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Strage di Bologna, niente è come sembra

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Il 27 aprile 1980 chi scrive partì per una gita a Bologna. Il treno arrivò alle 10.25 di mattina. La vita è anche fato. Alla stessa ora, il 2 agosto di quell’anno, nella sala d’aspetto di seconda classe, scoppierà una bomba in quella stazione: 85 (86?) morti e più di duecento feriti.

Nel 1969 la scelta tra programmi televisivi era scarsa. Fu così che milioni di italiani guardarono, e pare con gradimento, una fiction abbastanza innovativa, “La famiglia Benvenuti”, vicende di una famiglia medio borghese: papà progettista, di idee anticonformiste, mamma casalinga un po’ frivola, un figlio adolescente e l’altro ragazzino, voce narrante dal punto di vista di un piccoletto che guarda il mondo adulto, adorato dalla fantesca ciociara del capofamiglia.

I genitori erano interpretati da due grandi dell’epoca, Enrico Maria Salerno e la sua allora compagna Valeria Valeri; meno famoso è rimasto l’interprete del primogenito Ghigo, il bel Massimo Farinelli; ma tutti avranno a ricordare per anni il bambino, impersonato dal delizioso Giusva Fioravanti, che continuerà a lavorare nel cinema per qualche tempo.

Giuseppe Valerio, detto Giusva, è nato nel 1958: dopo di lui, nel 1960, arriveranno i gemelli Cristiano e Cristina. La famiglia viveva a Guidonia Montecelio; il padre, dipendente RAI, introdusse in quell’ambiente Giusva, che iniziò come protagonista di famose pubblicità.

Quale dunque il nostro sbigottimento allorché, nel 1981, il ragazzo venne arrestato con pesanti accuse di terrorismo e, in seguito, condannato anche per la strage di Bologna, unitamente ad altri tra cui la fidanzata, poi moglie, Francesca Mambro.

Le notizie su di lui non sono sempre note e chiare. Per esempio il suo percorso scolastico è dubbio. Lui ha dichiarato di aver frequentato il liceo scientifico, ma in rete si legge che si diplomò grazie a dei corsi di recupero e che sarebbe andato per un anno a studiare negli USA, non si sa cosa e perché: forse il padre, grazie a conoscenze, cercò di allontanarlo dall’Italia per un periodo. In effetti Fioravanti senior, Mario, intervistato, ha ammesso di aver presto notato le tendenze ribelli ed eversive del figliolo, cercando inutilmente di correggerlo.

Il fatto è che in quella famiglia, andando per narrati ufficiali, il vero effervescente era Cristiano il quale, ancora alle medie, si era dato a bazzicare circoli di estrema destra; percosso mentre attacchinava in strada, avrebbe suscitato l’ira del fratello maggiore, entrato in campo inizialmente solo per difenderlo.

Ritroviamo dunque i due germani e la devota compagna di Giusva nei NAR (Nuclei armati rivoluzionari) , formazione di ultradestra autodefinitasi, nel tempo, spontaneista e non vincolata a reti terroristiche di quella matrice. Giusva, che aveva fondato il gruppo con Alessandro Alibrandi (figlio di un magistrato, morto in uno scontro a fuoco nel 1981) e diversi sodali, aveva piuttosto in mente un “arcipelago” di formazioni senza gerarchia.

Mentre Cristiano diventa collaboratore di giustizia e sarà libero con una nuova identità, Giusva e Francesca, pur ammettendo tutta una serie di crimini, negheranno sempre responsabilità in ordine a Bologna.

Questo, in sintesi, il loro curriculum penale oltre la strage:

“…Oltre agli ergastoli per omicidio e strage, la Mambro ha accumulato complessivamente 84 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina in tutto), detenzione illegale di armi, violazione di domicilio, sequestro di persona, ricettazione, falso, associazione sovversiva, violenza privata, resistenza e oltraggio, attentato per finalità terroristiche, occultamento di atti, danneggiamento, contraffazione impronte. Persone uccise da Francesca Mambro: 96. Anni effettivamente scontati in carcere: 16 (ma per gli omicidi è riconosciuto solo il “concorso morale” NDA)

Valerio Fioravanti: ergastoli per gli omicidi di Roberto Scialabba (28 febbraio 1978),  Antonio Leandri (17 dicembre 1979), Maurizio Arnesano (6 febbraio 1980), Franco Evangelista (28 maggio 1980), Mario Amato (23 giugno 1980),  Francesco Mangiameli (9 settembre 1980), Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981).

La mancata corrispondenza tra numero di ergastoli e numero di omicidi è dovuta all’applicazione del vincolo della continuazione.

Fioravanti ha inoltre accumulato complessivamente 134 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina), violazione di domicilio, sequestro di persona, detenzione illegale di armi, detenzione di stupefacenti, ricettazione, violenza privata, falso, associazione a delinquere, lesioni personali, tentata evasione, banda armata, danneggiamento, tentato omicidio (28 febbraio 1976, 15 dicembre 1976, 9 gennaio 1977, 28 febbraio 1978, 6 marzo 1978), incendio, sostituzione di persona, strage, calunnia, attentato per finalità terroristiche e di eversione.

Persone uccise da Fioravanti: 93. Anni effettivamente scontati in carcere: 18.

Tra gli accusatori di Giusva va registrato Flavio Serpieri, che indicò lui e Alessandro Alibrandi come esecutori dell’omicidio dello studente di sinistra Walter Rossi, il 30 settembre. Serpieri è tornato alla ribalta della cronaca nel 2023, presentato dai media come gestore di un equivoco night club romano, chiuso per sospetti di sfruttamento della prostituzione. ( da “stragi.it”)

I coniugi hanno sempre protestato che, visti gli innumerevoli anni di carcere loro inflitti, non avrebbero avuto problemi ad ammettere responsabilità per Bologna, ma che con quell’evento non hanno a che fare. Oggi i due collaborano con l’associazione radicale “Nessuno tocchi Caino” e hanno una figlia nata nel 2001 (lei aveva 42 anni), evidentemente concepita grazie alla semilibertà e nonostante la madre in passato avesse patito una ferita all’inguine. Secondo “Report” (2023) la figlia risulterebbe aver acquistato la casa dei due quando aveva solo un anno; si insinua che ciò sia avvenuto per sottrarre il bene alle richieste di risarcimento ( che si suppone abbia pagato lo Stato).

Essi, in interviste o deposizioni in aula, hanno sempre mostrato, soprattutto lui, capacità dialettiche ed espositive notevoli, indole sofistica, tendenza all’autoaffermazione ideologica: non fascisti, ma afascisti. Ambedue hanno avuto proficui contatti con “colleghi” di sinistra. Li ha difesi con passione Giampiero Mughini:”

“…Quanto alla sanzione pecuniaria a loro danno dei due miliardi di euro in quanto reputati colpevoli della bomba che fece una strage alla stazione di Bologna, nemmeno un istante ho mai creduto a quell’ipotesi. Mai. A differenza di molti killer che venivano dalle nostre fila, Giusva ha sempre confessato al dettaglio i suoi omicidi, così come ha sempre negato che la bomba di Bologna potesse far parte del suo delirante quadro ideale di un tempo. Da oltre dieci anni che conosco lui e sua moglie, mai una volta Giusva e Francesca hanno abbassato lo sguardo quando dico quanto fossero stati stronzi al tempo della loro giovinezza. “Certo che lo siamo stati” dice Giusva, e a differenza di non pochi gaglioffi di sinistra che sono andati ad assassinare giornalisti e magistrati alla mattina presto, e continuano a vantarsi del fatto che loro volevano “cambiare” il mondo. C’è poi, e non è una minima cosa (come hanno già sottolineato Sergio D’Elia e i suoi compagni radicali) che quella misura pecuniaria sarebbe minima cosa a compensare 85 vite, ma è una suprema offesa a quei morti innocenti ove la sentenza di colpevolezza fosse sbagliata. Se ci azzecco, come del resto mi è capitato quasi sempre, bene. Se mi sbaglio, perché verrà fuori che Giusva e Francesca quella porcata l’hanno fatta davvero, allora potrete ripetere nei secoli che sono un coglione grande così. E ammesso che ai secoli futuri interessi qualcosa di quello che noi siamo oggi. Barbadillo.it – lettera a Dagospia – 20 novembre 2014

Certamente, se non interessa chi eravamo, si può liberare uno stragista (condannato) dopo pochi anni, meno di quanti se ne sta facendo, per esempio, Sabrina Misseri. Peccato che ai nostri intellettuali le cause di cronaca comune non interessino. Essi sono sempre “oltre”, come lamentava Antonio/Nino Manfredi, nel film “C’eravamo tanto amati”; o, sempre per dirla con sue parole, “fracichi”.

La storia impostasi nel tempo ha voluto stabilire la dicotomia: terrorismo di sinistra= omicidi individuali; terrorismo di destra=  morti collettive. Nei fatti, la differenza non è sembrata così netta, ma persiste nella percezione al punto che si lancia perfino l’ipotesi del “mostro di Firenze” come strumento della “strategia della tensione”, ovviamente con contorno dei soliti depistaggi, complicità istituzionali ecc

L’idea che di “ragazzotti” come sono stati definiti per l’età in rapporto all’epoca dei fatti, potessero riuscire a ottenere documenti falsi, finanziamenti ( il terrorismo costa) svuotare arsenali, rapinare, uccidere, magari in pieno centro, anche esponenti delle forze dell’ordine, ha suscitato un mare di perplessità, per nulla dissipate.

Per l’attentato bolognese furono condannati anche Luigi Ciavardini, come esecutore materiale, e Gilberto Cavallini.

Il primo aveva scontato una pena di nove anni per l’omicidio del giudice Mario Amato; ne aveva ricevuta una a tredici anni per quello del poliziotto Franco Evangelista (non è chiaro se scontata). Per Ciavardini, minorenne all’epoca della strage, coinvolto dalle dichiarazioni di Angelo Izzo (uno dei tre del Circeo) la sentenza definitiva a trent’anni è arrivata nel 2007, ma nel 2009 l’ormai quarantacinquenne è tornato libero; nel 2024 ha ricevuto una condanna a tre anni e sette mesi per falsa testimonianza al processo a carico di Cavallini nel 2020.

Quest’ultimo, detto “ il negro” , condannato in via definitiva nel gennaio 2025, detenuto  con otto ergastoli nel carcere di Terni, è in semilibertà dal 2016 ed è stato assunto nella cooperativa sociale fondata dalla moglie di Ciavardini, anche se il beneficio, dopo la Cassazione, ora è in forse.

Prima di passare all’ultimo atto della saga giudiziaria occorre ricordare che si è stabilita l’esistenza di mandanti, individuati nel consueto intreccio tra loggia P2 e Servizi segreti, capitanato da Licio Gelli con Umberto Ortolani e altri soggetti, tutti non più in vita.

Il 6 aprile 2022 la Corte di Assise di Bologna ha condannato all’ergastolo Paolo Bellini, l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, accusato di depistaggio, a sei anni, e Domenico Catracchia, ex amministratore di condomini in via Gradoli a Roma (covo delle Brigate rosse), accusato di false informazioni al pm al fine di sviare le indagini, a quattro anni. L’8 luglio 2024 la Corte di Assise di Appello di Bologna ha confermato in secondo grado le condanne all’ergastolo per Bellini, i sei anni a Segatel, e i quattro a Catracchia.

Il primo luglio 2025 la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli imputati condannandoli in ultimo grado di giudizio per la strage di Bologna.

Chi è Paolo Bellini.

“…Nato e cresciuto a Reggio Emilia, legato alla destra di Avanguardia Nazionale, reo confesso per l’omicidio del militante di sinistra Alceste Campanile nel 1975, a lungo latitante in Brasile sotto falso nome, rientra poi in Italia per acquisire i brevetti da pilota, oltre a dedicarsi a fiorenti traffici illegali di mobili antichi e opere d’arte. Diventa poi un killer di ‘ndrangheta e, detenuto in carcere con un boss mafioso, è tra gli attori di un filone parallelo della trattativa Stato-mafia, e infine diventa collaboratore di giustizia. Era stato già indagato per la strage: la Procura Generale ha revocato il suo proscioglimento del 28 aprile 1992 a seguito dell’esibizione di un video amatoriale girato la mattina del 2 agosto alla stazione, da cui risulterebbe presente sulla banchina del primo binario poco prima dell’esplosione. Lo ha identificato la sua ex moglie, facendo venir meno il suo vecchio alibi («ci ha usati», pare abbia detto la donna in un’intercettazione). Ad aggravare la posizione di Bellini ci sono i rapporti documentati con Picciafuoco (Sergio, assolto, ora deceduto NDA), sicuramente presente alla stazione il 2 agosto, e un’intercettazione ambientale del gennaio 1996, in cui Carlo Maria Maggi (reggente di Ordine nuovo in Veneto, condannato per la Strage di Brescia) dice che la Strage di Bologna «l’hanno fatta loro» riferendosi ai NAR di Fioravanti, e fa riferimento a un «aviere» (ricordiamo la passione per il volo e il brevetto da pilota di Bellini) di cui «dicono che portava una bomba”. memoria.cultura.gov.it

Alceste Campanile, reggiano, studente del DAMS, fu ucciso  a 22 anni, nel 1975.

Ma “…Il padre di Alceste, Vittorio Campanile, ritiene che per la morte del figlio si debba, invece, indagare a sinistra e fornisce agli inquirenti elementi da approfondire: una pista porta ad esempio al sequestro dell’imprenditore milanese Carlo Saronio ad opera di un gruppo composto da estremisti di sinistra e criminali comuni. Secondo Vittorio Campanile suo figlio sarebbe stato ucciso perché a conoscenza di particolari su quella vicenda che non avrebbero dovuto trapelare. Gli accertamenti non portano a nulla. Il caso é destinato all’oblio finché nel 1999 l’estremista di destra Paolo Bellini confessa l’omicidio di Alceste Campanile. Per quel delitto viene riconosciuto colpevole nel 2007, ma la prescrizione delle aggravanti ne consente il proscioglimento…” reggioonline.com – 10 giugno 2025

Sono emerse riflessioni sul ruolo del procuratore di Bologna Ugo Sisti, assolto dall’accusa di aver omesso di denunciare Paolo Bellini per alcuni reati.

“…risulta che il discusso procuratore di Bologna Ugo Sisti, nel mese di maggio o giugno 1978 effettuò un volo su un piccolo aereo privato, partendo da Foligno, per conferire con il Ministro dell’Interno Rognoni… la circostanza che desta più scalpore è l’identità del pilota che avrebbe fatto da autista al Procuratore Sisti: Paolo Bellini. Questi in quel periodo era latitante in Italia sotto il falso nome di Roberto Da Silva. Sembra proprio che Paolo Bellini fungesse da pilota per le visite che il Procuratore di Bologna, Ugo Sisti, grande amico di Aldo Bellini, padre di Paolo Bellini e convinto avanguardista, faceva in incognito al Ministro dell’Interno”. Va considerato che Bellini non ha perso occasione di affermare di non essere un terrorista e di avere conosciuto Sisti solo come Roberto da Silva, di essere estraneo alle stragi e di essere stato un infiltrato (nella parentesi siciliana) che ha svolto il proprio compito avvertendo lo Stato dei rischi che correva, dopo le minacce fatte da Nino Gioé e i riferimenti ad un attentato alla Torre di Pisa. Soltanto i magistrati, però, potranno affermare quantomeno una verità giudiziaria accettabile”. Clessidra2021 – 11 aprile 2024

L’intercettazione in casa Maggi, ripulita, mostrerebbe che non fu detto “ figlio dell’aviere”, ammesso Bellini si potesse definire tale per la professione del padre, ma “sbaglio del corriere”; la ex moglie molti anni dopo modificò gli orari del 2 agosto. In precedenza la donna aveva fornito alibi al marito, sostenendo che erano tutti insieme in vacanza al Tonale, dopo che lui aveva prelevato lei e i figli in riviera romagnola, poi invece ricordò che il coniuge era arrivato in forte ritardo, e dunque avrebbe avuto il tempo di mollare la bomba in stazione. Il video amatoriale, miracolosamente spuntato, mostra un uomo barbuto non oggettivamente riconosci bile in Bellini.

Thomas Kram

In data 10 agosto 2007, il quotidiano comunista Il Manifesto pubblicava un articolo-intervista al noto terrorista tedesco Thomas Kram dal suggestivo titolo «Bologna, l’ultimo depistaggio» a firma Guido Ambrosino; l’autore del citato articolo, fra l’altro, scrive: «agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia dove aveva frequentato due corsi d’italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980». Proprio Kram afferma: «a Milano mi aveva invitato un’austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze». Sempre Kram aggiunge: «arrivato a Chiasso il primo agosto “alle ore 12,08 legal”… mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania». Sempre dalla medesima intervista, Kram afferma: «mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell’amica, che spiega il motivo del viaggio. L’appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna».

Raccontando cosa fece a Bologna la mattina del 2 agosto 1980, Kram afferma: «mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell’Indipendenza. Le sirene tranciavano l’aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiante di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave. Non mi avvicinai – prosegue Kram nell’intervista a Il Manifesto -. Dopo l’esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania».

Il tedesco, commentando quanto dichiarato dal noto terrorista venezuelano Carlos in due interviste (la prima rilasciata a Il Messaggero il 10 marzo del 2000 e la seconda al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), secondo il quale Kram sarebbe saltato giù dal treno pochi minuti prima che scoppiasse la bomba (al Corriere della Sera Carlos aveva specificato che quel «compagno» presente alla stazione di Bologna la mattina della strage era in effetti proprio Thomas Kram, del quale ricordava il nome), e che – come risulterebbe da un rapporto scritto dell’organizzazione dei rivoluzionari internazionalisti, della quale Carlos era a capo – costui («il compagno tedesco» )era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione), replicava testuale: «non arrivai a Bologna «pochi minuti prima dell’esplosione». Avevo non so se una borsa o una valigia, perquisita a Chiasso. Né potevo essere una vittima «predestinata» (come ha ipotizzato Carlos, aggiungendo che Kram sarebbe stato pedinato da agenti dei nostri servizi segreti, nda): nemmeno io sapevo, fino alla sera del primo agosto, che mi sarei fermato a Bologna, e non a Milano» .

Il sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti risponderà che gli accertamenti nulla hanno fatto emergere.

(Si chiede) su quali elementi e informazioni il sottosegretario Scotti abbia basato la sua risposta all’interpellanza urgente numero 2-00324 resa durante la seduta della Camera dei deputati del 25 gennaio 2007;

a che ora Kram Thomas Michael, cittadino tedesco, nato a Berlino il 18 luglio 1948, risulta – sulla base delle informazioni agli atti della pubblica sicurezza – aver varcato il confine italiano a Chiasso, la mattina del 1o agosto 1980, proveniente da Karlsruhe con treno 201;

se risulta – agli atti della pubblica sicurezza – che Kram, così come da esito della perquisizione subita la mattina del 10 agosto 1980, avesse al seguito uno o più bagagli (borse, valigie, eccetera);

a che ora Thomas Kram risulta aver preso il treno diretto 307 Chiasso-Milano, sempre il 10 agosto 1980, secondo gli atti della pubblica sicurezza (polizia di frontiera di ponte Chiasso);

a che ora del 10 agosto 1980 venne inoltrato alle competenti articolazioni del ministero dell’interno il telex predisposto dal dirigente dell’ufficio sicurezza di Chiasso Frontiera, dottor Emanuele Marotta in ordine all’arrivo di Thomas Kram in territorio italiano;

se risulti al Governo che all’epoca delle indagini sulla strage di Bologna, gli organi inquirenti ebbero modo di raccogliere le testimonianze scritte dei tassisti in servizio nei pressi della stazione ferroviaria la mattina del 2 agosto 1980 e se fra queste testimonianze vi sia qualcuno che abbia riferito, a verbale, di aver preso a bordo, quella mattina, un turista tedesco diretto al terminal delle autocorriere;

se agli atti della pubblica sicurezza risulti che Thomas Kram abbia soggiornato a Firenze il 2 agosto 1980 e i giorni seguenti;

se, più in generale, vi siano tracce di Thomas Kram a Firenze, prima e dopo la strage di Bologna;

se risultino, agli atti della pubblica sicurezza, eventuali tracce di Thomas Kram (ingressi, soggiorni, pernotti, domicilio, residenza, segnalazioni, permanenza o transito a vario titolo nei nostro territorio) in Italia tra il 2 agosto 1980 e il 4 dicembre 2006, giorno della sua costituzione alle autorità tedesche, così come riportato dalle agenzie di stampa l’11 gennaio 2007”. Interpellanza urgente 2-00766 2 ottobre 2007 – Raisi, Lamorte, Ulivi, Lo Presti, e altri.

Interpellanza urgente 2-00898 presentato da Mollicone Federico –  4 agosto 2020, seduta n. 386

“ I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:

il 23 febbraio 2006, i consulenti della Commissione Mitrokhin Gian Paolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa depositarono la «Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980», studio fondamentale di quella che nel linguaggio giornalistico verrà poi denominata la «pista palestinese» o «tedesco-palestinese»;

Nel saggio «I segreti di Bologna» l’ex giudice Rosario Priore e l’avvocato Valerio Cutonilli ipotizzano che la strage sia stata un attentato organizzato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ed eseguito materialmente dal gruppo «Separat» del terrorista Ilich Ramírez Sànchez, detto «Carlos lo Sciacallo», come ritorsione per la violazione degli accordi mai ufficializzati tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e Governo italiano, il cosiddetto «Lodo Moro», tesi proposta anche dal giornalista Silvio Leoni;…Tra gli aspetti mai chiariti della strage del 2 agosto figura anche quello della presenza a Bologna dei terroristi delle Cellule Rivoluzionarie Thomas Kram e Christa-Margot Fröhlich, appurata nel corso della prima inchiesta sulla strage e ribadita da un articolo pubblicato su Il Giornale del 6 settembre 2012, a firma del giornalista Gianmarco Chiocci; la prova dei Dna sui resti attribuiti a Maria Fresu, disposta nel recente dibattimento del processo a carico di Gilberto Cavallini, ha dimostrato che quei poveri resti non erano della Fresu, ma appartengono a persona giovane e di sesso femminile, che si trovava vicinissima alla fonte dell’esplosione, persona mai reclamata da alcun familiare e tutt’ora sconosciuta; Il corpo della Fresu risulta dunque scomparso e il reperto facciale a costei attribuito appartiene a persona ignota, non essendo attribuibile per le sue caratteristiche ad alcuna vittima conosciuta, come dimostrato dai verbali espletati dall’istituto di medicina legale dell’Università di Bologna;

Nell’agosto 1980 l’autorità giudiziaria di Bologna, nell’ambito dell’inchiesta sulla strage, chiese agli organi di polizia giudiziaria di effettuare accertamenti sui cittadini italiani e stranieri registrati negli alberghi del capoluogo emiliano nei giorni antecedenti il 2 agosto 1980;

Nel medesimo mese di agosto 1980 la Polizia segnalò la presenza, nella notte fra il 1o il 2 agosto, all’Albergo Centrale di Bologna, di Thomas Kram, estremista tedesco di sinistra appartenente alle Cellule Rivoluzionarie e legato a Carlos;

Il 20 febbraio 1981 il Capo della polizia comunicò per iscritto al questore di Bologna e al direttore del Centro Nazionale Criminalpol-direzione Interpol che i «servizi collegati» avevano accertato che «gli estremi di cui Iaramillo, Juanita e Quintana Maria erano in possesso sono stati alterati dagli stessi possessori o da altre persone»;

Il 3 agosto 1981 la Digos di Bologna trasmise al giudice istruttore Aldo Gentile una informativa dell’Ucigos che riferiva gli esiti degli accertamenti svolti sulla sedicente Iaramillo condotti tramite l’Interpol, da cui risultava che gli estremi del passaporto utilizzato dalla suddetta corrispondevano in realtà a un uomo chiamato Francisco Ignacio Jordan;

Il 25 luglio 2020 su «Reggio Report» è stata pubblicata la notizia che Aldo Gentile, primo giudice istruttore titolare delle indagini sulla strage di Bologna, in un verbale di sommarie informazioni reso nel novembre 2012, dichiarò di conoscere Abu Anzeh Saleh, il cittadino giordano di origini palestinesi responsabile dell’organizzazione clandestina del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in Italia;

dalla documentazione giudiziale non è dato conoscere se furono condotte attività investigative finalizzate a verificare la legittimità della condotta di Gentile;… in 25 anni, il nome di Thomas Kram è rimasto sepolto negli atti d’archivio della Questura di Bologna e della Polizia di Frontiera…

Dopo la ricapitalizzazione dell’estate 1977, nell’autunno dello stesso anno si dimise il direttore Piero Ottone e al suo posto subentrò alla direzione del “Corriere della Sera” il piduista Franco Di Bella, padre di Antonio Di Bella, già direttore del TG3 e poi di Rai News. Da quel momento, il quotidiano milanese fu sotto il controllo della P2. Dunque, se Gelli e Ortolani disponevano del più importante quotidiano italiano perché mai avrebbero dovuto rivolgersi al “Borghese” di Mario Tedeschi, per orchestrare la fantomatica campagna mediatica finalizzata a depistare le indagini sulla strage di Bologna?

Perché fino al 2005, né il potente “Corriere della Sera” né il modesto settimanale di Mario Tedeschi non hanno mai pubblicato il nome di Thomas Kram collegato alla strage di Bologna, pur avendo a disposizione – come immagina l’accusa – le informazioni del prefetto D’Amato? Perché costui, nella sua veste di «spia intoccabile», di alto funzionario del ministero dell’Interno non ha mai utilizzato il suo patrimonio di informazioni e conoscenze per far trapelare il nome del terrorista tedesco collegato al gruppo Carlos, presente a Bologna il giorno della strage?

Non ci fu nessuna campagna mediatica. Non ci fu nessun tentativo di deviare le indagini utilizzando la pista palestinese. Il nome di Thomas Kram venne tenuto segreto per un quarto di secolo. Nessuno ne ha mai saputo nulla, finché non è stato ritrovato il suo fascicolo con tutti i riscontri negli archivi di polizia nel luglio del 2005

Filodiritto.com – 9 febbraio 2022

Le domande poste sono interessanti; ma l’accanimento contro il prefetto Umberto D’amato (deceduto nel 1996) è intempestivo e rientra nell’abitudine ormai consolidata di accusare i morti; infatti D’Amato è poi  stato dichiarato ispiratore della strage di Bologna nel 2020 dalla procura felsinea, senza aver ovviamente potuto difendersi.

“…qualche entità dello Stato si mobilitò subito dopo la scarcerazione del giordano per sollecitare Aldo Gentile a intervenire in favore di Saleh proprio nell’ambito delle indagini che lui stava conducendo sull’attentato. Dietro le quinte di questa inquietante vicenda, in trasparenza, si intravede l’ingranaggio della ragion di Stato, del supremo interesse nazionale, che si mette in moto per regolare un qualcosa, una lite, una violazione di un accordo ed evitare la conseguente sanzione da parte di chi si sentì tradito: l’FPLP. I missili terra-aria erano di proprietà del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash e Abu Anzeh Saleh era il suo fiduciario in Italia, responsabile della loro struttura clandestina, in contatto con Carlos e il suo gruppo terroristico del quale faceva parte anche quel tedesco esperto di esplosivi di Bochum, Thomas Kram, presente in stazione al momento dell’esplosione. Il sequestro dei missili (durante un trasporto a Ortona NDA)e l’arresto del loro fiduciario costituirono la violazione di quell’accordo tra governo italiano e FPLP che va sotto il nome di Lodo Moro. L’Italia, dal punto di vista di George Habbash, aveva tradito l’accordo, non aveva mantenuto le promesse fatte, non aveva restituito i missili né aveva subito scarcerato Saleh, decapitando di fatto la rete clandestina dell’FPLP nel nostro Paese… Aldo Gentile, seppur con grande imbarazzo e difficoltà, ammette di essere stato messo al corrente dell’esistenza del Lodo Moro. Ma anche qui, l’anziano giudice istruttore in pensione non intende andare oltre, tenendo comunque a specificare che quei rapporti tra governo italiano e resistenza palestinese «non sono mai entrati nell’istruttoria nostra». Questa informazione «non ha mai fatto parte dei nostri atti».

“… ipotesi di legame tra Ustica e Bologna anteriori alla divulgazione delle carte del SISMI, per passare in rassegna, nell’ordine cinque ipotesi: 1) l’intervento di un ministro, Antonio (Toni) Bisaglia, prima occasione in cui si affaccia l’ipotesi di un legame tra i due tragici eventi del 27 giugno e del 2 agosto (Toni Bisaglia morì cadendo da uno yacht nel 1984, mai chiarite le morti del suo segretario e di suo fratello NDA); 2) il contributo di un altro uomo politico, Giuseppe Zamberletti, sul quale si innestarono anche considerazioni del prefetto Vincenzo Parisi, che indicava la Libia quale mandante di entrambe le stragi; 3) una variante sul ruolo della Libia sostenuta dallo studioso Miguel Gotor; 4) lo scenario descritto dai giudici del “processo-mandanti” di Bologna secondo il quale, dando per scontato che Ustica fosse stato un tragico errore della NATO nel corso di una battaglia, l’attentato di Bologna potrebbe essere stato uno stratagemma per dirottare l’attenzione dall’episodio del 27 giugno; 5) la pista dell’uranio, tracciata in sede giornalistica. In base a quest’analisi preliminare lo studioso contemporaneista e documentarista del Servizio Studi del Senato della Repubblica, “Dopo avere esaminato le ipotesi di un legame tra Ustica e Bologna da tempo sul tappeto [considera giunto] il momento di proporne un’altra che, a differenza delle precedenti, punta l’indice non verso uno Stato sovrano o la NATO, ma verso un’organizzazione combattente palestinese, lo FPLP di George Habbash, notoriamente votata all’esportazione del terrorismo mediorientale in area europea ed effettivamente resasi responsabile di numerosi funesti attentati… nell’ambito dell’ipotesi-bomba, l’ipotesi di una matrice palestinese sia per Ustica che per Bologna appare caratterizzata da vari e significativi punti…” ilmondonuoco. Club

Non ci addentreremo, qui, nel ginepraio delle organizzazioni palestinesi.

Francesco Pazienza ( 1946/2025), pugliese, è deceduto a Sarzana; da ultimo viveva a  Lerici, in affidamento ai servizi sociali, dopo la condanna a tredici anni per depistaggio sulla strage di Bologna (avrebbe sistemato esplosivi su un altro treno per confondere le acque). Era stato consulente del SISMI; negò di essere stato iscritto alla P2 di Licio Gelli, che oggi sappiamo aver accolto molti celebri italiani.

“…secondo Pazienza, l’amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, si incontra, nel luglio e agosto del 1980, almeno due volte con Santovito per spingerlo a non prendere di petto la Libia, che ha il tredici per cento delle azioni Fiat. Nel primo incontro, del luglio 1980, la Fiat vuole che si restituisca subito a Muhammar Gheddafi il Mig libico caduto sulla Sila. Il secondo incontro tra Romiti e Santovito accade, sempre secondo Pazienza, dopo la strage di Bologna…” stragi80.it – 1/8/2020

Nel film “Romanzo criminale”, regia di Michele Placido, si allude vagamente a un possibile ruolo dell’immarcescibile, ma mai veramente esistita, Banda della Magliana

Tutte le informazioni sono contenute in documenti della Stasi e in atti desecretati. Gli studi su tali documenti sono in progress. Tra le novità emerse a titolo di possibilità c’è quella di un errore di valutazione di chi piazzò l’esplosivo, che era poco: per risultanze peritali, stava infatti in una valigetta e i morti furono soprattutto dovuti al crollo del soffitto; indagini esplosivistiche hanno trovato affinità del materiale con altro di attentati diversi. La targa con scritto “vittime del terrorismo fascista” fu apposta nel primo anniversario, prima di qualunque sentenza.

Nel 2010, nel libro-intervista “Un uomo d’onore” scritto dal giornalista Enrico Bellavia, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ha affermato l’innocenza di Calò e Cercola e di aver saputo da un suo ex compagno di cella, il terrorista palestinese Nizar Hindawi, che il reale responsabile della strage del Rapido 904 fu l’organizzazione terroristica di Ilich Ramírez Sánchez, meglio conosciuto come Comandante Carlos o Carlos lo Sciacallo.

Questo excursus, a titolo di riassunto di tipo bignamico, mostra in quale clima gli ex giovani boomer siano vissuti, in fondo molto più inquietante di quello attuale, frastornati da notizie, rivelazioni, scoop, opposti estremismi e resa dei conti perenne post bellica. Ognuno potrà approfondire, se non lo ha già fatto, ma, oggi, le considerazioni approssimative sono sconsigliabili: non è più tempo di slogan.

Carmen Gueye

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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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