Piazza Fontana, double cross

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Il 12 dicembre 1969 era una giornata plumbea, a Genova. La televisione stava in cucina. Quando passarono le immagini della strage di piazza Fontana mia nonna, che in quel periodo viveva con noi, assunse un’espressione che non ho mai dimenticato. Lei, che aveva vissuto la prima guerra mondiale con il fidanzato ragazzo del ‘99 spedito su qualche montagna del nord, e la seconda, con gli aerei americani che schizzavano in cielo e tanti parenti e amici dispersi in Russia, Grecia, Africa, pensava di invecchiare con un minimo di serenità; non capiva quel sangue, non eravamo più in guerra.

Per noi bambini, invece, il telegiornale, che scandiva le serate dopo la TV dei ragazzi e poco d’altro nei magri palinsesti del primo e secondo canale RAI, era ormai quasi soltanto dedicato al Vietnam: americani e Vietcong, visioni (in bianco e nero) di paludi e fitte foreste, i nostri inviati intenti a raccontare quel che accadeva e noi che ci chiedevamo come facessero, se intorno infuriava la battaglia. E Gianni Morandi che cantava “C’era un ragazzo…”.

D’altronde non esisteva tutta la cronaca di oggi a riempire le giornate; gli stessi rotocalchi si dedicavano più allo spettacolo che a delitti e tragedie, ancora relativamente scarsi. Il 1968 faceva sempre parlare, con la sua scia di rivolte giovanili, mentre di là dall’oceano i ribelli senza causa si riunivano a Woodstock per giornate di sesso droga e rock and roll. Nel 1969 l’estate era stata funestata da due brutte storie: il rapimento della ragazzina piemontese Maria Teresa Novara, stuprata e morta dopo l’agonia nella botola di una cascina; e la cosiddetta “strage di Bel Air” in cui l’attrice Sharon Tate, moglie incinta del regista Roman Polanski, e i suoi amici, erano stati massacrati da una banda di hippy satanisti capeggiati da Charles Manson. Per richiamare l’idea di “strage” in Italia bisognava riandare a Portella della Ginestra il primo maggio 1947, quando il bandito Salvatore Giuliano e un gruppo di suoi sodali avevano sparato sulla folla riunita per la festa del lavoro, provocando morti e feriti.

La vicenda di Giuliano, tuttora controversa, rimasta a mezzo tra indipendentismo siciliano, rivolta anticomunista e lotta tra fazioni mafiose, registra il primo collaboratore di giustizia del dopoguerra, il suo vice Gaspare Pisciotta, che se ne disse perfino killer a nome di una banda di notabili tra cui il padre dell’odierno presidente Mattarella (tutto smentito da sentenze).

Dopo un quarantennio parleranno di Giuliano i super pentiti Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo definendolo uomo d’onore grazie a informazioni che avrebbero ricevuto: curioso, visto che il primo nel 1947, diciannovenne, delinqueva a Palermo, e impicciava a Torino e in Argentina, e poco aveva a che fare con le zone di Giuliano, mentre il secondo era un bambino di sette anni.

Gli anni cinquanta e sessanta trascorsero in una relativa tranquillità, mentre cresceva il benessere e si affermava il cosiddetto “consumismo”: che poi altro non era che qualche vestito in più, una gita fuori porta con la 600 o l’850 che la Fiat elargiva al popolo, e lo show del sabato sera, un’elemosina oggi trattata come una scervellata ordalia edonista.

In questo quadro, che si andava infoschendo per le rivendicazioni sindacali durante l’ “autunno caldo”, e  accendendo sotto le spinte libertarie per svincolarsi da una cappa clericale sulla popolazione, che di fatto deprecava il libero amore e considerava uno scandalo convivenze e figli fuori dal matrimonio, l’Italia avanzava un poco più a fatica, ma ancora in progress: la legge sul divorzio sarebbe stata approvata l’anno dopo; e quello dopo ancora uscirà la 1204, sui congedi di maternità, per facilitare la compatibilità tra lavoro femminile e desiderio di famiglia. Nel 1968 era stata abolita ogni attenuante per il cosiddetto delitto d’onore, che rendeva possibili sconti di pena in caso di omicidio della moglie fedifraga, ai mariti perlopiù siculi: un fenomeno enfatizzato dai media e dalla cinematografia, in testa il film “ Divorzio all’italiana” di Pietro Germi. In quell’estate si era sperimentato il nuovo esame di maturità “abbreviato”, che da provvisorio divenne definitivo per molti decenni a venire, democratizzando l’accesso all’università, non più riservato ai liceali benestanti.

In definitiva tirava un’aria “di sinistra”, favorita dalle tessiture di politici come Aldo Moro, le sue aperture ai socialisti e altre vicende che abbiamo accennato nel nostro articolo https://secolo-trentino.com/2025/09/28/aldo-moro-e-quegli-anni/

Tale tendenza, per i partiti dell’arco costituzionale, costituiva motivo di contesa, più di facciata che reale. Il PCI acquisiva elettori grazie ai moti operai, l’MSI denunciava la corruzione del sistema, la Democrazia Cristiana, nemico comune, si poneva come ago della bilancia per il mantenimento dello status quo; poi c’erano i partitini che si barcamenavano, e qualcuno dei minori, come DP, PSIUP o i radicali, in antagonismo perpetuo.

In questo magma, prossimo a diventare marasma, non sembrava esserci consapevolezza dei sommovimenti universitari, a margine delle fabbriche, tra le élite intellettuali. O, se c’era, tutto veniva tenuto nascosto a una popolazione non ancora perfettamente alfabetizzata, con vaste aree a impronta agricola e l’immigrazione da sud a nord ancora in corso, masse attirate dal sogno del progresso.

Così, mentre tra Torino, Trento, Milano, Genova, la bassa emiliana e Roma si agitavano forze post partigiane composte da ex studenti, operai e qualche figlio di papà ribelle, giovani decisi a sovvertire la torpida serenità dell’odiata borghesia; all’altro estremo, sospesi tra il nostalgico e il desiderio di rivalsa per la sottomissione dell’Italia ai poteri forti demopluto, altri sentimenti, uguali e contrari, animavano frange meno organizzate, non operaiste e più eterogenee, in arrivo dalle professioni, dal giornalismo minore, dalla burocrazia, da centro e nord-est , o in uscita dalla destra costituzionale ritenuta troppo morbida, con lo stesso scopo e qualche simpatia in più nelle sfere statali. Ciò che balza all’occhio è la sostanziale assenza del sud, tranne irrilevanti sostegni, in questa battaglia contro lo Stato e tra opposti estremismi. L’industria da una parte, i grandi poli universitari dall’altra, dettavano legge sia all’interno del capitalismo, che nella formazione di chi diceva di osteggiarlo.

Il 1968 era stato costellato di attentati, uno perfino sulla porta di casa del questore di Milano, tutti rivendicati da sedicenti gruppi anarchici e libertari. Il 1969 si rivelò annus horribilis, anche se la gente cantava “Lisa dagli occhi blu” di Mario Tessuto.

La Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano il venerdì restava aperta fino al tardo pomeriggio, per consentire le contrattazioni del settore tra i convenuti da varie parti della Lombardia: un mondo che sapeva d’arcaico, dove la terra e il bestiame rappresentavano una ricchezza gelosamente conservata e i frutti del lavoro venivano esportati in mezzo mondo, nella loro autenticità, prima della globalizzazione. L’esplosione del 12 dicembre poteva essere stata ideata per un momento in cui la banca sarebbe stata vuota, anche perché le analisi sul timer (un orologio Ruhla ritenuto non tra i più affidabili) si sono sprecate, senza arrivare a conclusione certa. Il libro “ Il segreto di piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli” e il film “Romanzo di una strage” del regista Marco Tullio Giordana adombrano la tesi della doppia bomba: un ordigno dimostrativo, che un timer avrebbe dovuto far scoppiare a banca chiusa, e un’altra bomba invece a miccia, piazzata (ad insaputa del primo attentatore) per provocare vittime. E se la procura di Milano, nel 2012, ha escluso questa ipotesi, suggerita da un alto militare, gli eventi successivi sulla strage di Bologna hanno mostrato che, in campo esplosivistico, negli anni gli errori di valutazione non sono mancati.

I periti affermarono che l’esplosivo utilizzato nella banca di Piazza Fontana era la gelignite, quasi 7 Kg., compresso in una scatola di metallo ( cassette utilizzate solitamente per custodire valori).  La gelignite è un esplosivo particolarmente delicato da usare e da trasportare; veniva fabbricato alla fine dell’ottocento e  impiegato normalmente in operazioni sottomarine; composta in gran parte da nitroglicerina, ha una potenza superiore alla dinamite e al Tnt (trinitrotoluene), e – dopo la sua esplosione – lascia nell’aria un odore accentuato di mandorle amare, che molti riferirono di aver percepito immediatamente dopo la deflagrazione.

Il particolare della delicatezza nell’uso e trasporto, tuttavia, non è secondario: il solo fatto di portarselo appresso per la città esponeva al rischio di diventare involontario kamikaze.

Secondo il giudice Guido Salvini il timer poteva essere stato nascosto in una delle proprietà del possidente altoatesino Cristano De Eccher, già parlamentare PDL (eletto nel 2008,  noto come recordman di presenze in parlamento) e con vari incarichi nella politica locale. Tra i sostenitori di questa tesi c’è Angelo Izzo, il che la depotenzia non poco.

Quanto accadde si può ricostruire partendo da quel buco sotto un tavolo dove, alle 16.37 di una buia e declinante giornata quasi invernale, era scoppiato l’ordigno, e da quelle povere vittime a terra, alcune (13) già morte, altre smembrate, quattro che spireranno successivamente, ma nessuno potrà dare certezze sulla persona che portò la valigetta col suo carico mortale. Oggi può apparire strano che nessuno, nella folla, si sia accorto di un figuro che mollava una borsa sotto il ripiano in uso ai clienti, ma è spiegabile con la mancanza di un clima di allarme che scatterà solo negli anni a venire.

Le indagini si indirizzarono verso un settore né partito né movimento, ovvero l’arcipelago degli anarchici, frastagliato, certamente a latere della sinistra, ma situato molto lontano da essa, dai suoi schemi, dalla sua rigidità. Furono convocati anche estremisti di destra, ma al momento non apparvero d’interesse. Pochi mesi prima, il 25 aprile, erano esplose alcune bombe alla stazione centrale e alla fiera campionaria di Milano (19 feriti), e nel mirino pare fosse finito Giuseppe “Pino” Pinelli. Qualche minuto prima dell’esplosione, un altro ordigno venne rinvenuto nella sede della Banca Commerciale di piazza della Scala, sempre a Milano, ma fu fatto brillare dagli artificieri. Tra le 16.55 e le 17.30, altre tre esplosioni si verificarono a Roma: una, all’interno della Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio; altre due, sull’Altare della Patria di piazza Venezia. Queste ultime provocarono feriti e danni.

Si agì anche in ambito ferroviario. Nella notte tra l’8 e il 9 agosto erano esplosi otto ordigni collocati in diversi treni, provocando complessivamente dodici feriti e gravi danni ai convogli. Altre due bombe saranno ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e di Venezia Santa Lucia. Gli attentati sui treni interessarono diversi tratti della rete ferroviaria nazionale, tra cui la Trieste-Domodossola, la Trieste-Roma, la Venezia-Milano, la Pescara-Roma e la Roma-Lecce. Pinelli viaggiò in treno tra l’8 e il 10 agosto, soggiornando brevemente a Roma e faceva il capo squadra manovratore in ferrovia, circostanze che non lo agevolarono.

Pinelli, classe 1928, giovanissimo partigiano, poi entrato nelle FS, coltivava alti ideali e conduceva il circolo “Ponte della Ghisolfa”, poi sciolto dalle autorità, ma da lui ricreato poco lontano dalla prima sede; aveva conosciuto la moglie Licia (scomparsa nel 2024) a un corso di esperanto, particolare curioso. L’esperanto era stato ideato come lingua comune per favorire la comunicazione tra popoli, un’idea dei tempi in cui l’abbattimento delle barriere tra gli individui sembrava un primario obiettivo, peraltro presto tramontato. In occasione di quei primi sospetti su di lui, l’attivista aveva conosciuto il commissario di Polizia Luigi Calabresi.

Luigi, nato nel 1937, era un prestante romano, devoto cattolico di stampo gesuita, spedito subito a Milano dopo aver vinto il concorso in Polizia, a occuparsi dell’ufficio politico, la futura DIGOS. Per agevolare le sue indagini, e su invito dei militanti, lo avevano inviato a un campeggio di studi anarchici nel comasco, dove appunto aveva incontrato Pinelli. I due si erano scambiati un regalo in libri: “ Mille milioni di uomini”, diario di viaggio di Enrico Emanuelli, da Luigi- e dal suo dirigente Antonino  Allegra – a Giuseppe, mentre questi aveva ricambiato con “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Pinelli era solito recarsi in questura per chiedere i permessi in occasione di manifestazioni.

Ambedue erano padri di famiglia. Pinelli da Licia aveva avuto due figlie; Luigi, da bravo cattolico, sposatosi in quell’anno, avrà subito due bambini e, nel 1972 la moglie, l’insegnante elementare Gemma Capra, era in attesa del terzo.

Giuseppe e Lica Pinelli con le figlie

Luigi Calabresi e Gemma (oggi coniugata Milite) il giorno delle nozze

In questo clima di fair play Pinelli entrò in questura la sera del 12 dicembre 1969, con la sua motoretta, seguendo l’auto di servizio su cui viaggiava il commissario; il 15 dicembre, in teoria scaduti i termini di fermo, era ancora sotto interrogatorio – parzialmente informale – allorché cadde dalla finestra del quarto piano, morendo poco dopo all’ospedale. Sul prolungamento dei termini di fermo il questore Marcello Guida avrà a dichiarare, in conferenza stampa, che era stata autorizzata una proroga.  Guida è stato attaccato per trascorsi fascisti: la sua generazione vi ha vissuto e lavorato, se non si è opposta viene automaticamente condannata.

Il primo interrogativo su Pinelli riguarda  “…la posizione giuridica della sua persona (libera o fermata o sequestrata dalla polizia), tra le ore 18:30 di venerdì 12 dicembre (momento di incontro con il commissario Calabresi e di informale invito a recarsi negli uffici della questura di Milano) e le ore 23:57 di lunedì 15 dicembre (momento di percezione, da parte del giornalista Aldo Palumbo dell’Unità, della caduta del corpo del fermato al suolo del cortile). Si legge infatti che secondo norma (di allora) la prima fase della coercizione imposta al Pinelli era assolutamente al di fuori delle norme allora vigenti per il fermo cautelare previsto dall’art. 238 del codice di rito, risalente al guardasigilli Rocco. La polizia giudiziaria, nell’applicare questo provvedimento ad un indagato, doveva rispettare i seguenti presupposti e adempimenti: gravi indizi su un delitto punito con l’ergastolo; pericolo della sua fuga; immediata notizia al P.M. del giorno e dell’ora del provvedimento; immediato interrogatorio e immediato trasferimento nel carcere giudiziario; comunicazione, entro 48 ore, al P.M. dei motivi del fermo e dell’esito delle indagini Il P.M., entro 48 ore da questa comunicazione, doveva convalidare o prorogare su richiesta della polizia, il provvedimento limitativo della libertà. Secondo i giuristi la limitazione della libertà di Pinelli avvenne con l’informale invito di Calabresi, alle 18,30 del 12 dicembre, di recarsi in questura per un controllo, senza alcun cenno di indizi; non esisteva pericolo di fuga; non si trovarono registrazioni di fermo né immediate notifiche, mentre il primo interrogatorio  fu effettuato alle 3:00 del 13 dicembre 1969; inoltre, in sostituzione del trasferimento nel carcere giudiziario,  avvenne l’ingresso in camera di sicurezza della questura. L’ufficializzazione della restrizione della libertà personale avvenne alle ore 10:00 del 14 dicembre 1969, quando fu redatto il verbale di fermo e ne fu data comunicazione al P.M…” da rivistacriticadeldiritto.it

Si ricade in una fattispecie deprecabile, ma nient’affatto rara per i tempi, di una convocazione soft (Calabresi, Allegra e Pinelli si conoscevano bene al punto da scambiarsi omaggi), trasformatasi in interrogatorio senza garanzie – comunque inferiori a quelle oggi previste – poiché durante le “conversazioni” era subentrato un elemento nuovo, ovvero la segnalazione di Pietro Valpreda come possibile dinamitardo di piazza Fontana. Alle 18.30 Pinelli fu invitato ad andare in questura, si può partire da circa le 19: perché il suo legale non intervenne? L’ingresso in camera di sicurezza deve essere stato solo virtuale, tutti videro Pinelli sempre fuori e metterlo in carcere sarebbe stato forse più penalizzante per lui.

In questura avevano radunato presunti sospettabili di tutti i tipi, compresi sbandati e clochard. Giuseppe fu trattenuto, storicamente, per la mancanza di un alibi solido, e questo è il primo punto rimasto nella nebbia. Pinelli dichiarò di essere tornato a casa per pranzo, per poi uscire e recarsi al solito bar tabacchi di via Morgantini, dove aveva consumato un caffè con Nino Sottosanti, che poi se n’era andato, e giocato a carte con sodali di “scala  quaranta”. Le testimonianze dei presenti non furono sempre concordi, anche se la maggioranza propendeva per la presenza, qualcuno non era sicuro dell’orario, mentre il proprietario, cogestore con i figli, si mise decisamente di traverso dichiarando che sicuramente l’uomo non c’era. Forse fu un errore, da parte di Pinelli, tacere del fatto che a pranzo da lui c’era stato anche  Sottosanti (1928/2004), anarchico nato nella Slovenia italianizzata, da famiglia di piazza Armerina, Enna.  (dato tratto da iskrae.eu, ottobre 2014 – che ricostruisce, su voci, la storia delle reciproche infiltrazioni dx/sx, in un ginepraio inestricabile). Una delle “colpe” attribuite a Nino era quella di essere figlio di un maestro elementare siciliano, trasferito nella Slovenia italianizzata dopo la prima guerra mondiale, per convertire ( con violenza, afferma il sito) gli abitanti all’uso della lingua italiana.

In un’informativa dell’8 gennaio 1971 Sottosanti viene considerato un sosia di Valpreda, nonché ennesimo fascista infiltrato, in realtà fornitore di un alibi a metà a Pino, che avrebbe a suo dire lasciato al bar alle 15. La stessa vedova Pinelli riteneva eccentrica quella sosta al bar, per motivi opposti, ritenendo che il marito non si fosse mosso verso il centro con Sottosanti perché al corrente di qualcosa di pesante sul punto di accadere, ma naturalmente attribuendolo alla destra, con cui Pinelli non voleva essere coinvolto. Se davvero Pinelli, come affermava la moglie, sapeva di qualcosa nell’aria, il fermo in questura avrebbe avuto la sua ragion d’essere e Pino doveva immaginare cosa gli avrebbero chiesto.

E’ improbabile che l’alibi fosse stato chiesto solo a Pinelli, visto che il 15 dicembre era presente anche un altro fermato, Lello Valitutti, membro di “Azione rivoluzionaria” il quale avrà a dire: “Ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui (Calabresi) era in quella stanza. Dopo circa un’ora che lui era in quella stanza, che c’era Pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate”.

La questione è rimasta in sospeso, tra racconti ostili alla Polizia (quasi tutti) e altri più distaccati. D’altronde il racconto di Valitutti è compatibile con la caduta di Pinelli, che fu immediatamente seguita da trambusto, esclamazioni e richieste di soccorso e lui stesso non sa indicare con esattezza l’ora.

Ancora Valitutti:

Domenica pomeriggio ho parlato con Pino e con Eliane (l’ anarchica franceseEliane Vincileoni NDA) e Pino mi ha detto che facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi ha anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all’ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti tutti il giorno nella stessa stanza, quella del caffè e abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto: “Pino, perché ce l’hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “Si, ce l’hanno con me”… Dopo un po’, penso verso le 11:30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si è gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli; mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio”.  da Piazza Fontana, un libro, un film di Adriano Sofri, pagg. 128-129)

Seguendo un rigoroso criterio di indagine storica il riferito di una sola persona non può essere ritenuto valido tout court, né tanto meno valgono le opinioni o le supposizioni. D’altro canto, secondo Valitutti, lo stesso Pinelli avrebbe ammesso che ce l’avevano con lui, non con altri, evidentemente come depositario di informazioni importanti su Valpreda, perché suoi compagni di fede, pure in stato di fermo, non vennero pressati più che tanto. Mentre era in questura Pino ebbe modo di fare diverse cose: consegnò la tredicesima, 91.000 lire, prelevata in ufficio la mattina, alla propria madre; parlò al telefono con la moglie, raccomandandole di dire in ufficio che era trattenuto in questura (contro il consiglio di Calabresi che aveva suggerito di darsi malato), perché desiderava dire la verità, ma pure temeva che la visita fiscale gli avrebbe causato problemi col lavoro, che comunque temeva di perdere. Pare che fino a quel momento nessun collega, e nemmeno molti avventori del bar da lui frequentato, sapessero del suo impegno nei circoli anarchici – il che appare strano, ma risulta da verbali.

Un’accusa feroce, fondata ma non si sa in che percentuale, riguarda la professoressa piemontese Rosemma Zublena, che insegnava francese a Rescaldina, nel milanese. Innamoratasi di un anarchico di vent’anni più giovane, Paolo Braschi, venne fatta oggetto di lazzi anche anonimi e replicò con lo stesso metodo, facendosi però scoprire. Abbandonata dal ragazzo, si dice abbia cercato vendetta rivelando a Calabresi dettagli sugli attentati del 25 aprile alla Fiera e alla stazione di Milano, a suo dire appresi da Braschi. La vicenda non è chiarita tuttora, ma ebbe un seguito.

“Dopo le bombe scoppiate il 25 aprile allo stand della Fiat alla Fiera campionaria e all’Ufficio cambi della Stazione Centrale di Milano le indagini si concentrarono su due gruppi di anarchici in particolare. Il primo aveva come punto di riferimento Giorgio Cesarano, poeta di 41 anni che durante la guerra si era arruolato nella X Mas, e che poi, scampato ad una fucilazione partigiana, era entrato nel PCI venendone in seguito espulso. L’anarchico aveva poi fatto il giornalista per “L’Unità” e “Il Tempo”. Insieme a lui c’erano Gianroberto Gallieri, Franco Bertoli e Giuseppe Fallisi. Nelle perquisizioni fatte nell’ufficio di Cesarano, in via Meravigli, era stata trovata una relazione su tre fogli contenente alcune considerazioni sul Movimento studentesco e sulle sue recenti manifestazioni, un elenco di nomi comprendenti, fra gli altri, i membri del suo gruppo, e un disegno tipografico della zona circostante la sede del Corriere della Sera, vicino all’ufficio. Sul retro di uno di questi era stata vergata a mano la scritta “A Fiera Campionaria bum!!!”. Tutti erano stati quindi portati a San Vittore. Il secondo nucleo di indagati aveva gravitato invece attorno alla coppia Corradini-Vincileoni, di “Materialismo e Libertà”. Del loro giro facevano parte Paolo Braschi, Angelo Pietro Della Savia e Paolo Faccioli. Arrestati a Livorno e Pisa, Braschi e Faccioli erano stati trasferiti a Milano per gli interrogatori il 28 aprile, dopo essere stati sentiti dalle locali Questure. Nelle prime indagini vennero fermati e interrogati anche Pietro Valpreda, che faceva parte del cosiddetto gruppo degli Iconoclasti insieme a Steve e Cap, soprannomi con cui erano conosciuti Leonardo Claps e Aniello D’Errico. L’alibi dei tre per il 25 aprile resse. Il perito Teonesto Cerri invece riuscì a trovare un collegamento tra 28 ordigni scoppiati tra il 1968 e il 1969. Gli ordigni non erano tutti identici, ma ognuno aveva sempre una caratteristica in comune con alcune delle altre bombe. Braschi e Della Savia furono inoltre accusati del furto di esplosivo da una cava nella bergamasca. Rosemma Zublena, insegnante di francese in una scuola media di Rescaldina, infiltrata dell’Ufficio Politico, confidente di Allegra e Calabresi e amica della coppia Corradini-Vincileoni, denunciò falsamente tutto il gruppo di anarchici per gli attentati, aggiungendo agli indagati anche Tito Pulsinelli, Giangiacomo Feltrinelli, Sibilla Melega, Clara Mazzanti e Giuseppe Norscia.

Il 24 luglio 1970 vennero rinviati a giudizio Angelo Pietro Della Savia, Paolo Braschi, Tito Pulsinelli, Paolo Faccioli, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti, in stato di detenzione ed accusati dei reati di associazione per delinquere, strage pubblica, intimidazione per mezzo di materiale esplodente, furto, detenzione e fabbricazione di ordigni esplosivi. Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega vengono invece processati per il reato di falsa testimonianza. Con la sentenza-ordinanza veniva inoltre dichiarato di non potersi procedere nei confronti di Giovanni Corradini ed Eliane Vincileoni per insufficienza di prove in ordine a tutte le imputazioni. I due vennero salvati dall’alibi fornito dall’editore Giangiacomo Feltrinelli e da sua moglie Sibilla Melega. Caddero anche le accuse nei confronti di Della Savia e di Faccioli per le imputazioni di lesioni volontarie lievi e danneggiamento per estinzione dei reati a causa dell’amnistia, e per l’attentato alla Montedison per non aver commesso il fatto. 

Il 28 maggio 1971 la Corte di Assise di Milano condannò per gli attentati del 1968 e 1969 Paolo Braschi a complessivi 6 anni e 10 mesi di reclusione e 460.000 lire di multa per i reati di detenzione di esplosivo, fabbricazione di ordigni, possesso di esplosivi, attentato continuato; Angelo Pietro Della Savia a complessivi 8 anni di reclusione e 450.000 lire di multa per i reati di detenzione di esplosivo, fabbricazione di ordigni, attentato continuato, e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni; Paolo Faccioli a 3 anni, 6 mesi, 20 giorni e al pagamento di 140.000 lire di multa per i reati di trasporto in luogo pubblico di esplosivi. Vennero invece assolti Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia, Clara Mazzanti, Giangiacomo Feltrinelli, Sibilla Melega. A Paolo Braschi vennero attribuiti gli attentati di Livorno, al Palazzo di Giustizia, e di Genova, al Palazzo della Meridiana, mentre a Della Savia i tre attentati a Roma, al Palazzo di Giustizia, al Senato e al Ministero dell’Istruzione, e quello milanese alla Banca d’Italia.

Il 7 aprile 1976 la Corte di Assise d’Appello di Milano ridusse la pena di tutti gli imputati che erano stati condannati in Assise: Della Savia venne condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione e 300.000 lire di multa; Braschi a 3 anni, 2 mesi e 290.000 lire di multa; Faccioli a 1 anno, 4 mesi e 140.000 lire di più.

Il 02 dicembre 1977 la Corte di Cassazione dichiarò inammissibile il ricorso di Della Savia e rigettò i ricorsi di Braschi e Faccioli, condannando i ricorrenti a pagare in solido 100.000 lire ciascuno. Il processo andò a sovrapporsi alle indagini e alle inchieste sulla strage di piazza Fontana, il cui processo di Catanzaro sarebbe cominciato a breve, con imputati Freda e Ventura per gli attentati del 25 aprile 1969”. Archivioflamigni.org

Dunque la Zublena sembrava aver confidato fatti in parte veri: qui si tratta di fiducia o meno nelle sentenze.

Secondo il futuro condannato per l’omicidio Calabresi, Adriano Sofri:

riguardo “..la notizia… dell’arrivo da Roma alla questura milanese di un manipolo di funzionari dell’Ufficio Affari Riservati – “fra i 10 e i 15” – guidati dal vice di Federico Umberto D’Amato, Silvano Russomanno. Costoro presero da subito il comando pieno dell’indagine, direttamente sopra il capo dell’Ufficio politico, Antonino Allegra, e il giovane commissario dell’ufficio politico addetto all’estrema sinistra e agli anarchici, Luigi Calabresi. Questa dirompente notizia è diventata pubblica per la prima volta nel 2013, quando l’anarchico Enrico Maltini, fondatore della Croce Nera (organizzazione per l’abolizione del carcere NDA), che dal 15 dicembre del 1969 non aveva mai smesso di dedicarsi a Pinelli (è morto nel marzo del 2016) e Gabriele Fuga, avvocato penalista, pubblicarono un libretto intitolato “E a finestra c’è la morti” (Zero in condotta), ripubblicato poi, rivisto e arricchito di nuovi documenti, nel 2016, col titolo “Pinelli. La finestra è ancora aperta” (ed. Colibrì)…

Sofri è voce schierata per ovvie ragioni. La sua affermazione su questi convenuti da Roma, ripresa in rete, ormai è virale: anche fosse stato, vista l’emergenza, non sarebbe apparso strano l’arrivo di alti funzionari da Roma, pur se nessuno ha detto di averli visti, nemmeno i giornalisti. Sull’assenza di documenti, di cui egli parla in brani troppo lunghi da riportare, rimaniamo scettici, per la personale conoscenza della situazione degli archivi di deposito.

Emerge anche il cosiddetto “ club di Berna”, descritto come una realtà di fatto; esso sarebbe, in estrema sintesi, un’ accolita di spie sioniste, secondo una versione complottista, da molti ripresa.

Particolarmente significativo (…) è un appunto che D’Amato scrisse nel febbraio del 1969, a margine di una riunione del Club di Berna interamente incentrata su un’analisi dell’azione dei nascenti movimenti di estrema sinistra. Secondo D’Amato, infatti, durante la riunione il rappresentante della polizia tedesca avrebbe sostenuto che, “almeno all’origine”, nello sviluppo dei gruppi extraparlamentari di sinistra, vi sarebbe stata l’azione occulta di “qualche servizio segreto americano [non l’Fbi, ha precisato il delegato tedesco, facendo con questo una pesante allusione alla Cia], che ha finanziato elementi estremisti in campo studentesco” . Clarissa.it.wp.2020

Umberto D’Amato (1919/1996) era un prefetto, considerato spia e tessitore di trame, ispiratore della strage di Bologna secondo una sentenza del 2020, accusa da cui naturalmente non poté difendersi.

Chi ha letto il verbale di interrogatorio di “Pino” Pinelli riporta fosse incentrato sui suoi rapporti con un altro anarchico, Pietro Valpreda e sul temperamento iracondo di costui, che gli aveva alienato simpatie anche all’interno dei suoi stessi ambienti.

Valpreda (1932 o 1933/2002), milanese, figlio di due baristi, una sorella minore, trascorse l’infanzia con il nonno materno; alla sua morte, tornò in famiglia, poi si alloggiò dalla prozia Rachele, sorella della nonna materna. Dopo le medie dai Barnabiti, si trasferì dai nonni, venendo influenzato soprattutto dalle idee politiche del nonno Paolo; nei circoli ricreativi di sinistra si appassionò al ballo. Mentre faceva l’operaio in un’officina di argenteria, iniziò a prendere lezioni di danza, unendosi poi a varie compagnie (si dice Walter Chari, Dapporto, Wanda Osiris, Don Lurio) con tour anche all’estero, fino in Libia. Svolse il servizio di leva presso il 114° reggimento di fanteria a Gorizia e a Palmanova. Finito il militare, fu arrestato per rapina a mano armata commesso da minorenne, scontando venti mesi di carcere (Fini – Barbieri, 1972, p. 16); in seguito tornò alla danza, con un intervallo di carcerazione di dieci giorni per traffico di sigarette.

“…da Giulio Cesare Locati, 39 anni, militare che nel 1955 arrestò personalmente Valpreda per rapina a mano armata si apprende che questi faceva parte del plotone “pionieri” del sottotenente Michele Cicero, quindi esperto di esplosivi e sistemi di innesco. Nel successivo confronto tra Cicero e Valpreda le dichiarazioni sono contrastanti: se il primo racconta della dimestichezza dell’imputato con la dinamite e col tritolo, il secondo dichiara di non sapere nulla di esplosivi”.danzaeballettomagazine.com

La sua competenza negli esplosivi è controversa, ma in fondo non è centrale: lo si accusava di aver posto la bomba, non necessariamente di averla fabbricata.

Negli anni sessanta Valpreda incontrò Pinelli e si diede alla causa anarchica, anche perché il morbo di Buerger, patologia infiammatoria degli arti inferiori, iniziava a limitarne pesantemente l’attività tersicorea.

In un contributo apparso nel primo numero del Bollettino degli iconoclasti (Terra e libertà, 21 marzo 1969), Valpreda proclamava, tra l’altro: “Altri attentati seguiranno…La Polizia brancola nel vuoto. I borghesi tremano. La coscienza popolare comincia a risvegliarsi e i botti aumentano!!» (Morando, 2019, p. 64). Il testo terminava con un’invettiva contro il papa Paolo VI, che gli valse l’accusa di vilipendio a capo di Stato straniero. E ancora: “ Centinaia di giovani sono pronti a organizzarsi per riprendere il posto di nemici dello Stato e gridare né dio né padrone, con la dinamite di Ravachol, con il pugnale di Caserio, con la pistola di Bresci, con il mitra di Bonnot, le bombe di Filippi e di Henry. Tremate, borghesi! Ravachol è risorto”. Ravachol era un anarchico francese ottocentesco.

Qualche mese dopo, in un’ intervista al settimanale Ciao 2001 (Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo, 19 novembre 1969), Valpreda però avrebbe preso le distanze dalle azioni dinamitarde: una resipiscenza molto tempestiva, a ridosso di piazza Fontana.

Avvertendo il fiato sul collo della Polizia, Pietro nel 1969 si era trasferito a Roma con un collega ballerino, riuscendo a lavorare anche in RAI; prese contatto con il gruppo anarchico Bakunin di via Baccina, a partire dal quale, insieme ad altri giovani militanti, fondò il circolo 22 marzo. Era a Roma quando fu convocato in questura a Milano, con la scusa di accertamenti per le frasi contro il papa (versione non univoca).

Al centro delle accuse contro di lui per piazza Fontana c’era la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi. Secondo Indro Montanelli, Rolandi non additò immediatamente Valpreda, ma si presentò in questura per segnalare di aver caricato in piazza Beccaria un uomo con una borsa in vinilpelle, lasciandolo davanti alla Banca dell’Agricoltura e poi ripreso per portarlo poco lontano, in via Albricci, precisamente nei momenti dell’attentato; e lo avrebbe riconosciuto in un album. E’ quindi ipotizzabile che Pinelli sia stato pressato affinché parlasse di Valpreda, soprattutto dopo l’intervento di Rolandi; diversamente, sarebbe stato lasciato andare come gli altri, magari con l’avviso di tenersi a disposizione. Secondo altri, Rolandi fornì un identikit. Ci fu poi un confronto all’americana e il tassista confermò. Molti hanno messo in dubbio questo riconoscimento poiché all’uomo sarebbe stata mostrata prima una fotografia dell’indiziato: ma poiché un inquinamento del genere è avvenuto in molti casi, e con più certezze che in questo, lo diamo per prassi. La foto era del 1966 e Rolandi precisò che il soggetto da lui visto era più magro, un dimagrimento in effetti avvenuto; quanto al tragitto in taxi anziché a piedi, emerse che Valpreda, per la sua patologia, camminava male e malvolentieri.

C’è anche un’altra versione: “ …Il tassista ha confidato tutto ciò a un cliente, quest’ultimo ha avvertito i carabinieri, il Rolandi ha nuovamente ripetuto il suo racconto ai militari…” didaweb.net

Valpreda ricevette un alibi dalla famosa prozia Rachele Torri. Sentiamo un altro sito a suo favore

Effettivamente il ballerino era arrivato a Milano da Roma venerdì 12 dicembre alle 7.00, doveva essere interrogato in tribunale a causa dei volantini che aveva stampato contro papa Paolo VI. Era andato subito a casa della prozia Rachele Torri, in via Orsini. Alle 12.00 si era recato allo studio dell’avvocato Mariani per discutere dei volantini. Alle 13.30 Valpreda torna alla casa di via Orsini, si sente stanco, Rachele Torri gli prova la temperatura: ha 38 di febbre; secondo la prozia”. inx.iiscremona.edu – gennaio 2020.

Ora, a parte il fatto che la tempistica tra tribunale e avvocato non è chiara, Valpreda non era un bimbo e si poteva misurare la febbre da sé: il racconto è favolistico. Anche se, a confermare un certo infantilismo, a dire dell’avvocato Mariani” “lunedì 15 dicembre intorno alle 10 si presenta a Palazzo di giustizia con nonna Olimpia, un’arzilla 88enne”.

La mattina del 15 dicembre, circa le ore 5,30, mi recai in via Orsini per rintracciare il Valpreda. Bussammo alla porta ove vi era la targhetta Valpreda-Torri, ci venne ad aprire una signora anziana che ci disse che Piero non c’era. Aggiunse che era arrivato da Roma, ma il mattino dopo se ne era andato, affermando che si sarebbe recato presso una sua amica e che comunque, avremmo potuto rintracciarlo nella stessa mattinata, presso il dottor Amati al Palazzo di Giustizia…”. Dichiarazioni al Giudice Istruttore Ernesto Cudillo, dai brigadieri Mainardi e Cusano dell’Ufficio Politico della questura di Milano, e dal brigadiere dei carabinieri Di Maiuta.

Dice ancora l’avvocato Mariani:” L’appuntamento con il giudice viene fissato dunque per sabato 13. Così vidi per la prima volta Valpreda il giorno della strage. Venne in studio verso mezzogiorno dopo aver viaggiato tutta la notte con la sua 500 ed era febbricitante..” ilgiorno.it – 13 dicembre 2019. Infine Pietro doveva essere dal giudice il 12 o il 13? Poi pare che tutto sia saltato al 15 per l’assenza del magistrato…

Valpreda al momento del fermo dichiarava di trovarsi a Roma… Un mese dopo appare un articolo che sembra invertire la rotta: a Milano, e ad affermarlo è Valpreda stesso, c’è un sosia dell’imputato, tale Gino Liverani, anarchico ed esperto di micce e detonatori. La tesi non viene però presa in considerazione, né dalle autorità né tantomeno dalla stampa. Anzi, a far crollare l’alibi del Valpreda sono le testimonianze di sei colleghi di spettacolo che affermano di averlo visto a Roma il giorno dopo la strage. Gli zii però continuano a giurare che egli fosse a Milano malato… nella sua autobiografia “Passo dopo passo”. Carla Fracci ammette di aver visto Pietro Valpreda, lì per chiederle un lavoro, il giorno precedente alla strage negli studi della Rai in Via Teulada a Roma…”(danzaeballettomagazine.com).

Valpreda fu arrestato a Roma il 16 dicembre, pertanto avrebbe dovuto ripartire a razzo dopo l’interrogatorio da Amati del 15, se si muoveva sempre con la 500. Si dice fosse a Roma per essere interrogato sugli attentati precedenti, ma dove fosse il 12 dicembre non si è mai appurato con certezza. Si legge solo che l’11 dicembre, il giorno prima della strage di piazza Fontana, tale agente Ippolito aveva segnalato alla polizia la partenza sospetta di Valpreda per Milano, circostanza che non collide con una sua presenza a Roma fino all’11, il suo arrivo a Milano (qui confermerebbe la prozia) per poi ripartire, un andirivieni affannoso, non del tutto spiegabile. Pietro vuole stornare i sospetti accusando un altro presunto sosia, condotta non cristallina.

Intervenne poi tale Ermanna Ughetto, ballerina di spettacoli sexy col nome di Ermanna River, che disse di essere stata in compagnia di Valpreda a Roma il 13 sera, testimonianza screditata dai siti valprediani (per partito preso, perché poteva anche essere a discarico), facendo leva sui ricatti che la buoncostume avrebbe rivolto nei confronti della donna. Bisognerebbe consigliare, a tutti, di leggersi la storia delle testimonianze in cronaca, per verificare quante volte i teste siano stati poco sereni, per usare un eufemismo. I testimoni contro Valpreda sono sempre tristi figuri; quelli a favore? Secondo i pro Valpreda, sono quelli del teatro Ambra Iovinelli di Roma, che l’avrebbero vista con Pietro molti giorni prima del 12 dicembre, ma le due circostanze non sono in contrasto. Visti i suoi frenetici spostamenti, può aver fatto entrambe le cose.

Quanto al sosia, nella furia difensiva di tutti i media da allora ad oggi, alla fine si propendeva per Antonio Sottosanti, l’altro sodale anarchico, a Milano il 12 dicembre per una testimonianza a favore di un compagno,  il citato Tito Pulsinelli, che le testate pro Valpreda insinuano in relazione omosessuale con Sottosanti ( niente politically correct qui).

Pinelli rimborsò la trasferta con un assegno, ma i detrattori accusano Nino di essere il solito infiltrato fascista tra gli anarchici, e di non avere un alibi quel pomeriggio, in cui sarebbe andato a cambiare l’assegno in banca. E’ curioso come il garantismo si trasformi ipso facto in giustizialismo se non si parla di Valpreda e si sia subito ponti a mettere in discussione gli alibi altrui. Quanto agli infiltrati, pare, a sentire le campane pro  Valpreda, che i veri anarchici, nei circoli, fossero una minoranza, gli altri tutti spie dei fasci. Ecco alcune notiziole allusive su Sottosanti:

Dopo essere stato abbandonato dalla moglie per fare la ballerina in un night club, verso la fine degli anni Cinquanta, Sottosanti si arruola nella Legione Straniera col nome di Alfredo Solanti e viene spedito in Algeria, inquadrato nell’Equipe Reinsegnement Action, il servizio segreto della Legione. Dopo il suo rientro in Italia, nel 1966 Sottosanti diventa segretario della sezione milanese di Nuova Repubblica, il movimento politico conservatore fondato da Randolfo Pacciardi; ma è sul finire di quel decennio che Sottosanti si avvicina prima all’area nazimaoista di Lotta di Popolo, poi al mondo anarchico del capoluogo lombardo dove ben presto conosce uno dei suoi leader, il ferroviere Giuseppe Pinelli….” Da nazionalpopolare70

Benché se ne parli poco, va detto che con Pietro Valpreda furono coinvolti, con l’imputazione di associazione a delinquere e concorso in strage, altri cinque ragazzi del circolo “22 marzo”: Roberto Mander, 17 anni, studente, figlio di un direttore d’orchestra; Emilio Borghese, 18 anni, figlio di un alto magistrato; Roberto Gargamelli, 19 anni, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro dove era scoppiata una delle bombe;  Emilio Bagnoli, 24 anni, studente d’architettura. Solo del sesto imputato si parlerà a lungo, il romano Mario Merlino, all’epoca venticinquenne, ritenuto un nazimaoista, destrorso attratto dall’anarchismo, definito infiltrato lui pure, con alibi fornitogli dal neofascista Stefano Delle Chiaie –di cui diremo – tramite l’informatore Stefano Serpieri che poi cercò di inguaiare Merlino: a riprova che fondare testi di sudio con pretese storiche su documenti dei servizi (allora SID) è un esercizio di stile, lontano dalla verità.

Da sx Merlino, Gargamelli, Valpreda

Poiché si scatenarono ondate di indignazione, sia contro Valpreda che, dall’altro versante, contro Rolandi,  questi, per allontanarsi dall’atmosfera arroventata, si trasferì a Corsico per gestire un chiosco bar, ma resse poco e morì  d’infarto il 16 luglio 1971, senza poter quindi testimoniare ai processi; ma fu sentito una volta, prima del decesso, dal giudice istruttore, confermando le precedenti dichiarazioni. I siti valprediani si sono incaricati di screditare Rolandi, dandolo per alcolizzato.

Il quadro, dunque, si fa subito molto scenico. L’opinione pubblica vuole servito in fretta un colpevole ( grave infezione che coglie le indagini ancora oggi); Pinelli sembra l’uomo giusto per rivelare ciò che sa su molti collegamenti tra cellule anarcoidi, ma non parla.

E’ evidente che Pinelli serviva vivo e non c’era alcun interesse a buttarlo di sotto, ritrovandosi un morto in casa con tutte le prevedibili conseguenze; e qui non interessano intemerate contro gli ACAB, né, al contrario, la difesa a prescindere di istituzioni tutt’altro che cristalline ancora oggi. E’ragionevole pensare che il ferroviere non volesse piegarsi a delazioni, a nessun costo, pertanto si affaccia un primo motivo di sconforto, probabile in un uomo che inseguiva utopie, tutto d’un pezzo, non disposto a piegarsi, pur se di temperamento sereno.

Calabresi veniva ormai platealmente accusato dai media di essere il killer di Pinelli e querelò Pio Baldelli, direttore di Lotta Continua. Durante il processo emersero alcuni aspetti. Pare dunque che, poco prima del volo letale, fosse stata portata nella stanza dove si trovava il ferroviere, per confrontarla con i materiali trovati sul luogo dell’attentato, una cassetta portavalori di metallo, identica a quella utilizzata per la strage e per il fallito attentato alla Banca commerciale, come testimoniato dall’unico carabiniere presente, il capitano Savino Lograno, indicato come appartenente ai servizi. Né lui né il brigadiere Pietro Mucilli, presente dopo un sopralluogo nella fabbrica produttrice delle cassette di quel tipo, la Cesare Parma di Lainate, furono sentiti nell’ambito delle indagini sulla strage, almeno finché era possibile farlo, vero: ma è scontato che ogni loro affermazione sarebbe stata bersagliata da accuse di “sbirraglia”, ciò che si legge spesso in giro.  La cassetta avrebbe potuto rappresentare un momento di svolta: Pinelli doveva dire se ne aveva viste di simili o meno e  aveva intenzione di non farsi scappare mezza parola: era in arrivo il trasferimento in carcere, in caso di ostinato mutismo, circostanza che egli certamente paventava.

La stanza di Calabresi era piccola per ospitare una folla, ma in questura succede, e non tutti erano presenti insieme; si alternavano, oltre a Lograno e Mucilli, i brigadieri di polizia Caracuta, D’Alessandro e Mainardi – questi aveva offerto forse l’ultima sigaretta a Pinelli -, il brigadiere dei carabinieri Calì Giuseppe, l’appuntato dei carabinieri Del Giglio, il tenente dell’Arma Attilio Sarti. La sala stampa era piena di giornalisti, tra i quali la pasionaria Camilla Cederna: sarebbe stato mai il caso di scaraventare giù una persona sotto interrogatorio, di cui stava parlando tutta Italia? Pinelli era già stato interrogato dal dottor Antonio Pagnozzi , cui diede il cambio Calabresi. Verbale dichiarazioni Pinelli:

Mi sono recato a Roma la sera dell’8 agosto con il treno delle 23.30 ‘per. portare al mio amico Ivo Della Savia materiale per la costruzione dl lampade stile “Liberty”. Giunto nella Capitale fui accolto alla stazione dal Della Savia che mi accompagnò al suo negozio, sito nei pressi di Piazza di Spagna, ove mi incontrai con Pietro Valpreda. Successivamente mi recai a pranzo dal dottor Aldo Rossi nella sua abitazione di Via Col della Porretta n.5, in compagnia di  Della Savia. Avevamo iniziato quando giunse Pietro Valpreda con due suoi amici di cui non ricordo il nome….La sera Valpreda con i due suoi amici ci lasciò mentre io e il Della Savia rimanemmo ancora nella casa del dottor Rossi . In precedenza c’eravamo dati appuntamento con il Valpreda per il giorno dopo alle ore 8.30 davanti all’altare della patria per recarci tutti insieme al mare. Il mattino successivo abbiamo atteso inutilmente l’arrivo del Valpreda al luogo dell’appuntamento… come abbiamo saputo dopo, il Valpreda era stato fermato dalla polizia il mattino stesso per indagini in merito agli attentati sui treni (non accertato NDA). Siamo così tornati a casa del dott. Aldo Rossi dove siamo rimasti a pranzo. La sera stessa ho fatto ritorno a Milano. Ho incontrato di nuovo Pietro Valpreda ed il suo giovane amico con i capelli castano chiaro sopra descritto a Milano. Costoro erano giunti in questa città per solidarizzare con l’anarchico Michele Camiolo, che in quel momento stava attuando uno sciopero della fame davanti alla Camera Lavoro. E fu in questa località che io li incontrai, non ricordo più se la sera del 7 o la sera dell’8 ottobre scorso. Posso solo dire che erano da poco giunti a Milano. Fu in quell’occasione che dissi a Valpreda che non lo stimo in quanto, nella zona di Brera, avevo raccolto delle voci abbastanza strane che lo davano come autore di vari attentati in quanto lui stesso si era vantato della cosa. Il Valpreda negò di essersi vantato e disse di essere venuto a Milano anche per sfatare queste dicerie. Un altro incontro con il Valpreda l’ho avuto al convegno svoltosi a Empoli i 2 novembre scorso e anche in questa circostanza posso dire che lo stesso era in compagnia con il ragazzo con i capelli castano chiari. Dopo il convegno anarchico i partecipanti, in numero di circa 50, andarono a mangiare assieme in una trattoria sita nel corso della stazione. Facemmo un’unica tavolata ed io mi misi a fianco di un compagno di Pisa, professore, che scrive sull’Internazionale, mentre Pietro Valpreda si sedette accanto ad Umberto Del Grande ed al suo amico romano.  Durante il pranzo Valpreda mi rivolse il saluto a cui io non risposi giustificando questo mio rifiuto col fatto che non tenevo alla mia amicizia. Indispettito, mi lanciò una saliera che non mi colpì. Da allora non ho più visto il Valpreda ed ignoro che egli fosse presente a Milano nei giorni precedenti all’attentato. Non ho altro da aggiungere.” Verbale firmato da Pinelli, Calabresi e Caracuta.

Traspare qualche allusione non benevola di Pinelli nei confronti di Valpreda. Benché Calabresi avesse tentato il saltafosso, dicendo a Pinelli che Pietro aveva “cantato”, Pinelli, dopo un attimo di smarrimento, in cui disse circa “E’ la morte dell’anarchismo!”, si riebbe e non cascò nel tranello; ma che potesse sentirsi afflitto, in un secondo tempo, per le critiche a Valpreda, è probabile, in base al suo carattere così come viene descritto, un idealista fiducioso nelle sorti della sua ideologia e negli attivisti. Ivo Della Savia, catturato nel 1973 in Germania, rivendicava la sua appartenenza a catene terroristiche internazionali, tanto che Valpreda gli fece una chiamata di correo rimasta senza seguito.

Saltiamo il discorso sui vetrini delle lampade trovate in casa di anarchici, poiché lo staff di Valpreda ha pronte risposte anche su quelle, che avrebbero girato in mano alla Polizia, quindi, ovviamente, consegnate da un informatore. Ribadiamo: tra infiltrati e informatori, gli anarchici non dovevano essere più di una decina.

Secondo la moglie di Pinelli, anche lei e le bambine dovevano andare a Roma, ma rinunciarono per il caldo, cosicché egli si fermò solo un giorno. Tutta la vicenda è appena incongrua, anche volendo seguire il resoconto del ferroviere. Pinelli va a Roma nel torrido agosto per consegnare della lega di stagno per lampade liberty, che si suppone l’amico artigiano potesse trovare in capitale senza scomodare Pino da Milano. Lì si trova anche Valpreda con il fedele e sconosciuto amico “capellone” e dovrebbero andare tutti al mare, ma Pietro e l’altro per qualche ragione non si presentano. Si suppone che Pinelli, dopo una gita marina (saltata non per suo volere) difficilmente sarebbe tornato a Roma in nottata, come poi fece, quindi forse il programma era un altro: e anche un appuntamento all’altare della patria risulta strambo. Sta di fatto che quella notte scoppiano bombe su treni in partenza da Roma.

Secondo altri fermati, Pinelli aveva trascorso quei tre giorni facendo parole crociate, leggiucchiando quello che trovava – un libro giallo, un opuscolo su automobili – e soprattutto fumando. Un testimone: “Mi colpì il fatto che il pavimento davanti a lui fosse cosparso di cenere di sigarette”.

Il brig. Carlo Mainardi, interrogato a due riprese: “Io ero all’impiedi all’angolo sinistro della finestra per chi la guarda e ad un certo punto gli ho chiesto se si potevano avere notizie sulla composizione dei treni. In quel momento il Pinelli si trovava tra la scrivania e la finestra. Alle mie parole ha detto: ‘faccia come vuole’, o altre parole dello stesso significato e improvvisamente, con uno scatto fulmineo ha aperto il battente sinistro, buttandosi di sotto. Non ricordo se egli, quando si è buttato avesse ancora la sigaretta o l’avesse già buttata di sotto”.

Le versioni a confronto, anche con Lograno, Caracuta e Mucilli, non sempre sono congruenti, concordando però tutte sul fatto che Panessa abbia cercato di trattenere Pinelli; nondimeno non ci sarebbe stato il tempo di concordarle. La conferenza stampa convocata dal questore Guida si rese necessaria immediatamente e, senza preparazione, si fornì una versione arrembata, su prime impressioni. L’autista di Calabresi, Oronzo Perrone, dichiarò al suo capo che aveva già visto Pinelli, in precedenza, avvicinarsi alla finestra in modo sospetto e lo aveva diffidato dal farlo, ma non parlò in termini di tentato suicidio. Chi accusa di omessa custodia dovrebbe spiegare: sarebbe stato meglio legarlo, come hanno fatto i carabinieri che arrestarono uno dei ragazzi americani condannati per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, nel 2019? Per poi magari essere accusati di torture? Ricordiamo che dall’autopsia, non contestata dai Pinelli, non sono emersi segni di violenze. Si è fatto del sarcasmo sui termini utilizzati, tra scatto, balzo, tuffo, ma la cronaca in generale non manca di autodefenestramenti improvvisi in presenza d’altri. La finestra era aperta per far uscire il fumo, che immaginiamo stagnare pesantemente.

Il discorso è semplice. Stare in una stanza poliziesca sotto interrogatorio è antipatico anche se ti offrono caffè e cornetti, figuriamoci in quelle condizioni, nel 1969, con la pressione governativa per trovare uno stragista. Guardie e ladri, metaforicamente intesi, si parlano da sempre, anche se, fino a quel momento, non sapevamo si scambiassero libri e cortesie. Sapevamo, sì, che in antichi tempi i funzionari della vecchia guardia ricevevano una corte dei miracoli tra meretrici, lenoni, falsari, truffatori e travestiti, col pretesto di trovare informatori non si sa quanto volontari o ricattati; meno conoscevamo sul trattare i fermati politici, di solito più spocchiosi e preparati, che richiedono maggiori riguardi. Pinelli, uomo umile, fece sicuramente in tempo a nominare un avvocato di fiducia, ma non sappiamo perché non lo abbia fatto subito, forse per non aggravare la sua posizione mettendosi subito sulle difensive.

Infine Calabresi, c’era o non c’era? Il dirigente dell’ufficio politico dichiarò: “Quando successe il fatto, e cioè il tuffo dalla finestra, del Pinelli, il Calabresi era appena entrato nel mio ufficio portandomi copia del verbale. Entrambi sentimmo delle voci concitate seguite da un tonfo. È stata questione di un secondo…”

E sia, quel termine “tuffo” non sarà stato dei più felici. Meglio lancio? Non è una questione lessicale e Calabresi non avrebbe certo scagliato un confidente dalla finestra: perché Pinelli, se non era un informatore, era “in confidenza” con Calabresi, visti i loro pregressi.

Fu il giudice Gerardo D’ambrosio a sentenziare il “malore attivo”, ovvero una perdita di coscienza in prossimità della finestra, poiché nella seconda autopsia si sarebbe trovata una traccia ovolare in genere derivante da un’ischemia: gli si è mai chiesto conto di questo?

Altra sanguinosa accusa, da parte di Sofri e soci, riguarda la presunta indifferenza di Calabresi, che non si sarebbe precipitato di sotto a soccorrere Pinelli: ma se ha dichiarato di non esserci stato, il resto è consequenziale. Molti altri erano già accorsi e pare che Calabresi non sia stato nemmeno il solo a chiamare un’ambulanza, sovrapponendosi ad altri. Se poi non si vuole credere a ciò che ha detto, ogni suo gesto può essere messo in discussione. Se lo si vuole torturatore, magari con un ghigno dopo aver spinto Pino dabbasso, colpevole anche di non essersi recato all’ospedale ( per trovare un morto, visto che il decesso seguì di lì a poco) si continui pure: nulla potrà cambiare un convincimento subito rappresosi come latte rancido e oggi sedimentatosi dopo decenni di accuse. 0.04 del 15 novembre 1969: da allora il giornalismo italiano coniò il termine “pinellare” e non c’è stata più storia.

Tanto più che D’Ambrosio, forse per farsi perdonare dagli anarchici la sua tesi di malore attivo, scrisse parole in verità non attinenti una sentenza: “

Dall’attento e critico esame degli atti processuali emerge che, subito dopo la precipitazione, ci furono da parte dei presenti reazioni di sgomento dovute non tanto a sentimenti di pietà verso il Pinelli quanto a considerazioni più o meno conscie delle conseguenze negative personali che da quell’episodio potevano loro derivare. Ne sono prova evidente la circostanza che il dott. Allegra e lo stesso dott. Calabresi non si preoccuparono di precipitarsi nel cortile e di accertare le condizioni di salute del Pinelli… ma di avvertire il Questore.

Cioè esattamente quello che spettava loro fare…

Sofri:

“…Giornalisti presenti quella notte, Cederna e Stajano, sottolineano ambedue la strana mancanza di drammaticità nell’atmosfera dell’incontro col Questore e i suoi subordinati, e anzi, aggiungono con la stessa parola, quasi «un’euforia». (Stajano: «La noncuranza e la levità dei toni usati dai funzionari di polizia, l’atmosfera di normalità o meglio di sottile euforia». E Cederna: «Un’atmosfera rilassata, anzi quasi euforica… Il questore e i suoi […] se al testimone di quella notte è consentito un superficiale giudizio, si comportavano senza un moto di amarezza o di dolore per la morte di un uomo»). Nello spettacolo di Dario Fo il Matto che ha preso i panni del giudice-Ispettore Generale dice: «E sapete la ragione principale del perché la gente non vi crede? Perché la vostra versione dei fatti, oltre che strampalata, manca di umanità. Non c’è mai un momento di commozione… nessuno di voi che si lasci mai andare… che sbrachi… magari che rida, pianga… canti!… La gente vi saprebbe perdonare tutte le contraddizioni in cui siete caduti ad ogni piè sospinto, se in cambio, dietro a questi impacci, riuscisse a intravedere un cuore…”

Fidarsi di Camilla Cederna, viste le calunnie di cui si renderà protagonista in seguito, è difficile. Quanto allo stimatissimo premio Nobel Dario Fo, l’ex republichino saltato a sinistra, pensare che un dirigente, pubblico o privato che sia, debba sbracarsi o cantare come a teatro, è affermazione che si commenta da sé. Per questo la carriera dirigenziale a molti non piace: si ride poco.

Naturalmente Sofri dà una lettura sibillina dei firmatari della lettera aperta contro Luigi Calabresi.

“…La rete è piena di siti che ricordano o riportano la sfilza di nomi celebri di quei firmatari. Quasi sempre l’effetto dell’elenco è così abbagliante che fa omettere il testo dell’appello, e più spesso ancora la circostanza che lo motivò. Non si trattava affatto della prima raccolta di firme in quella vicenda, ma di un’ennesima. Pochi giorni prima, il 27 maggio 1971, la Corte d’Appello di Milano aveva accolto l’istanza di ricusazione, e tolto il processo alla Corte presieduta dal giudice Biotti. Il querelante otteneva così di interrompere il processo, alla vigilia della riesumazione della salma di Pinelli, e vicino alla sentenza. Un’opinione pubblica sempre più convinta, dopo un anno e mezzo, che la versione della polizia mentisse e che l’innocente Pinelli non si fosse suicidato, riceveva ora una clamorosa doppia notizia: che la magistratura accreditava il più spinto dei sospetti, e contemporaneamente impediva di fare giustizia. Leggilo ora, in quella luce, il testo dell’appello:

«Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di un’odiosa coercizione…”

Ricusare un giudice non solo è possibile, ma in certi casi sarebbe doveroso: non si capisce perché più spesso non sia stato fatto, in casi di cronaca nei quali incompatibilità e inettitudine sono stati palesi. Calabresi si avvalse di quella facoltà. Ma all’intellettuale, quello che “sfrutta come paravento la congiura dell’isolamento”, come cantava Alberto Radius, che marciscano in carcere probabili innocenti vittime di errori giudiziari (per esempio, un Bossetti) non interessa, se non c’è il contorno dello schieramento politico o dell’ideologia. Che Calabresi portasse tale responsabilità era da stabilire in tribunale, ma ancora oggi l’opinione pubblica è (stata) abituata a non onorare le sentenze di assoluzione.

Continua Sofri: “ Sono state dette tante cose sensate sulla corrività, la leggerezza e perfino la fatuità di appelli e raccolte di firme. Cose giuste, giusti avvertimenti per la prossima volta in cui ti si chieda di mettere una firma in calce a qualcosa. Eppure penso che quella volta le firme fossero date con una speciale adesione e responsabilità. Con il senso di un dovere morale e civile. Riletto tanto più tardi, quel catalogo di Persone Molto Importanti può sembrare un concorso presenzialista, una esibizione di arroganza della fama e del prestigio. Ma fu allora una manifestazione coraggiosa… chi scorra la lista di nomi sa che troppi ce ne sono che nessuna mondana catena di amicizie avrebbe facilmente estorto. Primo Levi e Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta e Pierre Carniti, Federico Fellini e Vittorio Gorresio, Luciano Bianciardi e Cesare Musatti, Angelo Maria Ripellino e Gregor von Rezzori, Bruno Trentin e Mario Soldati. ..”

A noi non sembra la conseguenza di una catena di amicizie (excusatio non petita…), ma un accrocco di personaggi poco informati, colpevolmente, vista la levatura. Concorso presenzialista, esibizione? Lui l’ha detto…

E saltiamo a pié pari la polemica che sfiora il burlesco tra Sofri che chiede scusa (umanamente, non giudizialmente) ai Calabresi e Norberto Bobbio (uno dei firmatari contro Calabresi, a suo tempo divenuto docente universitario grazie agli appoggi del quadrumviro fascista Emilio De Bono), che finge di inalberarsi perché lo si accusa di non averlo fatto. ( Brani tratti da Tecalibri.info lanottechepinelli.info)

Il presidente della corte del processo intentato da Calabresi, Carlo Biotti, che aveva ordinato la riesumazione della salma di Pinelli, ricusato, fu poi processato per aver rivelato le sue convinzioni prima della sentenza, accusa corroborata dalla sua stretta di mano a un imputato, e poi assolto. Oggi può sembrare strano che un magistrato vada in giudizio, ma è accaduto e forse dovrebbe accadere più spesso, di fronte a stupri della procedura penale che passano sotto silenzio.

Ci pensò D’Ambrosio a far riesumare, con gli esiti di cui s’è detto.  La vedova di Pinelli ha sostenuto che il marito, colpito malamente dai poliziotti, fosse stato scaraventato dalla finestra per paura delle conseguenze; e costruì una strana teoria secondo la quale Calabresi era stato ucciso per coprire i superiori responsabili. La nuova versione andrebbe incontro alla pacificazione con la vedova Calabresi del 2009, davanti al presidente della Repubblica Napolitano, ma ha ben poca sostanza, a meno di non sposare tesi ultracomplottiste: che a volte, inspiegabilmente, piacciono a chi di solito deride i complotti.

Nel 1972 accaddero due fatti che, nel bene o nel male, sigilleranno per sempre vecchie ipotesi investigative.

Il 14 marzo morì, fulminato da un traliccio, l’editore milanese Giangiacomo Feltrinelli, quarantasei anni. Figlio di imprenditori miliardari e giovanissimo simpatizzante fascista, fu convertito al verbo comunista e, naturalmente, anche a finanziarlo. Non alieno da avvalersi di privilegi altoborghesi (come tre divorzi all’estero fatti omologare in Italia, dove il divorzio ancora non esisteva), editore di classici come il dottor Zivago e diario in Bolivia, tratto da scritti di Che Guevara, fu accusato di non pagare diritti d’autore e d’immagine. A un certo punto Giangiacomo si era fitto in capo di fare della Sardegna la base per una rivoluzione in stile cubano, con l’aiuto del banditismo sardo allora rappresentato da Graziano Mesina; sventato il piano dai servizi, egli virò sul terrorismo rosso e adottò, diffondendola, la definizione di strategia della tensione (apparsa in un articolo di Leslie Finner, sull’Observer del 7 dicembre 1969, secondo altri il 14 dicembre), per girare le accuse sulla strage di piazza Fontana in capo a organismi statali occulti, in accordo con settori dell’intelligence inglese.

Sempre intento a organizzare gruppi clandestini per la lotta armata (pare avesse fornito l’arma per l’omicidio di un diplomatico boliviano in Germania, ritenuto coinvolto nell’uccisione di Che Guevara), un giorno decise di agire in proprio, mettendo una bomba in un traliccio di Segrate, ma saltò in aria. Il suo gesto ricevette solidarietà da vari personaggi, da Renato Curcio, capo delle Brigate Rosse, a Leo Valiani; personaggi vari, come Camilla Cederna, erano convinti fosse stato un omicidio, tesi portata avanti ancora negli anni duemila, accusando neofascisti  travestiti da ex partigiani presenti in loco (soprattutto un certo Gunther, vero nome Ernesto Grassi o Berardino Andreola, e citando una registrazione andata persa); Cossiga dichiarò che l’editore voleva togliere la corrente elettrica al congresso del PCI. Sul luogo dell’incidente per le prime indagini era arrivato Luigi Calabresi. Tra le stranezze che riguardano l’editore c’ è una scatola di esplosivi in cui vennero ritrovati ammennicoli utilizzati dalle modelle, quale era al tempo la moglie in carica, Sibilla Melega, di cui si è detto per un alibi fornito a degli anarchici e preso per buono dagli inquirenti: segno che Feltrinelli doveva godere di alcune protezioni.

 Il 17 maggio 1972 Calabresi venne assassinato a colpi di pistola accanto alla sua utilitaria, mentre si recava a lavoro. Le indagini languirono e non si trovarono colpevoli, finché un certo Leonardo Marino, che gestiva un chiosco di frittelle a Castelnuovo Magra (La Spezia), nel 1988 dichiarò di essere stato l’autore materiale insieme a Ovidio Bompressi, indicando come mandanti Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. Ne seguirono condanne, messe in discussione non solo dagli interessati, sempre dichiaratisi innocenti (Sofri è diventato un pensatore acclamato proprio dopo le accuse), ma altresì dall’opinione pubblica e dai media progressisti: Marino è l’unico “pentito” a cui non si crede.

Secondo Oreste Scalzone, leader di Potere Operaio e Autonomia Operaia (organizzazioni mai dirette da operai) la bomba a piazza Fontana poteva essere stata collocata proprio da Feltrinelli. Questi, interrogato in procura sugli attentati anarchici, era andato via da Milano e forse dall’Italia già il 5 dicembre, forse ospite del leader di FPLP palestinese George Abbash ( un nome ricorrente nelle vicende italiane). Vari studi e relazioni hanno ipotizzato che alcuni esponenti del PCI conoscessero i nomi degli autori dell’attentato e che Calabresi avesse acquisito, attraverso contatti con informatori, robuste conferme alla pista anarchica senza escludere che lo stesso Pinelli, così in confidenza col commissario, avesse rilasciato qualche informazione non verbalizzata, venendo tormentato da rimorsi.

Valpreda, presto accusato con feroci parole da molti media, a iniziare dal corrispondente RAI Bruno Vespa, mentre Giorgio Bocca lo paragonò a Lee Harvey Oswald, l’assassino del presidente Kennedy, fu scagionato molti anni dopo, non senza molti interrogativi. Grazie a lui fu emanata una legge sui termini di custodia cautelare.  Pietro divenne scrittore e simpatizzò per la nascente Lega Nord. Una fuga di notizie dal Corriere della Sera, nel 1997, impedì di utilizzare residui testimoni come Enrico Rovelli, nel frattempo manager di famosi cantanti. Il Corriere però ha rilanciato con un’intervista pubblicata l’8 marzo 2024 a Rovelli, raccolta da Roberto Rizzo:

Ero un attivista anarchico…Conoscevo Calabresi perché era il vicedirigente della Digos e seguiva gli anarchici. Per aprire un locale servivano i permessi, diciamo che fu una sorta di ricatto. Tu mi dai delle informazioni, io ti faccio avere le licenze. Ma notizie vere non ne ho mai date, se lo avessi fatto oggi non sarei qui a raccontarlo. Comunque sì, nell’area anarchica milanese eravamo in due a tenere rapporti con Calabresi: io e Pinelli… “Pino” aveva un rapporto speciale con il commissario Calabresi, ogni Natale si regalavano un libro. Quando, nel 1968, abbiamo organizzato il campeggio anarchico a Colico, fu proprio Calabresi ad aiutarci con i permessi…».

Le dichiarazioni sono state smentite dall’avvocato Ettore Zanoni.

Il 17 maggio 1973 scoppiò un ordigno presso la questura di Milano, con quattro morti e quarantacinque feriti. Dopo vari processi risultò condannato soltanto Gianfranco Bertoli, esecutore materiale, definito, ovviamente, finto anarchico manovrato dai fascisti, il quale aveva dichiarato di avere come obiettivo solo il ministro dell’interno Mariano Rumor, che si trovava lì in occasione della posa di un busto in memoria di Luigi Calabresi: non esattamente uno scopo da destrorsi, ma se parte il bollino da infiltrato, tutto torna a posto. Ed ecco cosa si legge riguardo Enrico Rovelli sul sito centrostudilibertari.it:

Enrico Rovelli infatti non è ciò che sembra. In certi ambienti, quelli della polizia e dei servizi segreti, è conosciuto con il nome in codice Anna Bolena e di mestiere fa l’informatore. Il suo ruolo verrà in un primo momento alla luce nel maggio 1974 nell’ambito delle indagini sulla strage perpetrata da Gianfranco Bertoli alla Questura di Milano….Il 4 ottobre 1996 lo storico e consulente del giudice di Milano Guido Salvini, Aldo Giannuli, fa una scoperta inaspettata quanto sensazionale: in un anonimo deposito della via Appia a Roma trova circa 150 mila fascicoli appartenenti del ministero dell’Interno ( quelli cui si appoggia Adriano Sofri NDA). Si tratta di fascicoli segreti, non catalogati, che contengono informazioni e reperti sull’operato dei servizi segreti italiani e in particolare dello UAR. Tra questi quasi settanta “appunti” di Alduzzi inviati durante i cinque anni di confidenze di Anna Bolena, tutti indirizzati sempre e solo a “sua eccellenza” il Russomanno… sarà lo stesso Rovelli ad ammettere di conoscere Alduzzi, suo diretto referente in questura, sin dal 1° maggio 1963, in occasione di un arresto avvenuto durante una manifestazione ed effettuato proprio dall’Alduzzi, all’epoca in forza all’Ufficio Politico della Questura di Milano….Il 21 agosto 1969, nel corso delle indagini per le bombe del 25 aprile dello stesso anno a Milano vengono arrestati a Riccione due «anarchici»: Tito Pulsinelli e Enrico Rovelli. Mentre per Pulsinelli inizierà un lungo periodo di custodia cautelare in carcere, che terminerà solo il 28 maggio 1971, per Rovelli le sorti saranno diverse. Infatti la sera del 22 agosto, in seguito alla conferma del fermo da parte del pretore di Rimini, Rovelli giunge a Milano ma invece di essere condotto in carcere (luogo in cui si viene condotti in presenza di un fermo convalidato dall’Autorità Giudiziaria) viene condotto in Questura, dove secondo quanto da lui stesso dichiarato “fui indotto ad assumere un atteggiamento collaborativo con gli inquirenti, grazie alla reciproca stima che mi legava al commissario Calabresi” (dichiarazione di Rovelli alla Digos di Milano il 15.04.1997) e quindi viene… liberato.

Interrompiamo il report per ricordare che Pulsinelli è colui definito “amico speciale” di Nino Sottosanti, che testimonierà a suo favore a Milano, rimborsato da Pinelli. La qualifica di infiltrato, per osmosi, a questo punto potrebbe allargarsi a Pinelli? Questo si rischia ragionando per complottismi estremi. Continua l’articolo:

“…Sempre nel 1969, tra il 12 e la notte tra il 15 e il 16 dicembre, durante i giorni che separano lo scoppio della bomba di piazza Fontana dall’assassinio di Giuseppe Pinelli, Rovelli entra ed esce più volte dagli uffici della Questura dicendo agli anarchici del Ponte della Ghisolfa “Non capisco che cosa vogliano da me i poliziotti”. Tutti gli altri arrestati però sono stati o trattenuti o rilasciati, e nessuno dei rilasciati viene più richiamato. Questo fatto e il ruolo marginale di Rovelli nell’anarchismo milanese destano forti sospetti tra i compagni che cominciano a chiedersi il perché di questo strano andirivieni…”

Emerge il sospetto che tutti gli anarchici o sedicenti tali ( ormai è lecito sospettare di chiunque) hanno mollato al suo destino Pinelli, unico rimasto tra le “grinfie” dei poliziotti.

Avanti con l’articolo:

“… I sospetti si faranno quasi certezza per la facilità con cui Rovelli ottiene una licenza per aprire, nel febbraio del 1970 a Bollate, il locale da ballo «La carta vetrata». Non solo la licenza viene concessa, e già questo è da considerarsi un fatto straordinario viste le frequentazioni anarchiche di Rovelli, ma se si considera il brevissimo lasso di tempo intercorso fra i fatti di piazza Fontana e il rilascio della licenza, la cosa ha dell’incredibile…”

Abbiamo letto che Vasco Rossi avrebbe rotto i ponti con questo suo manager appena saputo (da Dario Fo) dei suoi presunti trascorsi. Ci interesserebbe conoscere il parere di un altro de suoi amministrati, il sinistrissimo Antonello Venditti.

Le BR, dal canto loro, effettuarono una contro inchiesta sulla strage, come risulterebbe da documenti ritrovati in un loro covo di Mediglia di Robbiano dal generale Dalla Chiesa, e oggetto di controversie riguardo alla corretta custodia. Pare che la conclusione dei terroristi propendesse per la pista anarchica, come sarebbe emerso in commissione stragi.

Il 15 dicembre 1969  il professor Guido Lorenzon, insegnante di francese a Maserada sul Piave, verso sera va dal suo avvocato Alberto Steccanella per parlargli  di un “suo amico”, tal Giovanni Ventura, venticinquenne editore di Castelfranco Veneto, che proprio a lui e già tre giorni dopo la strage, avrebbe confidato segreti incandescenti. Ventura gli avrebbe parlato di strutture paramilitari venete federate, in possesso di arsenali, e confessato, con un giro di parole, di essere l’autore di vari attentati.

Il professore e il suo legale vanno, l’ultimo dell’anno, dal sostituto procuratore della repubblica di Treviso e, in varie fasi, Lorenzon entrerà nei dettagli delle presunte confidenze ricevute da Ventura, che si sarebbe scaricato la coscienza in preda al pentimento.

Il 14 dicembre un avvocato, Giuseppe Ambrosini, vicino ad ambienti di destra, scrive al ministro dell’Interno, Restivo, una lettera di accusa, poi ritrattata in interrogatorio, con accuse alla formazione neo fascista Ordine Nuovo, di cui era militante e dirigente appunto Giovanni Ventura.

Fu così che partì la cosiddetta “ pista nera” .

Ordine Nuovo fu fondato nel 1954 da Pino Rauti, all’interno del Movimento Sociale Italiano, ma ne uscì nel 1956. Rauti ed altri rientrarono nel M.S.I. nel 1969; quelli che rimasero lo ricrearono, poi esso fu sciolto con un decreto del Ministero degli Interni Emilio Taviani, nel 1973.  L‘ispirazione iniziale derivava dal pensiero del filosofo Julius Evola (1898/1974), una sorta di mistico sensuale esoterista parafascista e anticristiano, razzista eccentrico,  intriso di ogni cultura su cui aveva messo le mani, che tendeva a disorientare chiunque avesse voluto riconoscersi in una sua opinione, sempre eterogenetica, e ne seppe qualcosa la scrittrice Sibilla Aleramo, che lo frequentò: uno di quei soggetti di cui si stenta a capire come si sia sostentato, ma che navigava tra le arti. Suo ammiratore si è dichiarato Roberto Saviano.

C’era poi Avanguardia Nazionale, fondata da Stefano Delle Chiaie nel 1960, di scopi più prosaici e concreti contro il comunismo innanzitutto, con ogni mezzo, compreso il colpo di stato. Questi due movimenti entrano nel mirino delle indagini, facendo abortire la pista anarchica.

Tra otto processi e i pronunciamenti della Suprema Corte, i documenti si contano a milioni.

La sorpresa arrivò da Alberto Sartori, ex partigiano e comunista, che dirigeva l’ azienda tipografica Litopress, di Ventura ( un comunista che lavora per un fascio?). Il 26 aprile 1971 Sartori si presenterà dal giudice Stiz con atti “riservati” che accusavano i neofascisti. Questa sciarada serviva a condurre le indagini verso il giornalista e agente del SID (Servizio informazioni difesa) Guido Giannettini. Verrà arrestato, e poi scagionato, anche Pino Rauti ( tra i magistrati che decisero, anche una futura vittima di Prima Linea, Emilio Alessandrini). Rauti verrà eletto deputato di lì a poco con l’MSI. Il suo nome era stato fatto da tale Marco Pozzan, che poi ritratterà. A processo si vorrà coinvolgere un ammiraglio pluridecorato di guerra, Eugenio Henke, direttore del SID dal 1966 al 1970, poiché aveva arruolato nel controspionaggio appunto Giannettini “agente Zeta”, cercando di fargli confermare di aver segnalato come mandante della strage il terrorista di destra francese Yves Guérin Sérac (scomparso nel 2022), circostanza che Henke ha sempre negato.

Si stabilisce che Milano non è sede idonea per un processo del genere, atteso il clima non sereno, e si opta per Catanzaro.

Sentenza di primo grado: condannati all’ergastolo Franco Freda, Giovanni Ventura, Guido Giannettini; assolti per insufficienza di prove dall’accusa di strage Pietro Valpreda e Mario Merlino.

Sentenza d’appello della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro: assolti per insufficienza di prove Freda, Ventura, Giannettini, Valpreda e Merlino.

Cosiddetta sentenza d’appello bis, pronunciata nel febbraio 1986 dalla Corte d’Assise d’Appello di Bari: riconferma dell’assoluzione per insufficienza di prove per tutti e anche per Valpreda, nonostante che per lui fosse stata chiesta l’assoluzione con formula piena dall’accusa, che preannuncia ricorso. Nell’87 la Cassazione respinge tutti i ricorsi mettendo la parola fine a questo primo troncone giudiziario.

Pietro Valpreda nel frattempo aveva aperto un bar di tendenza, La barricata1898, era sposato, con un figlio, chiamato ovviamente Tupac Libero Emiliano.

Giannettini, Freda e Ventura

Al processo di Bari arriveranno i primi pentiti,  Angelo Izzo (quello del Circeo), Sergio Calore e Sergio Latini, già ritenuti validi informatori per la strage di Bologna nel frattempo intervenuta (1980); nuove incriminazioni per Massimiliano Fachini, quale esecutore materiale della strage di Piazza Fontana, e Stefano Delle Chiaie, quale mandante, in seguito assolti con formula piena.

Altro troncone. La ripresa delle indagini sulla destra eversiva porta ad aprire una quinta istruttoria, da cui scaturisce il terzo processo (il “processo di Milano” o “processo a Ordine Nuovo”). Alla sbarra, questa volta, ci sono esponenti dell’organizzazione eversiva di estrema destra Ordine Nuovo. Dopo la condanna per strage in primo grado di Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni, tuttavia, il giudizio d’appello, confermato dalla Cassazione nel 2005, manda tutti assolti. La sentenza, però, stabilisce che la strage di piazza Fontana è riconducibile alla struttura veneta di Ordine Nuovo: in particolare risulta accertato il coinvolgimento del collaboratore di giustizia reo confesso Carlo Digilio e, seppure sotto un profilo meramente storico, quello di Franco Freda e Giovanni Ventura (non più processabili perché assolti in via definitiva).

Cronologia giudiziaria anni duemila

Corte d’Assise di Milano del 30 giugno 2001

Corte d’Assise d’Appello di Milano del 12 marzo 2004

Il 12 luglio 1995 la Procura della Repubblica di Milano iscrive Delfo Zorzi nel registro degli indagati; iniziano le indagini per il delitto di strage nei confronti degli ordinovisti Carlo Digilio (1937/2005, conosciuto come “zio Otto”), Carlo Maria Maggi (1934/2018), Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi, con una puntualizzazione: “l’accusa formulata a carico dei quattro odierni imputati di strage si fonda sull’assunto che costoro abbiano agito in concorso con Freda e Ventura, cioè i due principali imputati del primo processo di Catanzaro”

I due non sono più processabili in virtù del principio “ne bis in idem”, poiché la Cassazione 1987 li ha assolti in via definitiva dal reato di strage. Emerge una tendenza giudiziaria tutta italiana, sia per reati politici che “comuni”  per cui si ripesca un deceduto o un soggetto non più giudicabile, agganciandolo a nuovi imputati (vedasi il caso del Mostro di Firenze, con la costruzione del teorema accusatorio nei confronti di Francesco Narducci, morto nel 1985 e del farmacista Francesco Calamandrei, assolto nel 2008).

Il processo si celebra a Milano. La sentenza del 30 giugno 2001 condanna Maggi, Zorzi e Rognoni all’ergastolo per la strage e dichiara invece il non doversi procedere contro l’armiere Digilio, che resta l’unico autore giuridicamente riconosciuto della strage, ma con il reato prescritto, grazie alle attenuanti per la collaborazione.

E’ ormai assodato che la collaborazione, nel sistema giudiziario italiano, lede gravemente il diritto alla giustizia per le vittime, senza peraltro agevolare la ricerca della verità.

Tale giudizio è riformato dalla sentenza della Corte d’Assise d’Appello del 12 marzo 2004: questa assolve Maggi e Zorzi dal reato di strage ex art. 530 secondo comma c.p.p. (“Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile”: la formula che ha sostituito la vecchia insufficienza di prove), assolve Rognoni per non aver commesso il fatto. Le assoluzioni sono confermate dalla Cassazione il 3 maggio 2005.

Con le assoluzioni, tuttavia, quest’ultima sentenza conferma anche le considerazioni svolte dai giudici d’appello nel 2004: “ritiene il Collegio di dover, in definitiva, condividere l’approdo cui la Corte di Assise di Milano, peraltro in termini più impliciti che espliciti, è pervenuta in ordine alla responsabilità di Freda Franco e Ventura Giovanni per i fatti del 12.12.1969, pur avvertendo che tale conclusione, oltre a non poter provocare, per le ragioni più volte esposte, effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro, irrevocabilmente assolti dalla Corte di Assise di Appello di Bari, è il frutto di un giudizio formulato senza potere disporre dell’intero materiale probatorio utilizzato a Catanzaro e Bari. Ciononostante, il Collegio non si può sottrarre, proprio perché l’ipotesi accusatoria è stata enunziata nella forma del ‘concorso con Freda Franco e Ventura Giovanni’, al compito di verificare anzitutto se costoro debbano ritenersi, ai soli fini che qui interessano, responsabili della strage di piazza Fontana e degli altri attentati commessi lo stesso giorno. Orbene, in tale prospettiva il giudizio non può che essere uno: il complesso indiziario costituito dalle risultanze esaminate… fornisce a tale quesito una risposta positiva”.

Sul punto, la Corte di Cassazione precisa sul ruolo svolto da Freda e Ventura nell’organizzazione della strage di piazza Fontana: “qualora il giudicato sia stato d’assoluzione (come per Freda e Ventura), il giudice del separato procedimento instaurato a carico del concorrente nel medesimo reato(la strage del 12 dicembre) può sottoporre a rivalutazione il comportamento dell’assolto, all’unico fine – fermo il divieto del ne bis in idem a tutela della posizione di costui – di accertare la sussistenza ed il grado di responsabilità dell’imputato da giudicare”. E la Cassazione conclude: “sul punto specifico delle responsabilità individuali”- di Freda e Ventura – “sia pure in chiave meramente ‘storica’ e di valutazione incidentale, l’approdo dei giudici di secondo grado (della Corte d’Assise di Milano, nel 2004) non si è discostato di molto dai risultati della indagine condotta in primo grado”.

In sostanza, i giudici ci stanno dicendo che, pur se una persona risulta assolta da un reato, lo si può ritenere colpevole in base a un teorema accusatorio non confermato dall’interezza degli atti ( magari solo in primo grado), dedotto implicitamente, e in forza del fatto che, in ogni caso, qualcuno che si ritiene essere stato collegato a essa, in un secondo tempo, è stato condannato; e che un tribunale può procedere a un giudizio storico, anche se contraddetto da sentenze. Più in sintesi: l’assoluzione non conta nulla se ho deciso che qualcuno è colpevole. Per caso ciò prelude a un risarcimento ai pochi parenti di sopravvissuti, come per la strage di Ustica, anche se la verità è ancora lontana? E quando “l’interezza degli atti” fa risultare un’innocenza in un secondo tempo?

Aldo Moro nel suo misterioso memoriale avrebbe alluso a coinvolgimenti stranieri non meglio specificati.

Scrive Stefano d’Auria:” Analizzando i tristi eventi di quel fatidico 12 dicembre 1969, si comprende che nell’esecuzione dei cinque attentati – due a Milano e  tre a Roma – vi sono delle palesi incongruenze.  L’unica esplosione a generare morti è quella di Piazza Fontana.  Ciò vuol dire che gli esecutori hanno commesso degli errori: o hanno errato nei quattro attentati senza vittime oppure hanno sbagliato a Piazza Fontana usando un quantitativo troppo consistente di esplosivo – o cosa ancora più probabile, facendo esplodere l’ordigno in anticipo.  Se si volevano dei morti, questi ci sarebbero dovuti essere in tutti i cinque episodi; stesso discorso è valido se si volevano solo feriti.  Un esame approfondito di questa divergenza avrebbe senz’altro potuto chiarire aspetti fondamentali riguardo gli scopi degli attentati e gli autori degli stessi.  Ma sono passati oltre quarant’anni ed ora tutto è più difficile, probabilmente gli esecutori e gli ideatori non ci sono più perché deceduti per cause “più o meno naturali”; altrettanto complesso è cercare di far luce sui tanti indizi non analizzati allora nei dovuti modi: borse dello stesso tipo, timer acquistati dalla stessa persona, ordigni fatti esplodere troppo in fretta, cassette metalliche, importanti testimoni “sfuggiti molto facilmente”, funzionari trasferiti con superficialità, morti sospette”, ecc…”

Post scriptum

Il processo 7 aprile , data dei primi arresti nel 1979, denomina una complessa vicenda di accuse di terrorismo collegate al caso Moro, con nomi in parte già trattati in altri nostri articoli. Tra gli indagati figurava il giornalista Pino Nicotri, prosciolto.  

250 mila euro per leggere il suo memoriale. Altri 250 mila per portartene via una copia. E 3 milioni e mezzo di euro per far liberare Emanuela Orlandi. Così tu diventi il giornalista più famoso del mondo”. La proposta mi lascia a bocca aperta. A farmela non è uno sconosciuto o un cialtrone, ma uno stimato professionista che conosco da 30 anni…”Arruota Libera – 12 agosto 2011

Trova tre milioni e mezzo di euro e ti portiamo a Londra a prelevare Emanuela Orlandi per portarla in Italia. Così diventi il giornalista più famoso del mondo”, mi propose l’avvocato, che avevo conosciuto negli anni ’70-’80 come legale del Soccorso Rosso…Gastrini ha anche scritto un memoriale con un sacco di notizie bomba persino sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Per 250.000 euro te lo fa leggere e per altri 250.000 te ne dà una copia”, aggiunse il mio interlocutore come scrissi su Blitz il 10 agosto del 2011. Che dopo qualche giorno di trattativa si accontentò dell’offerta fattagli di persona dall’editore Alessandro Dalai, venuto con me a un appuntamento con il legale, di pagare 100.000 euro per un libro che raccontasse l’intera storia del “rapimento” della Orlandi. Cifra da pagare però solo DOPO avere avuto la prova inconfutabile, con esame del DNA e altro ancora, che si trattava davvero della Orlandi e non di un bidone. Ovviamente non se ne fece nulla. Blitzquotidiano 15 novembre 2013

Il legale era Francesco Piscopo, scomparso nel 2024, noto come avvocato degli anarchici. Sic transit gloria mundi.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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