Nelle prime ore della mattina del 17 ottobre 2025 un ordigno è esploso davanti a casa del giornalista Sigfrido Ranucci, distruggendo le auto di quest’ultimo e di sua figlia. L’esplosione, avvenuta nelle prime ore del mattino, è stata talmente violenta che «poteva uccidere», ma fortunatamente non ha fatto vittime. Ranucci era già sotto scorta da anni e, dopo le rivelazioni del 2021, addirittura dotato di scorta H24 quando emerse che un boss della ‘ndrangheta aveva ingaggiato due sicari per ucciderlo. Le indagini sono in corso.
Il clima di intimidazione contro chi indaga, pensa, scrive è ancor più estremo nei regimi autoritari. In Russia una voce libera calpestata dalla repressione russa fu quella di Anna Politkovskaja. Politkovskaja era una coraggiosa giornalista del Novaja Gazeta nota per i suoi reportage sul conflitto in Cecenia e sulle torture commesse dall’esercito russo, oltre a inchieste su corruzione e violenze di Stato. Amnesty International ricorda che il suo lavoro «le costò molestie, intimidazioni e addirittura un avvelenamento». Alla fine, il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja fu assassinata a colpi di pistola dentro l’ascensore del palazzo dove abitava a Mosca. Per il delitto sono stati condannati alcuni esecutori, mentre i mandanti non sono stati definitivamente individuati. Politkovskaja è diventata il simbolo del giornalismo d’inchiesta indipendente e del prezzo pagato dalla verità in Russia.
Spostandoci invece nella ‘’grande democrazia statunitense’’ il confine tra segreto di Stato e diritto di cronaca è altrettanto controverso. Julian Assange, australiano, nel 2006 fondò WikiLeaks, piattaforma di diffusione di documenti riservati. Assange ha sempre sostenuto che il diritto dei cittadini alla verità predomina sul segreto governativo. WikiLeaks ha pubblicato milioni di file top-secret, dai cablogrammi diplomatici (oltre 250.000 documenti del 2010) ai file segreti sulle guerre in Iraq e Afghanistan. Tali pubblicazioni fecero di Assange un simbolo globale della trasparenza, ma anche un nemico giurato di molti governi, soprattutto di Washington. Dopo anni di detenzione, nel giugno 2024 Assange ha accettato un patteggiamento con il Dipartimento di Giustizia USA: si è dichiarato colpevole per un capo d’imputazione relativo all’ottenimento/divulgazione di informazioni riservate; la pena è stata considerata già scontata, consentendogli il ritorno in libertà e in patria. Resta acceso il dibattito in Occidente su come la rivelazione di condotte governative possa entrare in tensione con la sicurezza nazionale.
Infine, l’attentato terroristico del 7 gennaio 2015 a Parigi ha dimostrato che la libertà di stampa può essere messa in discussione anche in democrazia. Quel giorno due uomini armati irruppero negli uffici di Charlie Hebdo, settimanale satirico francese, aprendo il fuoco e uccidendo 12 persone, tra cui il direttore Stéphane Charbonnier, vignettisti e giornalisti. È rimasta celebre la protesta mondiale “Je suis Charlie”: l’atto criminale venne definito da Amnesty International «un agghiacciante assalto alla libertà d’espressione». Charlie Hebdo era bersagliato già in passato per aver pubblicato vignette satiriche, ma proprio per questo l’attacco è parso un avvertimento globale: anche in un Paese occidentale i giornalisti non sono immuni dalla violenza, e difendere il diritto di criticare, per quanto provocatorio, è essenziale.
In tutti questi casi – dall’Italia alla Russia, dagli Stati Uniti alla Francia – risulta chiaro che senza una stampa libera e protetta la democrazia vacilla. I giornalisti che scelgono di raccontare i fatti scomodi spesso si trovano esposti a minacce e/o violenze fisiche.
La morte di Politkovskaja, ma non solo, ricorda che in molti paesi la dissidenza paga col sangue. Il caso Assange mostra che anche il più trasparente dei Paesi può tentare di soffocare le notizie scomode dietro il velo della sicurezza nazionale, interrogando il sogno democratico dell’Occidente. In definitiva, come sottolinea il manifesto di Charlie Hebdo, la strage colpì non solo alcune persone, ma un principio fondamentale della democrazia ossia il diritto di raccontare, criticare e far riflettere senza paura di ritorsioni. È questo principio che rischia di venir meno se non tuteliamo senza riserve chi ogni giorno porta alla luce la verità.
“La prima vittima di ogni regime autoritario è la verità; la seconda è chi la racconta.”
Per questo motivo insieme a questi nomi noti, ricordiamo anche le tante colleghe e i tanti colleghi senza titoli di prima pagina – reporter locali, freelance, cronisti di giudiziaria o di guerra – che per aver sfidato poteri criminali, inerzie istituzionali o censure sono stati minacciati, incarcerati o uccisi e che troppo spesso, ingiustamente, vengono dimenticati.

