docente di letteratura italiana Enrico Fenzi venne arrestato a sorpresa, e chi scrive si imbatté nei suoi assistenti furibondi e sboccati che assicuravano ”tanto torna presto”; agli arresti anche il docente di storia dei partiti politici della facoltà genovese di lettere, di cui onestamente non ricordiamo il nome: ma garantiamo che è avvenuto.

A Genova si registra un rigurgito, sia pure non brigatista. Due “anarchici informali” Alfredo Cospito e Nicola Gai, sono stati condannati per aver gambizzato, nel 2012 un ingegnere che lavorava nel campo del nucleare.

Va ricordato lo strano caso di Francesca Belleré, condannata a 16 anni per partecipazione a banda armata (Formazione Comuniste Combattenti), che sarebbe rimasta incinta, nel 1980, del coimputato Fabio Brusa durante le udienze al processo contro l’ex brigatista Corrado Alunni e altri. Si disse che i due avevano copulato in gabbia, protetti dai compagni presenti, o durante qualche colloquio, ma non si arrivò alla verità, nemmeno a seguito di un’interrogazione parlamentare

Gli omicidi continuarono fino al 1988; l’ultima vittima fu il senatore democristiano Roberto Ruffilli, sorpreso nella sua casa di Forlì. La stima totale delle vittime delle BR è 83.

A proposito del movimento Prima Linea, si ricorda il ruolo di Marco Donat Cattin. Accusato dell’omicidio di un giudice, di un vigile urbano e di un barista, si pentì dopo la cattura a Parigi, nel 1980 e fu libero nel 1987. Marco era figlio di un notabile e ministro democristiano Carlo, accusato di averlo favorito nella fuga in Francia prima della cattura; scagionato, si dimise. Marco morì in un incidente stradale nel 1988. Era ritenuto aderente alle Brigate Rosse anche Dario Faccio, figlio della parlamentare radicale Adele Faccio, fuggito in Francia, poi arrestato, di cui si hanno poche notizie.

Negli anni novanta emerse la figura di Nadia Desdemona Lioce. Foggiana, classe 1959, assistente sociale a Pisa, fondò le Nuove Brigate Rosse – Nuclei Comunisti Combattenti, derivate da movimenti studenteschi ispirati ai movimenti di liberazione sandinisti del Nicaragua; partecipò agli omicidi del giurista Massimo D’Antona nel 1999 e del giuslavorista Marco Biagi, nel 2002.  La donna fu arrestata il 2 marzo 2003, dopo uno scontro a fuoco su un convoglio del treno regionale Roma-Firenze, nel quale morirono un agente di polizia e il brigatista Mario Galesi. Alberto Franceschini, interpellato, dichiarò che il “brand” delle BR era terminato con loro e questi erano cani sciolti. Da molti anni prima della morte Franceschini, tuttavia, aveva iniziato ad alludere a trame dietrologiche che prima escludeva. In un’intervista affermò: “un’operazione di grande portata come quella del sequestro Moro non la fai se non hai qualcuno alle spalle che ti protegge. Ai miei tempi, noi militarmente eravamo impreparati. Io conosco quelli che hanno portato a compimento l’operazione: gli unici ad avere un minimo addestramento potevano essere Morucci e Moretti. Ma secondo me c’era una situazione generale di protezione, un contesto di cui erano consapevoli solo uno o due dell’intero commando”. E ancora: “Nel sequestro Moro furono utilizzate tecniche che non avevano nulla a che fare col nostro tipo di azione.”

Il parlamentare Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi nel periodo 1996/2001, sosteneva che la Toscana, nello scacchiere brigatista, è stata sottovalutata. Le BR uccisero il sindaco di Firenze, Lando Conti, nel 1986.

Va anche sottolineato che, di fatto, Franceschini e Curcio apparterrebbero, così come loro stessi si sono storicizzati, alle prime BR; le più feroci erano già in seconda formazione e furono esse a portare a compimento quella che, a detta loro, e nelle intenzioni, doveva rappresentare la svolta per divellere lo Stato dalle fondamenta: il rapimento di Aldo Moro, in codice brigatista “Operazione Fritz”.

Aldo Moro, classe 1916, salentino, docente di filosofia del diritto, poi di diritto penale, già più volte premier e ministro durante i continui ma instabili governi a conduzione democristiana, presentava una personalità enigmatica. Con la sua inconfondibile “frezza” bianca sul ciuffo, affabile, misurato, quando era ospite alla vetrina televisiva di Tribuna Politica non agitava la platea di giornalisti interroganti: il suo eloquio fatto di parole di peso e periodi articolati, ben oltre la forbitezza, nell’infinito della capacità analitica, non offriva spazi di polemica: spegneva ogni focolaio, portando gli ascoltatori in un limbo lisergico, ove il suo tono moderato avrebbe schiacciato anche le urla più potenti – anche se allora in televisione non si urlava; era capace di rinunciare alla replica, quasi con il pudore di esibire il sapere e di sconfinare nell’esercizio di stile. Alighiero Noschese lo imitava con la zeppola in “s” dell’originale. Padrone di grammatica e retorica, non era oratore roboante, ma non si sottraeva ai dovuti interventi pubblici, in questo molto più presente dei colleghi di partito. Vestito sempre con severa sobrietà, a detta della figlia Agnese il padre a un certo punto si decise, almeno nel privato, a indossare abiti dai colori più vivaci e a recarsi al mare, mai in costume.

Cattolico osservante, fama di morigerato fin da ragazzo, sposato con la catechista marchigiana Eleonora,  quattro figli, presidente, e punta di diamante della Democrazia Cristiana insieme ad Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, o altri esponenti di spicco del calibro degli scapoloni Mariano Rumor ed Emilio Colombo, Aldo da alcuni anni era inviso a molta opinione pubblica italiana.

Poco incline a reagire in propria difesa o argomentare riguardo alle scelte operate, piuttosto a spiegarle in termini razionali, lo statista aveva lavorato sul dialogo con i socialisti, acquisendo fama di fiancheggiatore della sinistra; e, dopo il trionfale risultato elettorale del PCI alle politiche del 1976, si accingeva al “compromesso storico” con Enrico Berlinguer, longa manus di Mosca, anche se oggi in molti, compresa la figlia Bianca, vorrebbero descriverlo come critico del regime sovietico. In visita ufficiale negli USA come ministro degli esteri, Moro aveva incontrato il potente segretario di stato Henry Kissinger (scomparso centenario nel 2023), il quale avrebbe considerato i concetti di Moro delle “fumisterie” e lo avrebbe diffidato dal perseverare in simili manovre, causandogli un malore. Secondo recenti studi questo aneddoto sarebbe un falso (cfr Vladimiro Satta per Lanfranco Palazzolo).

Il 16 marzo è stato una data importante nella sua vita. Quel giorno, del 1959, era stato eletto segretario della DC. Il 16 marzo 1978 ci si accingeva a votare la fiducia al nuovo governo Andreotti, con l’appoggio del partito comunista, cosiddetto di “solidarietà nazionale”, dopo un’opera di mediazione da lui orchestrata.

L’ultima immagine conservata da Giovanni Moro è un saluto mentre il padre si faceva la barba, nella loro casa di via Fani, al Trionfale; dabbasso lo attendeva la FIAT 130 guidata da Domenico Ricci, con a fianco il fido caposcorta Oreste Leonardi, rispettivamente appuntato e maresciallo dei carabinieri; in un’ Alfetta subito dietro seguivano tre poliziotti, le guardie Giulio Rivera e Raffaele Iozzino e il vice brigadiere Francesco Zizzi (autista, al suo primo giorno in quel servizio). Di solito si faceva tappa alla chiesa di Santa Chiara, dove l’illustre scortato assisteva alla funzione.

Erano circa le nove. Un fioraio ambulante, che di solito stazionava nei pressi, si ritrovò le gomme del furgoncino tagliate sotto casa e non poté recarsi in via Mario Fani, dove di solito vendeva la merce, azione rivendicata dai brigatisti per evitare una presenza fissa in loco. L’uomo, Antonio Spiriticchio, avrà a dichiarare che ogni tanto l’onorevole passava con la moglie ad acquistare dei fiori, o in auto con Leonardi, ma che Via Fani/Stresa non era affatto un tragitto fisso: e già qui avremmo il primo colpo di fortuna del gruppo armato. Si è osservato che Moro poteva essere più agevolmente sequestrato durante una delle sue passeggiate mattutine con Leonardi, allo Stadio dei Marmi, invece di architettare quell’agguato complesso e ad alto rischio. Adriana Faranda sostiene che inizialmente si era pensato di agire in chiesa: altrettanto complicato.

Al posto del fiorista, secondo illazioni, si sarebbe piazzata una Mini Austin Morris station wagon (colpita, si dice), con a bordo loschi figuri che avrebbero sovrinteso all’operazione, in base a supposizioni riguardo alla società proprietaria, definita di ambito servizi segreti, da cui nulla è scaturito.

All’incrocio con via Stresa l’auto di Moro fu bloccata da una 128 familiare bianca, targata “ Corpo Diplomatico”  e la brusca frenata causò il tamponamento dell’Alfetta sulla 130; dalla 128 uscirono degli uomini, sparando all’impazzata contro la 130, mentre altri, di rincalzo, provvedevano a colpire gli agenti nell’Alfetta; Moro, leggermente ferito, fu trascinato in un’altra vettura, che si allontanò velocemente. Una delle prime testimonianze utili arrivò dal deputato dell’MSI Pino Rauti il quale, avendo assistito alla scena dal suo terrazzo, segnalò alcuni degli assalitori in divisa Alitalia e l’auto sulla quale era stato trasbordato il rapito, una Fiat 132 blu. Nulla da fare per la scorta, trucidata sul colpo, a parte la breve sopravvivenza di Zizzi. Solo Iozzino era riuscito a sparare due colpi.

Tra i verbalizzati risulta anche una signora rumeno/austriaca, Eleonora Skerl, nonna di Katy Skerl, una diciassettenne poi trovata uccisa in una vigna di Grottaferrata, nel gennaio 1984, caso insoluto che qualcuno vorrebbe legare alla vicenda Orlandi/Gregori. La testimone, che abitava in via Stresa, parlò di alcuni colpi di pistola, una pausa di secondi, poi di nuovo parecchi colpi, e notò allontanarsi in velocità una macchina più grande scura e una più piccola chiara.

Il film “Piazza delle cinque lune” del 2003, regista Renzo Martinelli, con interpreti del calibro di Donald Sutherland, adombra inesattezze nella versione ufficiale. Piazza Cinque Lune era ritenuta sede di servizi segreti e di incontro tra personalità impegnate nella lotta al terrorismo, come Carlo Alberto Dalla Chiesa e il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, ucciso dalle Bierre nel 1979. Il sito infiamma gli animi poiché è adiacente alla scuola di musica frequentata dalla ragazzina vaticana scomparsa, Emanuela Orlandi.

Nel film “Todo modo” del 1976, regia Elio Petri, interprete principale Gian Maria Volonté, tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, si anticipa, in un certo modo, la morte di un politico ( e anche una futura pandemia con relative vaccinazioni obbligatorie).

Si è detto che furono prelevate anche le carte che Moro portava con sé: ma, nelle riprese di poco successive, oltre al fascio di quotidiani, si intravedono degli incartamenti.

Questa la versione quasi ufficiale, rimasta incompleta.

Sull’incrocio con Via Stresa c’è Barbara Balzerani vestita da simil vigile, con in mano una paletta per bloccare le auto in arrivo. Composizione del commando: Rita Algranati, che con un mazzo di fiori doveva segnalare l’arrivo del convoglio dell’onorevole; altri due a presidio, si dice arrivati sul posto coi mezzi pubblici,  erano  “irregolari”, ovvero il marito di Rita, Alessio Casimirri (figlio di un cittadino vaticano, da sempre latitante in Nicaragua) e Alvaro Loiacono, l’unico travisato con un casco (grazie alla cittadinanza elvetica acquisita tramite la madre, fuggirà in Svizzera e non verrà estradato), entrambi a bordo di una 128 blu; Barbara Balzerani, Franco Bonisoli, Raffaele Fiore, Valerio Morucci, Prospero Gallinari, ( i 4 uomini, vestiti Alitalia), sparano alla scorta. In particolare Morucci e Fiore mirano alla 130, Gallinari e Bonisoli vanno sulla Alfetta; quando i mitragliatori si inceppano, i due brigatisti tirano fuori le pistole. Intanto, alcuni passi indietro lungo Via Fani, Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono restano pronti a intervenire.

Bruno Seghetti era alla guida della 132 del primo trasbordo. In realtà numero e nomi non sono ancor oggi sicuri, almeno non di tutti. Due edicolanti a trenta metri sostennero di non aver visto niente: l’azione fu fulminea e, a detta loro, non fecero in tempo a sporgersi, che già tutto era finito. E’ ancora oggetto di discussione la presenza di una moto Honda con a bordo due misteriosi individui. Barbara Balzerani secondo alcuni va via in motorino, secondo altri con Bruno Seghetti sula 128 blu. Tutti si erano dotati di nomi di battaglia.

Dinamica successiva

Morucci avrebbe prelevato, non con prontezza, tre su cinque borse di Moro ( ma, come abbiamo visto, non curandosi di altri documenti sparsi); sale sulla 128 blu parcheggiata lungo via Fani, sopra la quale già si trovano Balzerani e Bonisoli, poi segue la 132 e l’altra 128  su cui sono saliti tutti o quasi gli altri  assalitori; dovrebbero imboccare Via Casale De Bustis, una strada privata bloccata da una sbarra. Qui si fermano;  dalla 132 sarebbe sceso qualcuno con un tronchese per tagliare la catena, sollevare la sbarra e risalire in auto. Il racconto è ritenuto poco credibile, anche se: “…tre autovetture di cui la prima era di colore scuro e di grossa cilindrata. Tutte e tre viaggiavano a forte velocità. A bordo dell’auto scura vi erano il conducente ed un altro uomo con il busto ruotato verso il sedile posteriore. Costui con la mano sinistra teneva fermo sul sedile posteriore qualcuno o qualcosa che doveva stare giù ma che io non ho visto … le tre autovetture hanno proseguito fino al punto di Via Belli in cui la strada è sbarrata da una catena sorretta da paletti di ferro”.  Testimonianza di Iole Dordoni.

“…verso le 9,25 una macchina che a forte velocità si è fermata in Via Bitossi, proprio davanti alla mia abitazione, proveniente da via Massimi. Da detta autovettura è sceso un uomo vestito da pilota civile, senza berretto, con impermeabile blu, e dopo aver preso una valigia tipo 24 ore si è avvicinato ad un furgone ha aperto lo sportello e vi ha buttato dentro la valigia”. Testimonianza di Elesa Maria Stocco. Abbiamo poi saputo che passava di lì l’attore, allora universitario, Francesco Pannofino, che ha parlato di rumore di mitra. Qualcuno dirà che Moro fu inizialmente tenuto in via Massimi, in immobili di proprietà IOR, tutto da verificare.

Ma Paolo Persichetti, ex bierre a lungo protetto in Francia dalla dottrina Mitterrand: “…secondo i giudici il primo trasbordo del prigioniero dalla Fiat 132 al furgone Fiat 850 sarebbe avvenuto in via Bitossi anziché piazza Madonna del Cenacolo, il che contrasta in modo flagrante con le testimonianze di tutti i membri del commando, da Valerio Morucci a Mario Moretti, a Prospero Gallinari. In realtà i brigatisti nella seconda parte della via di fuga utilizzano un altro mezzo ancora di cui non si sapeva l’esistenza: è la famosa Renault4 rossa dove poi verrà ritrovato il corpo di Moro in via Caetani che venne usata da due membri del commando che dovevano dare appoggio a un secondo trasbordo del prigioniero previsto nel quartiere di Valle Aurelia che alla fine non avvenne…” ildubbionews – 26 novembre 2021

Poi, ormai quasi in processione, si utilizza un gruppo di nuovi mezzi in Via Bitossi, per raggiungere piazza Madonna del Cenacolo. In mezzo alla piazza Moro viene trasferito e chiuso in una cassa nel furgone Fiat 850T guidato da Moretti , seguito da una Dyane condotta da Morucci. La 132 e le 128 vengono abbandonate in via Licinio Calvo; saranno individuate in tempi diversi, l’ultima il 19 marzo. Molti si chiedono come si potesse trovare agevolmente parcheggio e se siano esistiti altri complici mai identificati, a rilevare i compagni, cedendo magari il posto macchina alle auto da lasciare (ricordiamo che erano tutte rubate). Del primo trasbordo, sulla 132, ci sono testimoni, i cittadini Antonio Calio Maricola e Giovanna Conti. Sul furgone, oltre a Moretti, ci sarebbero Morucci e Seghetti: pochi, con il rischio di incappare in posti di blocco in via di allestimento. Morucci, descritto come frastornato, sbaglia strada e viene sorpassato da Moretti.

La cassa con Moro viene traslocata dal Fiat a una Citroën Ami 8 ( intestata ad Anna Laura Braghetti) nel parcheggio sotterraneo della Standa di Via Colli Portuensi; a quel punto rimangono solo Moretti e Gallinari fino a via Montalcini.

Il modello Ami 8

Ora: Moro non era né giovane, né sportivo né atletico e si trovava in stato di shock, ma c’era tempo per riaversi e cercare aiuto, in tutto quel girare, fermarsi, ripartire, attraversando quartieri; lui era un viso noto, tra le persone più riprese dalla televisione: sarebbe stato come portarsi dietro Alberto Sordi. E farlo accucciare non sarebbe servito a molto. Fu narcotizzato? Non si sarebbe retto in piedi.

Nonostante i posti di blocco subito disposti, non fu possibile intercettare i sequestratori. Morucci ora si sarebbe riunito con Germano Maccari e insieme avrebbero raggiunto via Camillo Montalcini 8 interno 1, dove li attendeva la Braghetti, in un appartamento intestato a quest’ultima e a Maccari stesso, fattisi chiamare coniugi Altobelli, acquistato all’uopo, anche grazie al riscatto ottenuto con il rapimento del genovese Pietro Costa, della famosa famiglia di armatori. Custode delle armi utilizzate era Raimondo Etro. Maccari però ha dato un’altra versione, sostenendo di essere già in casa e in aula si mostrerà vago e poco informato (morirà nel 2001). A fine operazione e dopo l’esecuzione di Moro, Braghetti continuerà a viverci per un anno, poi ritenne di andarsene, delegando la zia a venderlo, ciò che sarà fatto per cinquanta milioni di lire. Ciò a noi appare strano, anche se rapportato ai prezzi d’epoca: parliamo di un grande appartamento con giardino in zona di pregio e quella cifra appare una svendita.

In una camera, grazie a un tramezzo, era stata approntata una sorta di cella dove, ci dicono, il prigioniero doveva non solo dormire, ma anche svolgere le proprie necessità in un wc chimico. Moretti sosterrà che Moro “scriveva sulle ginocchia su dei cuscini”. Per l’igiene personale “Quando occorre gli vengono portati dei catini”. Non ha mai camminato. Si alza, si sgranchisce le gambe, ma non si è mai mosso da lì dentro”. L’autopsia ci parla di assenza di atrofizzazione degli arti inferiori e di un corpo pulitissimo. Secondo un’intercettazione in carcere del 1979 “ ha ottenuto tutto quello “che aveva bisogno”: si lavava anche quattro volte al giorno, si faceva la doccia, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva…, è stato trattato come un signore”. Cinquantacinque giorni sembrano pochi per produrre atrofizzazioni, sia pure in un uomo di quasi 62 anni. Chiarezza su questi punti, ancora manca. Se vera la versione di Moretti, in quell’abituro doveva stagnare un pessimo odore. Inoltre, in qualche filmato, abbiamo visto Moro fumare; se era ancora fumatore, dovette mancargli questa abitudine; oppure gli portavano le sigarette? Saperlo poteva essere utile. Nel 2021, sarebbe stato prelevato del DNA da alcune cicche, ma solo per un confronto con quello dei BR Senzani e Baschieri. Dopo decenni la cittadinanza viene ancora lasciata nella nebbia.

Una considerazione sembra quasi ovvia. Sebbene Moro fosse persona di intelletto superiore, capace di autocontrollo ed esercizio del libero arbitrio sopra la media, non può non essere subentrata una forma di subitanea e progressiva depressione, oltreché di rabbia, pur in parte sopita dall’attitudine alla pazienza, dalla fede e dal raziocinio. Le condizioni igieniche non dovevano essere ottimali, anche se venivano soddisfatte altre richieste del poveretto, come una Bibbia, e recapitate le sue missive, che con i giorni divennero quasi frenetiche; si può ipotizzare una forma di tortura psicologica.

Una volta esplicatosi il contesto e avviatosi il processo del “tribunale del popolo” nei suoi confronti, sarà sopraggiunto lo sconforto; meno facile è indovinare quali sentimenti, a parte quelli di natura personale, si agitassero in cuor suo verso i compagni di partito e i colleghi parlamentari, se non si possiede una profonda conoscenza della sua reale opinione, fino a quel momento, riguardo al suo stesso establishment: avrà immediatamente pensato al peggio? Covato speranze? Credeva alle parole dei suoi interlocutori brigatisti? Appena giunsero le sue prime lettere, si parlò di “sindrome di Stoccolma”, che altro non è se non un tentativo di salvarsi la vita, entrando nell’aura emotiva di colui che la tiene in mano (lo sostenne il criminologo Franco Ferracuti, che collaborò col Viminale). Le lettere arrivate a destinazione furono trentasei, anche se pare egli ne avesse scritte di più. In verità, qualcuno vorrebbe fossero in numero maggiore per giustificare una serie di aspetti, che vedremo.

Sul perché la scelta fosse caduta su Moro, si è molto discusso. Si è detto che in un primo tempo il candidato fosse Fanfani, però politicamente in declino; poi Andreotti, la cui residenza in centro esponeva a più rischi, per via dell’intenso passaggio e trasportato su auto blindate (che pare anche Moro avesse richiesto), ma Andreotti reclamò anche la propria vulnerabilità, poiché andava sempre a messa da solo di prima mattina. La versione definitiva ci consegna invece una decisione brigatista ponderata, poiché Aldo era ritenuto sorta di deus ex machina e tessitore delle trame mirate a mantenere negli agi le classi dominanti, inglobando e sedando l’ideologia marxista che pulsava forte nel proletariato.

“Postina”, ovvero addetta a consegnare le lettere di Moro mollandole in giro, era la siciliana  Adriana Faranda, una somiglianza con la cantante Alice, ricordata come la “bella” tra le brigatiste, compagna di Morucci. Si è polemizzato sul ruolo femminile nell’arcipelago terrorista, questo in particolare; secondo i meno benevoli, le ragazze, più che rivestire ruoli decisionali o aver voce in capitolo nel comitato esecutivo, servivano alla tenuta sessuale dei giovani colleghi, cui era vietato “fidanzarsi” con esterne, a parte accostamenti mercenari. Per Moretti c’era la Balzerani e non mancavamo altre pasionarie, come Mara Nanni. I maschi bierre erano alquanto machisti. Eventuali omotendenze dovevano essere risolte all’interno, alla maniera dei guerriglieri kenyoti Mau Mau.

Faranda e Morucci

Mario Moretti, considerato la mente del sequestro, condusse gli interrogatori nella “prigione del popolo”.

Dunque Aldo Moro scrisse molte lettere, indirizzate, oltreché ai familiari e al segretario, a dirigenti democristiani; le più incisive furono quelle per Benigno Zaccagnini, Francesco Cossiga, e Giulio Andreotti. Il suo partito, insieme a quasi tutti gli altri, compreso il PCI, non era dell’idea di trattare per liberarlo. Andreotti, sibillino, dichiarò che farlo sarebbe stato oltraggioso per le forze dell’ordine; Zaccagnini era accusato da Moro di averlo spinto alla presidenza, in una posizione pericolosa; in generale si addebitava al “sistema” di portare le sue stesse responsabilità, con qualche passaggio forse allusivo a possibili, imbarazzanti rivelazioni, che non ci furono mai. Per la trattativa si schierarono il radicale Marco Pannella e il segretario socialista Bettino Craxi, a cui pure Aldo scrisse.

Molti espressero dubbi sull’autenticità, formale o sostanziale, di quegli scritti. Scettico era anche Sandro Pertini, da lì a poco eletto presidente della Repubblica, dopo le dimissioni di Giovanni Leone, a seguito di una vergognosa campagna stampa a opera della giornalista Camilla Cederna, spalleggiata da Pannella, il quale chiederà scusa anni dopo (Leone era stato completamente prosciolto).

Gli esami grafologici hanno attribuito la scrittura a Moro, pur considerando alcune alterazioni di stampo emotivo e d’altronde egli stesso, saputo di queste insinuazioni, rispose a stretto giro di essere lucido e non sotto effetto di farmaci o droghe; ma che fosse in costrizione è oggettivo, come pure che fosse consapevole di scrivere sotto controllo preventivo dei carcerieri; in un’occasione da essi gli era stata promessa segretezza, poi il contenuto fu reso pubblico. E’ probabile che il suo stato d’animo fosse adulterato dalla percezione di star guardando in faccia la morte.

Resta un fatto: che in nessuna delle lettere viene mai citata la scorta massacrata. Il maresciallo Oreste Leonardi era l’ombra di Moro da quindici anni e lo venerava. Perché lo statista non avrebbe speso mezza parola almeno per lui?  O per l’autista Ricci, con lui da ventun anni? Chi ha facili risposte, sostiene che le lettere dove ne parlava sarebbero state trafugate o distrutte; altri ritengono che Moro non sapesse fossero tutti morti, ma è impossibile; altri ancora, che Moro non fu rapito quel giorno; oppure quel giorno, ma in chiesa; o esistesse un sosia…

Per ogni seduta di “interrogatorio” di Moretti il presidente DC avrebbe redatto un “verbale”, poi suppostamente dattiloscritto dalle BR durante la prigionia, costituendo il cosiddetto memoriale Moro.  Gli originali non uscirono mai, mentre alcuni esemplari dattiloscritti e fotocopiati sarebbero stati ritrovati nel covo di via Monte Nevoso 8, a Milano il primo ottobre 1978 (irruzione Dalla Chiesa) e nell’ ottobre 1990, in un’intercapedine, nel corso di una ristrutturazione. Gli interrogatori sarebbero stati registrati, ma non si sono mai rinvenute le bobine.

Possiamo mettere un primo punto se affermiamo di non credere all’esistenza di questo materiale. Esso viene rimesso in campo nei primi anni duemila per collegare a forza, al caso Moro, movimenti golpisti, Gladio e P2, ovvero sommosse presuntamente ispirate dalla CIA, sempre con mezze parole, de relato, riferimenti sillogistici, senza una minima prova che lo statista ne avesse mai parlato e nemmeno la conferma dagli evasivi brigatisti pentiti, dissociati o che altro. Naturalmente ci si è voluta infilare la (mai esistita, da sentenze) banda della Magliana, con il concorso di mafia e ndrangheta, tirando dentro il bar Olivetti, in via Fani, chiuso per fallimento in quel periodo, ma ritenuto invece sbarrato per ordini superiori e facilitare il sequestro. Il tizio che fuma in disparte, quando già si è assiepata una folla, non è certo lo ‘ndranghetista latitante Giustino De Vuonno. Si dice di contatti con la criminalità organizzata per una soluzione positiva del sequestro, ma in realtà sono chiacchiere, comprese quelle di Tommaso Buscetta.

Si è arrivati a mettere in dubbio l’operato dei carabinieri in via Fracchia, dando quasi per sicuro fossero intervenuti, uccidendo i quattro nel covo, per recuperare delle carte e non perché interessati a sgominare la colonna. Si tratta di affermazioni gravi, soprattutto se vengono dall’ambito istituzionale.

Purtroppo queste malmostose posizioni, esse sì complottiste, hanno preso piede anche nella seconda commissione istituita nel 2014. Beninteso, non che non fosse possibile quanto si ipotizza, ovvero il coinvolgimento di servizi stranieri e che Moro possa aver detto qualcosa in merito, ma è evidente che alle BR poco importava di ciò che già davano per scontato: a loro interessava solo l’eversione, almeno ufficialmente. Lo studioso e saggista Vladimiro Satta ha ben esposto come tanti atti della commissione antimafia, traslatasi per chissà quali osmosi nell’affaire Moro, riportano inspiegabili inesattezze e anche i comunicati bierre, acquistati a prezzi esorbitanti come materiale da bibliofili, sono di attribuzione incerta. Forse i lavori della prima commissione, nel 1980, risultano ancora i migliori. Egli ha escluso che tal colonnello Guglielmi fosse in via Fani quel giorno, “per sovrintendere all’agguato”, poiché stava altrove con la moglie.

Intervenne anche il papa. Paolo VI era ai suoi ultimi mesi di vita; con voce fioca parlò in pubblico supplicando i brigatisti di liberare l’ostaggio “senza condizioni” e proprio queste due parole avrebbero (nulla è certo) irritato Moro, in rapporti di amicizia col pontefice, che gli apparve piegato alla logica dell’intransigenza e di una richiesta di pietà senza trattative. Si dice fosse contemplata la consegna di Moro alla Santa Sede in cambio di un cospicuo riscatto a carico del Vaticano, ma i brigatisti non sarebbero stati facilmente coinvolti in una simile proposta: a quanto pare non mancavano loro i finanziamenti. Circolava il nome della Caritas come possibile mediatore. Si mosse per un appello anche il segretario generale dell’ONU, l’austriaco Kurt Waldheim, che aveva stipulato con Moro un accordo sull’autonomia altoatesina. Su richiesta della famiglia, tramite l’ambasciatore Roberto Gaja e il professor Giuseppe Lazzati, rettore dell’Università Cattolica, si mosse anche Amnesty International, mostrando interessamento alla situazione delle carceri italiane, che sembrava stare a cuore ai brigatisti, ma costituiva solo una diversione nei loro proclami, e non ne sortì nulla.

Gli interrogativi sono tanti. I terroristi agirono sempre indisturbati, a partire dal sequestro, senza problemi di arsenali, rifornimento, logistica, comunicazione, rubando automobili senza temere di essere pescati, lasciando i comunicati in strada, nei cestini, modalità che presenta il rischio di mancato ritrovamento: ma ciò non si verifica mai, come si confermerà per esempio nel caso di Emanuela  Orlandi. Tutto è sempre lì, a disposizione, senza un colpo di vento, uno svuotamento inatteso, un clochard che fruga. Fa pensare anche la Balzerani con la paletta: era possibile il passaggio di una pattuglia di qualunque corpo di polizia che, notando anomalie, avrebbe fatto saltare tutto. Morucci avrebbe prelevato, su cinque  borse di Moro, solo le tre con i documenti importanti ( e non si sa quali). Una è visibile per terra nei filmati della RAI, mentre Paolo Frajese ammette di aver quasi calpestato un bossolo: preservazione della scena del crimine, zero.

L’impressione, in tempo reale, era che tutto fosse già deciso. Quando i terroristi chiesero la liberazione dei “colleghi” per salvare Moro, sembrò aprirsi uno spiraglio, anche perché alla fine si stava faticosamente facendo strada l’idea dell’1 -1, con la scarcerazione di una sola brigatista, per giunta malata, Paola Besuschio. Naturalmente a costoro non ha mai interessato liberare detenuti “comuni”, magari vittime di soprusi come essi stessi si ritenevano.

La mattina del 9 maggio 1978 un nostro agente dei servizi segreti e un gruppo di guerriglieri palestinesi salivano su un aereo pronto sulla pista dell’aeroporto di Beirut. Ma l’operazione saltava con l’annuncio del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. All’alba dello stesso giorno, l’ammiraglio Martini, vice capo del Sismi, raggiungeva da Venezia Belgrado per trattare il trasferimento nello Yemen di alcuni terroristi tedeschi lì detenuti. In seguito a ciò, il leader democristiano sarebbe stato liberato, anche per l’implicito riconoscimento della Brigate rosse da parte di Tito. Missione subito interrotta. Sempre il 9 maggio doveva riunirsi la direzione della Dc, sollecitata da Moro nelle sue lettere. Il presidente del Senato, Fanfani, avrebbe prospettato una soluzione umanitaria, che il partito avrebbe accolta. Al Quirinale, il presidente Leone era pronto a firmare la grazia per una brigatista, non colpevole di omicidio…. “ lavvenire.it – 21 marzo 2013

Terroristi palestinesi o tedeschi a parte, la trattativa non doveva essere un tabù; vi si ricorrerà nel 1981 per liberare il politico campano della DC Ciro Cirillo, rapito dai brigatisti capeggiati da Giovanni Senzani, ma forse il caso Moro aveva punito le coscienze. Su questa ultima vicenda sono state dette anche troppe cose, intrecciando i soliti poteri occulti e malavitosi: tanti processi, visibili in rete, mostrano realtà diverse. Il 12 dicembre 1980,a Roma,  le BR, guidate da Mario Moretti,  rapirono il giudice Giovanni D’Urso, massimo dirigente degli istituti di pena, in cambio della chiusura del carcere dell’Asinara, che venne in effetti sgomberato (sarà chiuso realmente nel 1998); alcuni brigatisti avviarono una rivolta nelle carceri di Trani, soffocata con l’intervento del GIS (Gruppo intervento speciale dei Carabinieri); per ritorsione, il 31 dicembre 1980, a Roma, fu ucciso il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi. Infine, il 15 gennaio 1981, D’Urso fu liberato, dopo che la figlia si era piegata a leggere un comunicato dei terroristi in televisione, in cui suo padre veniva definito “boia”.

Francesco Cossiga, ministro dell’Interno, già il 16 marzo aveva fatto istituire il comitato di crisi e chiamato un consulente del Dipartimento di Stato americano, lo psichiatra Steve Pieczenik. Il 16 aprile Steve era già ripartito, dopo aver suggerito la strategia binaria: o lo liberate o niente.

La procura generale di Roma sottolinea che “sono emersi indizi gravi circa un suo concorso nell’omicidio, fatto apparire, per atti concludenti, integranti ipotesi di istigazione, lo sbocco necessario e ineludibile, per le BR, dell’operazione militare attuata in via Fani, il 16 marzo 1978, ovvero, comunque, di rafforzamento del proposito criminoso, se già maturato dalle stesse BR”. Per il Pg di Roma Luigi Ciampoli, a carico del col. Camillo Gugliemi, già in servizio al Sismi, presente in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 quando venne rapito Aldo Moro, “potrebbe ipotizzarsi” il concorso nel rapimento e nell’omicidio degli uomini della scorta, ma nei suoi confronti non si può promuovere l’azione penale perché è morto”. ANSA – 12 novembre 2014. Nessuno sviluppo.

Il 18 aprile 1978 a Trastevere venne fatto trovare, a un giornalista del Messaggero, il falso comunicato brigatista che annunciava l’avvenuta morte per suicidio di Moro, specificando che il suo cadavere giaceva nei fondali del lago della Duchessa, in località Torano di Borgorose, provincia di Viterbo. Il lago, posto a 1788 metri, in quella stagione era ghiacciato e tanto poteva bastare a intuire la bufala; ma si procedette con la dinamite e facendo immergere i sommozzatori, senza ovviamente trovare nulla. In seguito si disse che a scrivere era stato un noto falsario abruzzese, Antonio “Tony” Chichiarelli, ufficialmente mercante d’arte, un simpatizzante di sinistra che poi sarebbe saltato negli ambienti di destra e nella banda della Magliana ( ricordiamo sempre, mai esistita per sentenze). Tony venne ucciso nel 1984, omicidio insoluto. Il lessico del falso comunicato era palesemente estraneo a quello brigatista.

Si dice che i carabinieri avessero segnalato, fin dai primi giorni dopo il rapimento, un possibile covo brigatista in via Gradoli 96 interno 11; alcuni agenti, giunti sul posto, poiché nessuno rispondeva alla porta, la cui targhetta recava  “ing. Mario Borghi”, se ne sarebbero andati.

Poi arrivò la vulgata clamorosa. Il 4 aprile del 1978 l’allora docente universitario bolognese, Romano Prodi, raccontò a un alto funzionario della Democrazia Cristiana che durante una seduta spiritica, effettuata due giorni prima con alcuni colleghi, loro coniugi e perfino qualche bambino, per ingannare il tempo in un giorno di pioggia nel paese di Zappolino, aveva scoperto dov’era tenuto prigioniero Aldo Moro; le entità manifestatesi avrebbero rivelato che lo statista era prigioniero a Gradoli, identificato in un paesino in provincia di Viterbo. Oggi si dice che non si trovò la via a Roma, per questo si sarebbe pensato al paese, che venne messo sossopra. Qualche politico attuale sostiene essersi trattato di un’operazione di facciata. Invece, qualcun altro: “Vi ricordate il blitz della polizia nel paese di Gradoli durante i drammatici giorni del sequestro Moro? I blindati della celere, gli elicotteri, le unità cinofile, le perquisizioni “casa per casa”, “cantina per cantina”, gli sguardi attoniti degli abitanti del piccolo centro della Tuscia? Immagini vivide, impresse nella memoria anche di chi scrive. Peccato che quel blitz tanto spettacolare quanto inutile non sia mai avvenuto e le forze dell’ordine non siano mai entrate a Gradoli per cercare il covo dove era prigioniero il presidente della Dc. Una fake news come si dice oggi…”.ildubbionews – 26 novembre 2021

In ogni modo il 18 aprile i Vigili del Fuoco irruppero nell’appartamento di Via Gradoli 96, a causa di una perdita di acqua al piano di sotto, che si rivelerà causata da un rubinetto della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro. Nel covo si trovarono armi, targhe (anche quella di una delle 128 di via Fani), documenti riconducibili alle Brigate Rosse. La notizia viene immediatamente resa pubblica, non si sa perché.

Moretti poi minimizzerà. A suo dire la Balzerani era miope e molto distratta di prima mattina, da qui la doccia dimenticata aperta; e i palazzi romani, costruiti durante la speculazione edilizia, erano malfatti. Quel che mostrano a noi è il “telefono” appoggiato esattamente dove il muro si apre e fa colare l’acqua dall’inquilina di sotto, che darà l’allarme. Era una falla facilmente rimediabile con un po’ di stucco, senza drammatizzare con battute sui palazzinari.

A chi credere? Non alla seduta spiritica, ma il resto è ancora tutto da spiegare, compreso il dubbio che lì non abitassero semplicemente Moretti e Balzerani, ma fosse transitato Moro i primi giorni. D’altro canto, l’idea di Moro trascinato in giro, senza che se ne accorgesse un’anima, è poco credibile.

Indicata come sito anche per covi dei NAR, riconducibili a proprietà del SISMI, via Gradoli  oggi viene ritenuta una strada poco adatta a rintanarsi, essendo anche chiusa. Adriana Faranda cade dalle nuvole su questi argomenti.

Il 30 aprile 1978 Moretti chiamò casa Moro; rispose la moglie, che lui confuse per tutto il tempo con una figlia; all’intimazione di sbrigarsi non si capisce bene a far cosa, la donna rispose che non era in loro potere fare più di quello che già avevano fatto. Il figlio Giovanni prese una chiamata in cui si preannunciava l’invio di una lettera del padre. Ci si chiede se il numero di quella casa fosse sull’elenco.

Si aggiunge la fumosa storia di Lanfranco Pace.  Pace ( 1947/2023), già compagno di Giovanna Botteri, definito italo/inglese, era considerato il capo italiano di Potere Operaio. Dopo l’esilio in Francia, fruendo (come Oreste Scalzone, aiutato a evadere da Gian Maria Volonté) della dottrina Mitterrand, che sottraeva presunti ideologi alla giustizia dei rispettivi paesi, egli venne assolto a seguito di prescrizione per i reati di fiancheggiamento, per il rogo di Primavalle ( morti due figli di un attivista dell’MSI) e per insurrezione armata, e andò a lavorare al Foglio di Giuliano Ferrara. Questo soggetto sarebbe l’uomo che nel 1978, con Franco Piperno, a nome dei movimenti autonomi, avrebbe sedicentemente parlato con il parlamentare socialista Claudio Signorile per trattare su Moro, tramite Faranda e Morucci, dettisi contrari all’omicidio. Il citato Satta ha mostrato, carte alla mano, soprattutto gli atti della prima commissione Moro del 1980, come molti aspetti delle versioni di Signorile non siano attestati, a partire dal suo incontro con il ministro dell’interno Cossiga, il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro, che loro avrebbero appreso prima dell’orario ufficiale, tramite altoparlante: cosicché Cossiga sarebbe stato in via  Michelangelo Caetani prima di chiunque altro, insieme a degli artificieri.

Nel 2003, in un libro scritto a quattro mani con Dacia Maraini, “Storia di Piera”, l’attrice Piera Degli Esposti ha rivelato di essersi appoggiata per un’ora alla Reanult 5, proprio la mattina del 9 maggio 1978, in attesa di una persona; lei e alcuni impiegati di uffici vicini hanno indicato un arco temporale che smentisce si siano avvicinate alla macchina altre persone, prima dell’arrivo della DIGOS, avvertita telefonicamente dall’assistente universitario di Moro, Francesco Tritto, alle 12.13.

Anche le affermazioni di Signorile, affidate a una puntata di Report nel 2018, secondo cui il PSI stava convincendo la DC a trattare, sarebbero infondate. Se pure si voglia sostenere che esistevano apparati stranieri a supportare le BR, non sembra questa la strada per dimostrarlo.

Riguardo alle attività eversive italiane in Francia si ricorda la scuola di lingue Hyperion, a Parigi, sospettata di essere stata una copertura per operazioni di terrorismo italiano o servizi segreti; aperta nel 1977, fu chiusa nel 1979. Si disse anche che la struttura fosse il crocevia per azioni comuni contro eventuali sconvolgimenti dell’ordine di Yalta. Quest’ultima ipotesi venne avallata dalla primogenita di Aldo, Maria Fida Moro (1946/2024), la quale riteneva suo padre perseguitato da poteri forti per aver osato incrinare gli accordi del dopoguerra, con la spartizione delle influenze mondiali, in particolare sull’Europa.

Comunque la si pensi, sgomentano le asserite dinamiche dell’agguato. La scorta apparve impreparata, una mitraglietta stava nel cofano, Leonardi teneva la pistola in un borsello sotto il sedile; non fu utilizzato il radio telefono per comunicare attività sospette; la 128 con targa diplomatica non li avrebbe messi in allarme. Per gli assalitori, nulla andò storto, nonostante si contasse fin troppo sul non passaggio di persone attraverso scorciatoie e cancelletti manomessi di condomini privati ( altra situazione messa in dubbio dagli analisti).

Se l’azione fu velocissima, si deve ritenere frutto di una grande abilità mista a fortuna, che siano stati chirurgicamente colpiti gli agenti, mentre Moro rimase quasi illeso, e viene riferito che ben tre mitra si erano inceppati. Non sappiamo molto della presunta ferita del presidente DC: non pare essere stato un colpo diretto di striscio, più di rimbalzo, ma pure dovette produrre sangue e una piccola cicatrice: fu trovata sul cadavere? O era solo un graffio e bastò un cerotto? E sangue di Moro sulla 130? Va anche osservato che un presunto testimone in motorino è stato completamente delegittimato.

I periti balistici Jadevito, Ugolini e Lopez, nella perizia depositata il 19 gennaio 1979, scriveranno che le traiettorie dei proiettili dimostrano che a fare fuoco dalla parte dell’incrocio sono due killer, uno uscito dal lato sinistro ed uno da quello destro della 128 usata per bloccare le auto del presidente, notando che il maresciallo Leonardi venne colpito più volte sul fianco destro, ovvero dal lato dove, teoricamente, non si sarebbe trovato nessuno degli assassini. Non ci pare argomento pregnante: Leonardi può essersi girato per proteggere Moro. I periti dovrebbero limitarsi ai propri ambiti e non fare supposizioni.

Tuttavia, su base di altro testimone, rimane incerta la posizione del gruppo di fuoco. Se infatti si iniziò a sparare contemporaneamente dai due lati, sia pure a distanza ravvicinata, esisteva il rischio che i brigatisti si colpissero a vicenda, per esempio su rimbalzo; se, come altri sostengono, (versione Mario Moretti), causa un inceppamento di due mitra, uno di loro si staccò dalla sinistra girando a destra, dando un paio di secondi di vantaggio, avrebbe potuto incorrere nella reazione della scorta: che oggi sappiamo non esserci quasi stata, ma per l’assalitore era una possibilità concreta.

Il colonnello Stefano Giovannone (agente SID e SISMI) riferì che il suo “abituale interlocutore Habbash” rappresentante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gli aveva parlato di una operazione terroristica di notevole portata che stava per scattare in Italia. Queste aderenze di Giovannone all’area del terrorismo palestinese è emersa anche in altri misteri italiani. Il “Lodo Moro”, noto anche come “Lodo Giovannone”, stabiliva una non opposizione alle formazioni palestinesi n Italia e lo statista, nelle lettere dalla prigionia, invocò anche l’aiuto del colonnello.

Mino Pecorelli

Carmine “Mino” Pecorelli, molisano, classe 1928, in guerra molto vicino alle formazioni polacche, inizialmente avvocato a Palermo, riuscì a diventare giornalista con periodici incentrati su presunti scandali politici. La rivista più conosciuta fu OP, Osservatorio politico, più che altro un’agenzia di stampa, in cui qualcuno volle vedere la sigla “Ora paga”, ovvero un mezzo di ricatto a notabili, soprattutto DC. Non aggiungeremo neppure un decilitro ai fiumi d’inchiostro versati su di lui e, soprattutto, alla sua nota avversione verso Andreotti, cavalcata per la morte di Moro.

Pecorelli era vicino ad ambienti militari e iscritto alla P2. Su tutto quello che è stato detto e scritto riguardo ai “misteri italiani” sono consultabili molti documenti; in rete si ascoltano udienze di processi che lo riguardano direttamente o indirettamente, e smontano molte leggende, comprese quelle sulla sua morte, avvenuta a Roma il 20 marzo 1979, allorché gli spararono mentre era in auto. Basterà citare ciò che ha dichiarato l’avvocato Maurilio Prioreschi, legale della famiglia di Enrico De Pedis ( mai capo dell’inesistente banda della Magliana, per sentenze), alla commissione per le scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori: “ …Le prime dichiarazioni di Vittorio Carnovale collocano De Pedis e Abbruciati sul luogo del delitto: infatti, l’imputazione provvisoria era questa. Addirittura, lui dice: “Carminati, dopo che spara a Pecorelli, girato l’angolo dà l’abbacchio di Pecorelli a De Pedis”. L’abbacchio, nel gergo della malavita, è l’arma con la quale è stato compiuto un omicidio. Poi, insieme ad Abbruciati la vanno a buttare. Il problema è che, quando viene ucciso Pecorelli, il 20 marzo del 1979, De Pedis era detenuto da quattro anni e Abbruciati da un anno e mezzo: quindi, nessuno dei due poteva essere presente sul posto…”.  Analoghe sono le pretese verosimiglianze di tanti racconti su eventi tragici in Italia: soffiate, racconti, confidenze, mai appoggiati su riscontri, tanto sensazionalismo, in cerca di responsabilità dello Stato che possano fruttare risarcimenti, non della verità.

Si legge in giro

“…(la tipografia) La Piramide nel primo numero pubblicava anche un fumetto sul rapimento dell’onorevole Aldo Moro compiuto dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978…. Poiché il fumetto riportava particolari ritenuti dalla polizia stranamente precisi il primo numero di Metropoli fu sequestrato in tutte le edicole già due giorni dopo esserci arrivato. Il libro “L’aspra stagione”, di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale, che narra la parabola umana e professionale del giornalista di Repubblica Carlo Rivolta, ucciso ad appena 32 anni da una overdose di eroina, riporta un verbale relativo alla perquisizione della tipografia La Piramide e al sequestro di tutto il materiale del primo numero di Metropoli. “Materiale – specifica il libro – depositato con plico sigillato all’ufficio Corpi di reato del tribunale di Roma”. La tipografia, con sede a Roma, era gestita dallo zio di Emanuela Orlandi, Mario Meneguzzi, il cui figlio Pietro militava in Autonomia Operaia e poi prese servizio, come il padre, alla Camera dei deputati.  Non si è saputo più nulla del sequestro del materiale. La tipografia “di fiducia”delle BR risultò essere in via Pio Foà, gestita da un certo Enrico Triaca.

Renzo Rossellini jr, direttore di Radio Città Futura, avrebbe parlato ai microfoni del sequestro di Aldo Moro circa tre quarti d’ora prima del rapimento, ma la magistratura ne sarebbe stata informata solo il 27 settembre 1978, quando lo rivelò Famiglia Cristiana.

Perché scegliere uniformi dell’Alitalia, che avrebbero attirato l’attenzione? Una spiegazione tentata è che non tutti i terroristi si conoscessero; e si fossero conciati in tal guisa per non spararsi addosso l’un l’altro. Non esiste un rigo a comprova di una simile tesi, ovviamente mai espressa dai brigatisti. La domanda è dove le avessero trovate o chi gliele avesse confezionate, nell’estesa rete che li fiancheggiava.

Non è chiaro chi impugnava il mitra FNA-B che spara 49 colpi. L’arma, proveniente dalla seconda guerra mondiale, può sparare 400 colpi al minuto ed è in teoria possibile che un esperto riesca a tirarli tutti prendendo la mira in direzioni diverse – su più agenti distribuiti su due auto – in poco più di una decina di secondi. I suoi caricatori, però, possono contenere 10, 20, 30 o 40 colpi, quindi per spararne 49 occorre un cambio di caricatore in piena azione. Di questa possibile sostituzione non ha accennato mai nessuno. Per i 91 bossoli complessivamente recuperati, vengono ritrovate solo 68 pallottole. Sembra di sentire le cronache sul mostro di Firenze: non tornano mai i conti dei bossoli, e nemmeno del numero dei colpi, ma in quel caso gli inquirenti fantasiosi si inventarono il mostro con due pistole.

Mai accertata fu la visita di un sacerdote al prigioniero.

Dopo oltre quarant’anni, in un bosco in provincia di Rieti, sarebbero riaffiorati alcuni reperti balistici riferiti al sequestro Moro, secondo il sito Detectorshop.it

Infine, le BR emisero il verdetto: condanna a morte di Aldo Moro. Non fosse una tragedia, verrebbe un sorriso pensando al processo del tribunale del popolo ( cui verrà sottoposto anche il povero Roberto Peci), forse simile a quello inflitto a Totò dai tedeschi nel film “I due colonnelli”: una sola parola e il destino è stabilito.

Moretti si è dichiarato esecutore materiale dell’esecuzione. Già, ma come? Nemmeno su questo è emersa chiarezza. Si dice che lo statista sia stato fatto sistemare nel retro della R5 rossa nel garage di via Montalcini; convinto a farsi nascondere sotto una coperta, col pretesto di un altro cambio di alloggiamento, e subito attinto dai colpi mortali. Altre analisi hanno privilegiato la tesi che la vittima fosse seduta, in auto o altrove: in ogni caso, nessuno avrebbe avvertito rumori? Il Ris di Roma, in una perizia del 2017, segnalò “la presenza “incongruente” di tracce di sparo (GRS) dove non dovrebbero stare, cioè sull’aletta parasole di destra della Renault 4 e sul “cielo” della R4, quasi al centro dell’automobile”. Non sappiamo chi commissioni perizie dopo un quarantennio, ma di certo non è il caso di riaprire processi su tali basi.

Invece non abbiamo mai sentito di analisi personologiche della vittima. Moro, una volta nel garage, consapevole delle intenzioni dei terroristi, avrebbe potuto ribellarsi? Cosa avrebbe potuto costargli? Davvero era di indole così inerme? Si è anche detto che, vista la posizione in cui il corpo fu trovato, doveva colare molto più sangue. Che c’erano sabbia e tracce di erba del litorale nel risvolto dei pantaloni ( ma i brigatisti ribatterono di averceli messi per sviare). Si trovarono anche due capelli femminili: in seguito, si sarebbe potuto procedere con l’analisi DNA, ma furono conservati?

Dipoi qualcuno ( nemmeno questo si sa con certezza) avrebbe condotto l’auto in via Caetani, tra le sedi di PCI e DC, si specifica sempre, abbandonato il mezzo con il suo triste bagaglio e telefonato per farlo trovare. Non male per questi brigatisti, che riescono nuovamente a posteggiare in una zona ad alta densità di traffico, nel turbine di controlli di quel periodo, solo per sistemare il morto in una zona simbolicamente interessante. Valerio Morucci si incaricò della comunicazione a Tritto, intimandogli di farlo personalmente perché così avrebbe chiesto Moro, ma l’assistente si limitò a telefonare alla DIGOS. Morucci inizialmente si era presentato come “il dottor Niccolai”, per poi ammettere di parlare a nome delle BR, confermando, in un certo senso, di essere stato poco in bolla dall’inizio alla fine di questa storia. Una lucidità piena solo all’atto di uccidere?

La R4 sarebbe stata utilizzata già in precedenza, ovvero per sorvegliare Moro in via Savoia, e anche, per  qualche ragione, in via Fani, ma non si raggiunge una coerenza di informazioni.  Il 10 maggio 1978, il Questore di Napoli, dott. Colombo, alle ore 13:10 comunicava con telegramma alla Digos di Roma che la targa Roma N57686 era corrispondente a un’Alfetta dell’ATI, acronimo di Aero Trasporti Italiani, risultante distrutta in data 25 febbraio 1977 come da PRA. Comunque sia arrivata in mani brigatiste (da colonna romana, da brigata universitaria), tutto tende a mostrare mezzi e agganci per operare in clandestinità. Forse esistevano fiancheggiatori in ambito aeroportuale, anche per fornire le divise.

La lettera di Aldo Moro dalla prigionia alla moglie Eleonora dell’8 aprile 1978 –

Mia carissima Noretta… Mi pare che siano rimasti taciti i gruppi parlamentari, ed in essi i migliori amici, forse intimiditi dal timore di rompere un fronte di autorità e di rigore. Ed invece bisogna avere il coraggio di rompere questa unanimità fittizia, come tante volte è accaduto. Quello che è stupefacente è che in pochi minuti il Governo abbia creduto di valutare il significato e le implicazioni di un fatto di tanto rilievo ed abbia elaborato in gran fretta e con superficialità una linea dura che non ha più scalfito: si trattava in fondo di uno scambio di prigionieri come si pratica in tutte le guerre (e questa in fondo lo è) con la esclusione dei prigionieri liberati dal territorio nazionale. Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un Paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani. Ora mi pare che manchi specie la voce dei miei amici. Converrebbe chiamare Cervone, Rosati, Dell’Andro e gli altri che Rana conosce ed incitarli ad una dissociazione, ad una rottura dell’unità. È l’unica cosa che i nostri capi temono. Del resto non si curano di niente. La dissociazione dovrebbe essere pacata e ferma insieme. Essi non si rendono conto quanti guai verranno dopo e che questo è il meglio, il minor male almeno… Con ciò la S. Sede, espressa da questo Sig. Levi, e modificando precedenti posizioni, smentisce tutta la sua tradizione umanitaria e condanna oggi me, domani donne e bambini a cadere vittime per non consentire il ricatto… Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia… E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro…”

Moro scrisse a una sua allieva prediletta, Maria Luisa Familiari, per recapitare i suoi disperati appelli ai politici

Carissima Maria Luisa, in questa, probabilmente inutile, corsa contro la morte, ricorro a te, col sistema dell’altro giorno, partendo questa volta da casa tua invece che dall’ufficio, dato il giorno festivo. Si tratta di portare entro oggi domenica a destinazione queste lettere nelle proprie mani dei destinatari, o almeno quasi nelle loro mani. Dato che è domenica andare a casa, assicurarsi, essere certi che sarà consegnata a breve scadenza, andare fuori se l’interessato fosse fuori in un posto definito e sicuro. Il più importante è l’on. Piccoli che abita non lontano da casa mia e in alternativa si potrebbe trovare (improbabile) nel suo ufficio a Montecitorio o più probabilmente a Piazza del Gesù. Poi c’è l’on. Riccardo Misasi, Presidente della Commissione di giustizia, di cui non ho idea dove possa abitare. Se la Camera, date le circostanze, è aperta chiedere là o a Piazza del Gesù o alla segreteria on. Dell’Andro o al Ministero della giustizia. Queste frasi qui dette sono le più importanti. Poi c’è quella indirizzata al Dott. Tullio Ancora, Via Livorno 44, non lungi da Piazza Fiume. Anche lì dare a mano. Ce n’è poi una per il presidente del Consiglio Andreotti che potrebbe essere recapitata al limite nella sua casa in Corso Vittorio Emanuele, non lontano dalla Chiesa Nuova. In mancanza di tutto anche in Piazza del Gesù. C’è infine una per l’on. Craxi che credo abiti all’Albergo San Raphael presso il Panteon o in mancanza alla sede del P.S.I. in via del Corso, con molte raccomandazioni. Scusami tanto, abbracciami tutti, vogli anche tu un po’ di bene a Luca. E Dio ti benedica e ti premi di tutto…”

Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.

I funerali di Moro si svolsero in forma privata; il corpo fu sepolto nel cimitero di Torrita Tiberina, in provincia di Roma. Si svolse anche un funerale di Stato, il 13 maggio 1978, in San Giovanni in Laterano, con una bara vuota.

I primi a cadere nelle mani della Polizia furono Rocco Micaletto (gestore strategico del rapimento) e Bonisoli, il 1 ottobre 1978, arrestati nella base di via Monte Nevoso a Milano. Il 30 maggio del 1979 è la volta dei postini delle Br Faranda e Morucci. Gallinari (nel 1979) a Roma e Bruno Seghetti a Napoli (nel 1980, dopo l’uccisione del politico democristiano Pino Amato), vennero arrestati in azione. Gallinari, gravemente malato, trapiantato, ai domiciliari e in semilibertà dal 1996 è deceduto nel 2013. I funerali, molto partecipati dai compagni d’avventura, videro molti “antagonisti” inneggiare alla violenza, non perseguiti perché “manifestavano liberamente il pensiero”. Seghetti sarà tra i rivoltosi di Trani; non rinnegherà, se non a denti stretti, il passato di violenza, riuscendo a ottenere benefici che gli verranno revocati per inadempienze alle regole.

Funerali di Prospero Gallinari

Il 4 aprile del 1981 a Milano, fu catturato il “capo” delle Brigate Rosse Mario Moretti, che si trovava insieme al citato docente genovese Enrico Fenzi. Come si sia arrivati agli arresti, non sempre è noto.

Morucci e la Faranda vennero arrestati in un appartamento in viale Giulio Cesare, di proprietà di Giuliana Conforto, padre del KGB, docente di fisica guarda caso a Cosenza, di area Potere Operaio, madre di due bambine, che dichiarò di non sapere chi fossero o che detenessero armi (documento Senato della Repubblica) e il cui ruolo in definitiva non è mai stato chiarito, in un intrico di reti spionistiche a tutti i livelli. Riguardo alla detenzione di armi la donna venne assolta per insufficienza di prove; per favoreggiamento, fu prosciolta da Ferdinando Imposimato. “ Le dichiarazioni di Giuliana Conforto riguardo il modo in cui ha conosciuto Morucci e Faranda sono state molteplici. Nel primo interrogatorio, svolto la notte stessa dell’arresto, ha dichiarato di averli incontrati al Pincio la settimana di Pasqua. Successivamente ha parlato di una telefonata di Piperno. Solo molti giorni più tardi ha rivelato l’interessamento di Lanfranco Pace e il viaggio a L’Aquila con l’incontro con Piperno. Dal canto suo Piperno ha sempre smentito il suo ’interessamento e l’incontro a L’Aquila”. anniaffollati.it

Nel 1988 Renato Curcio, Mario Moretti e Barbara Balzerani rilasciarono un’intervista al giornalista Ennio Remondino. Traspare, seppure con toni e accenti diversi per ciascuno, l’ammissione, con espressione cachettica, della fine dell’era BR, ma nessun arretramento rispetto alle posizioni ideologiche che le avevano dato avvio; e, dietro le loro circonlocuzioni, mal si nascondevano la proposta e la speranza di essere presto liberati. Nel 1991 Iolanda Curcio, riparata in Inghilterra per sfuggire alla curiosità, rivolse una supplica a Cossiga per poter rivedere il figlio libero, protestando che egli non si era mai macchiato di sangue, rivendicando la buona fede di quelle scelte e la morte ingiusta della nuora Mara Cagol uccisa, a suo dire, quando già si era arresa.

Dalla seconda commissione Moro è uscita una voce secondo cui Aldo Moro fu fatto scendere dal treno Italicus, su cui scoppiò una bomba tra il 3 e il 4 agosto 1974, ma non esistono riscontri.

Barbara Balzerani, soprannominata “Primula rossa”, è stata catturata per ultima, il 19 giugno 1985. In libertà condizionale dal 2006, fu scarcerata definitivamente nel 2011.

2018

Barbara Balzerani, durante la presentazione di un suo libro in un centro sociale a Firenze nel giorno della strage di via Fani. “C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola“, ha detto la ex terrorista…. Condannata all’ergastolo, ieri sera è stata ospite del centro sociale Cpa di Firenze Sud per presentare il suo libro. L’incontro, organizzato dalla Libreria Majakovskij, fissato il giorno stesso dell’anniversario della strage di via Fani, ha suscitato polemiche e proteste. Nei giorni scorsi, sulla sua pagina Facebook, in riferimento all’anniversario della strage di via Fani, Balzerani aveva scritto: “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del quarantennale?”. Una dichiarazione che aveva già provocato indignazione”. – rainews

Maria Fida Moro insorse contro queste parole, rigettando in toto il concetto di “mestiere di vittima”, che pure a volte lo è, anche se non per la sua famiglia. La donna sosteneva la tesi secondo cui gli undici colpi che avevano attinto il padre raggiunsero parti intorno al cuore, ma non sarebbero stati mortali: il che appare strano. Non si è raggiunta unanimità sull’ora e il posto della morte, mentre i colpi da 11 sono diventati 12.

La primogenita Moro, nel 1987, fu eletta in Senato con la DC, per poi passare da indipendente al gruppo di  Rifondazione Comunista fino al 1991. In seguito passò all’ MSI, confluì in Alleanza Nazionale, poi alla Lista Dini, candidandosi variamente senza essere eletta, finendo per avvicinarsi al Partito Radicale. Si legge che, a causa di contrasti con i fratelli, non partecipò ai funerali della madre, scomparsa nel 2010. Suo figlio Luca, citato con struggente affetto da Aldo nelle sue lettere, ha assunto il cognome del nonno. Agnese, giornalista e scrittrice, ha studiato presso la Biblioteca Vaticana e lavorato in CISL. Di Anna non si sa nulla. Giovanni Moro è sociologo e consulente.

Qualcuno ci ha ricordato che Moro avrebbe potuto leggere, mentre era in auto, la terza pagina del quotidiano “La Repubblica” di quel 16 marzo 1978. Il quotidiano intitolava a tutta pagina: “Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della DC”. Aldo Moro era indicato come “L’Antelope Cobbler” il famigerato e misterioso collettore delle tangenti dello scandalo Lockheed”. Un’accusa infondata: Moro aveva difeso il democristiano Gui e il socialdemocratico Tanassi ( questi unico poi condannato), per una storia di tangenti ancora oggi tutta da rivedere. Il suo intervento, semplicemente di stampo garantista, conteneva il famoso “non ci faremo processare nelle piazze”, abitudine poi invalsa nella deteriorata politica italiana.

Gli atti desecretati in questi anni mostrano che troppe persone, anche delle istituzioni, non analizzano, ma vorrebbero piegare la narrazione a una tesi precostituita.

C’era qualcuno in via Fani, quel giorno, a sovrintendere all’azione dei cosiddetti brigatisti? In definitiva, non ha più importanza, perché troppe opinioni tendenziose hanno inquinato, e tuttora distorcono, il dibattito. A riascoltare, oggi, i brigatisti che hanno parlato nel corso degli anni, si colgono inequivocabili segnali. Insoddisfazioni personali e tempeste ormonali hanno mosso le mani di giovani inquieti, come emerge, per esempio, da un’intervista a Barbara Balzerani, e manipoli di cattivi maestri li hanno aiutati, almeno a porre basi ideologiche dove non c’era che rabbia giovanile. In effetti, non tutto è stato spiegato a dovere, permangono voragini nel quadro che ci hanno consegnato. Possiamo offrire quel che abbiamo personalmente notato. Da Genova siamo partiti e qui terminiamo.

Gli agguati nel capoluogo ligure si svolsero in pieno giorno, e gli sparatori non erano mai camuffati, come d’altronde tutti gli altri in Italia, nessun tentativo di nascondersi. Due si verificarono effettivamente in zone isolate: via Riboli per Tuttobene, Casu e Ramundo, via Ischia per Guido Rossa, più la prima che la seconda.

Il procuratore Coco, con la scorta, fu sorpreso in via Balbi, angolo Santa Brigida: città universitaria, non ancora a traffico limitato, un via vai incessante.

Il commissario Esposito si trovava sul bus numero 15, insieme ad altri passeggeri, il che non impedì ai killer di raggiungerlo in coda al mezzo e di sparire indisturbati.

I carabinieri Tosa e Battaglini stavano bevendo il caffè in un bar di corso Martinetti, a Sampierdarena, in orario di grande passaggio.

Se la legge di Murphy funziona, lo fa solo con le vittime: per gli assalitori tutto fila sempre liscio. E’ strano, forse c’è del mistero, ma è andata così.

E’ ora di tornare indietro con le lancette. Non siamo mai stati ammiratori di alcun politico democristiano, ma le mistificazioni vanno denunciate.

Dal secondo dopoguerra l’Italia non si è mai pacificata; tuttora la politica, dopo il fluire di più generazioni, appare una resa dei conti perpetua. Non è vero che le BR incontrassero l’ostilità della popolazione: almeno al nord, le simpatie erano molte e non solo da sinistra. Che Guevara piaceva anche a destra, come eroe dell’antagonismo a tutti i costi; e il nazimaoismo induceva all’idea che un dittatore, non importa di che fazione, tutto sommato era meglio di una democrazia malata.

Gli italiani sono stati dis – educati all’invidia e alla vigliaccheria: molti di loro sperano sempre che qualcuno esegua la nemesi per ripagarli delle loro frustrazioni, come si vide durante la bufera di “Mani Pulite” e, più in là, col vaffa davanti a un pagliaccio. Né Aldo Moro suscitò pietà in gran parte della cittadinanza, che al tempo esprimeva cordoglio per gli uomini della scorta, e malcelata soddisfazione per la malasorte di un notabile della Democrazia Cristiana: la lapidazione era iniziata e ha dato i suoi frutti fino ai giorni nostri. In tanti dicevano: “ Lo hanno ammazzato i suoi”. Nello stesso 1978 fu organizzata una gara podistica tra via Fani e via Caetani: fa il paio con i baracchini di panini e bibite a Scopeti dopo l’ultimo delitto del mostro di Firenze. Non c’è da stupirsi se l’Italia è diventata quel che abbiamo oggi sotto gli occhi.

Chi lo definiva un ricamatore che aveva approfittato del “piano Solo”  (ritenuto un colpo di stato sotto la veste di progetto emergenziale del presidente Segni col generale De Lorenzo) per buttarsi a sinistra; chi un filo arabo, chi un filo israeliano (aveva consentito basi israeliane in Sardegna); chi un oppositore del vento innovatore che soffiava dopo il 1968, da lui effettivamente valutato criticamente come l’inizio dei problemi per la fragile Italia. Inoltre, si diceva, egli era cattolico, un baciasottane del Vaticano: quale miglior obiettivo per poter mangiare nelle diverse greppie disponibili. Il giornalismo becero, che in Italia la fa da padrone, fece la sua parte.

Negli anni gli esponenti di quella “brigata” sono diventati pensatori, scrittori, invitati ai convegni, opinionisti considerati. Il loro credo serpeggia tuttora nella società italiana.

Le Brigate Rosse un effetto hanno sortito: si è inaugurata l’era dei pentiti, una piaga che non accenna a chiudersi, estesa ai fatti di mafia e a quelli di cronaca in generale. Se poi nel tempo molti dei racconti del pentito di turno si saranno rivelati un’invenzione, che importa: ormai la crociata è partita e la corsa alle vecchie poltrone dei nuovi avvoltoi è inarrestabile.

Tutto ciò ha una conseguenza concreta non trascurabile, come dimostrano le leggi del nuovo millennio, in testa la 206/2004 sui risarcimenti, accordati anche in presenza di sentenze di assoluzione: tanto paga Pantalone.

Ecco la vera funzione di Curcio e soci: una forma di valuta pregiata. E le vittime? Anche?

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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