È stata approvata oggi dal Consiglio provinciale di Trento la legge che affronta uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto fra bambini, adolescenti e dispositivi digitali. Il ddl 36 sugli smartphone a scuola, presentato da Vanessa Masèper La Civica, mira a prevenire i rischi derivanti da un uso precoce e incontrollato dei dispositivi digitali senza cadere nella logica del divieto. Al contrario, propone un patto educativo diffuso che parte dalle scuole e coinvolge famiglie, pediatri e istituzioni.
Masè ha ricordato che il testo era stato depositato ben prima della seconda circolare Valditara e che, nel corso dei lavori in Commissione, è passato da una versione iniziale più rigida a un equilibrio condiviso. «Volevamo una legge che non fosse punitiva, ma capace di far riflettere», ha spiegato. «L’articolo 5 affida ai regolamenti d’istituto la responsabilità di decidere come e quando si possano usare smartphone e tablet, solo se servono davvero alla didattica, all’inclusione o a percorsi di innovazione. È un modo per responsabilizzare, non per vietare». Nel provvedimento è previsto anche un monitoraggio dell’applicazione nelle scuole, per misurare l’effettiva ricaduta delle regole.
Il punto, secondo la consigliera, è culturale: fermarsi un attimo a riflettere sulla pervasività del digitale e sull’effetto che ha sui più giovani. Nel suo intervento, Masè ha citato due immagini emblematiche: quella di un bambino in spiaggia che, davanti al mare, preferisce lo schermo di un tablet, tratta da un racconto di Alberto Pellai; e l’analisi degli studiosi trentini Manuela Piazza e Marco Buiatti, che descrivono lo smartphone come uno strumento capace di spezzare l’attenzione, anche quando è silenzioso, e di alimentare un «falso multitasking» che consuma energie e riduce la concentrazione.
Dopo un’ampia discussione in Aula, l’assessora Francesca Gerosa ha invitato a un approccio equilibrato: «È molto più facile vietare qualcosa a un ragazzo piuttosto che insegnargli una regola e farla rispettare. L’obiettivo è lo stesso, ma il modo è diverso». Gerosa ha difeso l’utilità del digitale quando è strumento di inclusione e di didattica consapevole, ricordando però che «a due anni un bambino non si compra uno smartphone: siamo noi genitori a doverlo educare all’uso».
La proposta non si ferma alla scuola. Gli ordini del giorno collegati impegnano la Giunta ad avviare campagne di sensibilizzazione rivolte ai genitori e ai pediatri, a rendere protagonisti gli studenti nella promozione di un uso consapevole dei dispositivi e a introdurre nel libretto pediatrico digitale brevi indicazioni validate sull’esposizione agli schermi nella prima infanzia. «Fino ai due anni i bambini dovrebbero essere schermi free» ha ricordato Masè, richiamando anche il precedente della scheda di screening per l’autismo a 18 mesi, introdotta nella scorsa legislatura.
Nella replica finale, Vanessa Masè ha ringraziato i colleghi per il confronto e ha ricordato come tutto sia nato «da una serata dedicata ai patti digitali di comunità», quando emerse la necessità di un freno alla pervasività del digitale. «Era urgente, anche come Provincia autonoma, fermarci un momento e dare un segnale chiaro», ha detto, definendo il ddl «un piccolo passo legislativo ma con un grande valore di sensibilizzazione».
Respinti gli ordini del giorno di Degasperi, approvati invece quelli di Masè, Segnana, Parolari e Christian Girardi: campagne di informazione, formazione per pediatri e genitori e una comunicazione centrata sui concetti di “dieta digitale” e “obesità digitale”. Il disegno di legge è passato con un solo voto contrario

