Mafia: storia di sistema?

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Marilyn Monroe, al momento della morte, nel 1962, aveva un barboncino di nome Maf.  Era un diminutivo di mafia e le era parso divertente, perché si trattava di un regalo di Frank Sinatra. Tale era, già allora, il marchio affibbiato a chiunque avesse origini italiane, con leggerezza, senza nemmen pensare di offendere. La diva platinata aveva a che fare con quel fenomeno? Forse tornerà nel discorso.

Nei primi anni novanta chi scrive si trovò in vacanza ad Antalya, in Turchia: un gruppo di ristoratori non fece che tormentarci tutto il tempo con lo slogan “Italia, papa, mafia”.

Nel 2016 sempre il vostro redattore salì sulla ruota panoramica di Parigi; il ragazzo addetto alla biglietteria, di chiare origini maghrebine, disse allegramente “Italiani, mafia”. A conferma di quanto sopra.

Noi non ci siamo sorbiti piovre e commissari, che troviamo a volte elegiaci e quasi mitizzanti. Ci è piaciuta invece una pellicola del 2006, diretta dal maestro Sidney Lumet: “Prova a incastrarmi”, storia del maxiprocesso americano al clan “Lucchese; l’imputato Giacomo “Jackie Dee” Di Norcio, interpretato da un esplosivo Vin Diesel, sceglierà di difendersi senza il supporto di costosi avvocati che fino a quel momento non gli erano stati utili. Emergeranno aspetti inquietanti e talora divertenti sulle “indagini antimafia”.

In effetti le organizzazioni criminose sono sempre esistite e, quando gli italiani arrivarono negli USA, ve ne trovarono di consolidate e di altra radice etnica, ma per qualche ragione questa cosa …“nostra” è risultata più accattivante. Sì, perché il primo distinguo appreso dai super pentiti e collaboratori è stato quello tra mafia in generale, e “Cosa nostra”, di pura origine sicula.

A rinnovare l’interesse della nostra generazione, che quasi voleva e avrebbe potuto dimenticare la mafia, relegandola a manifestazione di Robin Hood isolani diffidenti verso lo Stato, emersi dal brodo primordiale, pensò il libro “Il Padrino” scritto da Mario Puzo, riversato in una pellicola imperdibile del 1972.

Quando entrano in campo i tycoon di Hollywood e schierano un plotone che va da Francis Ford Coppola a Marlon Brando, passando per Al Pacino, Robert De  Niro e altri nomi eccellenti, manca il fiato e resta solo di piegarsi in un inchino; e pazienza se quegli attori e registi, come gli oriundi che li avevano preceduti nella fama, con quei loro cognomi italici, un poco sapessero di raccomandazione di qualche “uomo di panza”.

L’Italia ha infatti contribuito dai primordi della settima arte, con i suoi emigrati di prima, seconda e ormai ennesima generazione, alla costruzione del mito show biz americano, e faremo solo qualche nome, oltre quelli già citati. Si parte da Rodolfo Valentino, (vero nome Guglielmi, origini pugliesi, 1895/1926), seguito da Don Ameche (cognome Amici, 1908/1993, il primo Zorro, padre marchigiano), il regista Vincent Minnelli (1903/1986, origini palermitane, padre di Liza), la grande Ann Bancroft ( la moglie infedele de Il Laureato, 1931/2005, figlia di lucani, vero nome Anna Italiano), Dean Martin (Dino Crocetti, 1917/1995, genitori abruzzesi); e potremmo continuare con Martin Scorsese, Quentin Tarantino,  Sylvester Stallone, Danny Aiello, Steve Buscemi, John Turturro, Marisa Tomei, fino a “Madonna” Ciccone e Lady Gaga, vero cognome Germanotta. Ci sarebbero anche quei divi dello spettacolo che non portano cognomi nostrani perché italiana era la madre, come il boss Bruce Springsteen, orgogliosamente generato dalla sorrentina Adele Zerilli. I nostri “paesani” si sono distinti, peraltro, in molti campi, come ad esempio l’ingegnere Lee Iacocca (1924/2019), figlio di beneventani, presidente della Ford e amministratore delegato della Chrysler.

Chi ha letto attentamente il libro di Puzo (1920/1999, genitori campani) ricorderà che, di fatto, non si parla poi così male del clan e del patriarca don Vito Corleone, uomo di rigorosi principi, contrapposto agli ambienti top americani zeppi di trafficoni e maniaci di alto profilo, con la coscienza sporca e le mani pulite. Un po’ più duro ci va giù il film, ma salvando, almeno nel primo episodio della saga, una certa integrità del vecchio padrino, ufficialmente importatore d’olio, che perde potere perché non vuole entrare nel narcotraffico. In seguito la famiglia si evolverà: le nuove generazioni studiano, si inseriscono negli affari e nella finanza, l’onorata società si ingegnerizza.

Naturalmente questo cult movie ha fissato per sempre un’immagine: quella dell’italoamericano broccolino, con figli pazzoidi e figlie sbalestrate, moglie devota e amici coloriti, che cantano sguaiatamente alle feste mentre mangiano pastasciutta, vivendo nel Lower east side di New York pieno di panni stesi, con qualche eccezione graziosamente elargita, per esempio, nella pellicola “Serpico”: storia vera di Frank, nato nel 1936 a Brooklyn, poliziotto hippy del Greenwich, che lotta contro la corruzione. Di pari passo marciava l’iconografia italiana diffusa nel mondo: paesi assolati in Sicilia, ma anche nel resto del sud, piazze con uomini in coppola seduti a guardare chi passa, donne vestite di nero, bambini cenciosi.

Così convincente fu quella propaganda che non ci stupì, giovani, al nostro primo viaggio negli States, vedere, già in aereo, accrocchi di quella gente di ritorno dalla visita dei parenti in Italia, donne robuste che si toglievano le scarpe, uomini col gessato e i mocassini lucidi, mentre cercavano di colloquiare con noi nel loro buffo gergo, che pretendevano noi capissimo come italiano fluente. Di ciò ha parlato mirabilmente Mario Soldati nel libro “America primo amore”, indispettito (e, avrà lui stesso a dire, a volte troppo impietoso) ritratto dell’american dream in arrivo da Catanzaro, Caserta, Agrigento, approdato a tristi casette col praticello, mangiando una caricatura del cibo lasciato in patria col sottofondo di O’ sole mio, mentre l’obesità si affacciava. D’altro canto la vecchia Las Vegas, che ancora riuscimmo a vedere (stupendamente descritta in “Casino” di Scorsese) versava in stato di decadenza; e i vecchi hotel/casino, come il Tropicana o il Ceasar’ s Palace, mostravano mature intrattenitrici alcolizzate in minigonna e clientela poco smart, segno che il tempo dei cadaveri nel deserto era finito e le magnifiche sorti progressive avevano azzerato anche la capitale del vizio.

La vostra redattrice al Ceasar’s Palace

Ma, mentre quasi ridevamo di loro, ritenendo che quell’era epica di sbarcati a Ellis Island fosse finita da un pezzo e il mondo in progress avesse ormai ben altre regole, la vera guerra si stava riaccendendo. Il 16 dicembre 1985 fu assassinato, davanti a un ristorante di Manhattan, il settantenne Paul Castellano, origini trapanesi, boss legato al potente clan Gambino, al momento libero su cauzione; su base ufficiale ( alla quale attingeremo inizialmente) il crimine era frutto di un complotto ordito, tra gli altri, da John Gotti. John (1940/2002), nonni napoletani, è considerato l’ultimo padrino, così entrando nella leggenda, ovviamente subito raccolta da Hollywood; morì di cancro in carcere e la chiesa rifiutò funerali religiosi, concedendo solo un requiem. Le esequie furono sfarzose e i reporter si scatenarono a immortalare la fila di limousine nere, in linea con lo stile funerario gangster che ci si attendeva per un tale personaggio.

Tra il 1985 e il 2002 però era successo il finimondo. Emerse, in Italia, il nome di un magistrato panzer, il palermitano Giovanni Falcone, classe 1939, determinato ad azzerare ciò che riteneva la vergogna e la piaga della sua amata isola, ben altrimenti degna di nota. Molto sangue era stato versato fino a quel momento: oltre ai reciproci ammazzamenti tra affiliati di vari agglomerati mafiosi, si susseguirono gli omicidi di poliziotti, magistrati, politici, giornalisti, fino all’eliminazione del generale Alberto Dalla Chiesa, appena nominato superprefetto di Palermo, crivellato di colpi con moglie e guardia del corpo, il 3 settembre 1982: evento che aveva scatenato, in tutto il paese, un’ondata di indignazione senza precedenti.

Falcone, figlio della buona borghesia del capoluogo siciliano, due sorelle ( conosciamo Maria, che ha spesso parlato sui media), una carriera militare interrotta non si sa esattamente come, optò per una laurea in giurisprudenza; vinto il concorso in magistratura, lavorò a lungo nel settore civile, finché si appassionò al penale. Divorziato senza figli, nei primi anni ottanta Giovanni si accingeva a risposarsi con la collega, anch’ella divorziata (da un prefetto), Francesca Morvillo, impegnata nel settore minori, sorella di un altro magistrato.

L’agguerrito giudice si avvalse di rogatorie internazionali per estendere le indagini sia negli USA, che in Svizzera, dove trovò una valida alleata nella collega elvetica Carla Del Ponte, poiché convinto che:

il vero “tallone d’Achille” delle organizzazioni mafiose è costituito dalle tracce che lasciano dietro di sé i grandi movimenti di denaro connessi alle attività illecite più lucrose. Lo sviluppo di queste tracce, attraverso un’indagine patrimoniale che segua il flusso di denaro proveniente dai traffici illeciti, è quindi la strada maestra, l’aspetto decisamente da privilegiare nelle investigazioni in materia di mafia, perché è quello che maggiormente consente agli inquirenti di costruire un reticolo di prove obiettive, documentali, univoche, insuscettibili di distorsioni, e foriere di conferme e riscontri ai dati emergenti dall’attività probatoria di tipo tradizionale diretta all’immediato accertamento della consumazione di delitti”. Si tratta di un percorso cui egli si atterrà solo in parte.

Soprattutto Falcone riuscirà a coinvolgere nel suo ambizioso progetto giudiziario il collega e amico d’infanzia (entrambi nati nel quartiere della Kalsa) Paolo Borsellino, figlio di un farmacista, di pochi mesi più giovane, sposato con figli, altrettanto deciso a rischiare nel tentativo di ripulire la sua adorata città, ma anche il mondo, dai tentacoli della mafia.

Mentre il pool antimafia, voluto da Giovanni e istituito dal suo superiore e amico Rocco Chinnici, lavorava alacremente, giunse la notizia che Tommaso Buscetta, noto come criminale mafioso, ma non alieno da congreghe di delinquenza comune, finalmente acciuffato in Brasile, aveva annunciato di voler collaborare, solo a patto di parlare con Falcone; a tal fine fece un gestro plateale, ingoiando della stricnina in quantità non letale, ma raggiunse il suo obiettivo.

Tommaso (1928/2000), palermitano a sua volta, era stato un piccolo delinquente in gioventù affiliandosi, a suo dire, al mandamento di Porta Nuova a 17 anni; sposatosi sedicenne dopo la solita fuitina, era emigrato a Torino per fare il vetraio (mestiere già paterno) e ci aveva provato anche in Argentina e in Brasile, dove la moglie, Melchiorra, non voleva restare; lui la rispedì in Italia con i quattro figli e non si sa bene dove la donna sia finita.

Il suo viso, dai lineamenti volgari, risultò nel tempo troppo levigato per sembrare naturale, anche se egli negò sempre di essersi sottoposto a plastiche facciali. In seguito Buscetta si risposò in America, con Vera Girotti, ex compagna del batterista di Renato Carosone, Gegè Di Giacomo; erano già coniugati non divorziati entrambi, lui usò un nome e documenti falsi, e la circostanza è controversa, ma anche di lei, che gli diede altri due figli, si sono perse le tracce; infine avrebbe impalmato, nel 1978, la brasiliana Maria Cristina De Almeida Guimaraes, dicono nel carcere di Cuneo con testimone Francis Turatello. Vari studi hanno messo in dubbio sia il vero nome di Maria Cristina, sia la provenienza familiare e perfino il luogo delle nozze, spostato da alcuni nel 1968 in Brasile; la confusione su Turatello può arrivare dal fatto che Francis era stato testimone anche delle nozze carcerarie di  Renato Vallazasca; si concorda sul fatto che dal terzo matrimonio siano nati altri due bambini. Infine, si vuole spiegare tutto con le fughe organizzate di queste donne e la vita sotto copertura con altri nomi; ma Totò Riina, a processo, avrà a rimarcare che la situazione coniugale del suo accusatore, a suo parere, già diceva molto di lui.

Film e fiction hanno elevato Buscetta a figura eroica. Per merito suo avremmo appreso come era organizzata Cosa Nostra, con mandamenti, cupole e la famosa “commissione” che sentenziava affari, vita e morte dei picciotti; i corleonesi di Riina, dominanti, si sarebbero uniti alla “dirigenza” catanese, nonostante l’acerrima rivalità tra le due città, governando il resto dell’isola, cercando alleanze col terrorismo fascista e, infine, stringendo legami col potere politico locale e nazionale, anche se Buscetta non farà mai nomi; messo alle strette, sputerà la storia del mancato golpe Borghese del 1970. Facciamo quindi un passo indietro, e di molto.

Sfruttare il pentitismo o il collaborazionismo non era una novità. Durante il fascismo il “prefetto di ferro” Cesare Mori, usando il pugno duro con piena delega di Mussolini, aveva indotto molti malavitosi a svignarsela negli States, da dove torneranno acclamati insieme ai liberatori yankee nel dopoguerra.

Melchiorre Allegra (Gibellina, 1881 – Castelvetrano, 1951) era un medico;  nel 1937 descrisse, ben prima di Buscetta, il pattern dell’organizzazione, di cui diceva:  “ non posso fare a meno della mafia . Purtroppo mi sono reso conto che sono talmente organizzati da far scendere un silenzio totale su nomi e cognomi con la complicità di uomini dello Stato. Senza la complicità di autorevoli esponenti dello Stato, la mafia perde potere. Depistano le indagini e arrestano pesci piccoli per salvare gli squali”. L’affermazione in sé non è originale e si sarebbe potuta ascoltare anche ai tempi dell’impero romano, poiché accusare i poteri occulti incuriosisce sempre e attiva le indagini. In più, Allegra aggiunse clero e massoneria, in una miscela di moda ancora oggi. Non si sa perché il dottore avrebbe parlato in questi termini; la versione più accreditata ricorda uno smacco professionale di Allegra, a cui era stato preferito altro candidato in un concorso per medico condotto: così sarebbe scattata la vendetta.

A suo dire la mafia era una struttura organizzata in “famiglie”, a loro volta ordinate in gruppi minori (le “decine”) guidati da un “capodecina”. Egli rivelava l’esistenza di un ordinamento articolato in vari livelli: dalla famiglia a organismi di coordinamento di scala inter-provinciale cui spettava la risoluzione di particolari controversie. Un rituale iniziatico disciplinava il reclutamento: il nuovo adepto giurava di mantenere il segreto e di non tradire i suoi “fratelli”, pena la morte. Buscetta dirà le stesse cose: possibile non fosse a conoscenza di questo precedente? L’unica differenza stava nell’atteggiamento verso la politica: secondo Allegra la mafia andava dove soffiava il vento, Buscetta la mette decisamente a destra, benché Borsellino fosse un missino dichiarato, come il giornalista Beppe Alfano ucciso nel 1993 (condanna di un mafioso, ignori i mandanti).

Un giorno del 1962 di Allegra parlò il giornalista Mauro de Mauro, che disse di aver scovato tutte le carte degli interrogatori, senza rivelare come e dove.

Su chi fosse De Mauro, lasciamo la parola a Wikipedia:

“ Nato a Foggia nel 1921. Figlio di un chimico e di un’insegnante di matematica, fratello del futuro linguista Tullio De Mauro, fu sostenitore del Partito Nazionale Fascista e allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruolò volontario. Militò nella Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese; dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Restò legato al principe anche dopo la guerra e in suo onore chiamò la seconda figlia Junia. ( Tullio De Mauro, ministro della pubblica istruzione con il governo Amato (2000/2001) fu uno dei firmatari, nel 1971, del della lettera aperta sull’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi (vedi nostro articolo..  NDA)

Nel 1943-1944, nella Roma occupata dai tedeschi, fu vice questore di Pubblica Sicurezza sotto il questore Pietro Caruso, informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Herbert Kappler e collaborò con la Banda Koch, un reparto speciale del Ministero dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana. Nel marzo del 1944, con il nome di “tenente Marini”, si infiltrò in Bandiera Rossa e passò le sue informazioni alla Gestapo, che arrestò cinque militanti del gruppo, tra cui Aladino Govoni, in seguito torturato e ucciso. Alla fine della guerra fu sul fronte di Trieste a contrastare il IX Korpus sloveno, di nuovo con Borghese, come corrispondente di guerra della Decima, con il grado di sottotenente…De Mauro in seguito a un incidente stradale mentre guidava una motocicletta riportò lesioni con esiti permanenti in termini di menomazioni fisiche (aveva il naso ricucito ed era claudicante). Sull’origine di queste menomazioni fisiche circolarono però anche altre versioni: secondo alcune sarebbero state causate da un violento pestaggio subito da un gruppo di partigiani, mentre secondo altre a malmenarlo sarebbero stati addirittura alcuni commilitoni fascisti a causa di un presunto tradimento. Nell’estate del 1945 fu arrestato a Milano dagli Alleati e rinchiuso prima a Ghedi poi nel campo di concentramento di Coltano, dal quale riuscì a fuggire nel settembre successivo; secondo alcune fonti poté evadere approfittando di un momento di confusione generato dalle visite dei parenti dei detenuti, mentre altre glissano sul dettaglio parlando però di “discutibile astuzia”…Anche la moglie Elda Barbieri, originaria del Pavese, che aveva conosciuto il giornalista durante la seconda guerra mondiale (lei era una crocerossina in servizio nell’ospedale dove De Mauro era stato ricoverato…) era braccata dai partigiani per via della sua militanza filofascista: in un rapporto del CLN si leggeva il suo nome tra i più pericolosi avversari del movimento partigiano. Dopo l’evasione da Coltano, assieme alla moglie e alle figlie Franca e Junia, nate proprio in quel periodo, raggiunse Napoli dove rimase per il biennio 1946-1947 sotto falsa identità. Nei processi per collaborazionismo, in particolare per presunta partecipazione all’eccidio delle Fosse Ardeatine, fu prima condannato in contumacia nel 1946, poi assolto, nel 1948, per “insufficienza di prove”, dalla Corte d’Assise di Bologna; infine nel 1949 fu prosciolto dalla Cassazione, che confermò l’assoluzione, aggiungendo la motivazione di proscioglimento “per non aver commesso i fatti” addebitatigli, cioè con formula piena.

Trasferitosi a Palermo con la famiglia…dopo la seconda guerra mondiale, lavorò presso giornali come Il Tempo di Sicilia, Il Mattino di Sicilia e poi a L’Ora, rivelandosi un ottimo cronista. Nel 1962 aveva seguito la morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei e dal 21 luglio 1970 si occupò nuovamente del caso, in seguito all’incarico ricevuto dal regista Francesco Rosi di stendere una bozza di sceneggiatura sull’ultimo viaggio in Sicilia (26-27 ottobre 1962) del defunto fondatore dell’ente petrolifero di Stato, in preparazione del film” Il caso Mattei”, che sarebbe uscito nel 1972. De Mauro aveva ripreso a interessarsi della vicenda Mattei fin dal marzo 1970, quando il suo amico Graziano Verzotto, presidente dell’EMS (Ente Minerario Siciliano), lo aveva convinto a “sostenere il progetto del metanodotto” Algeria-Sicilia, da lui caldeggiato, e a “contrastare chi vi si opponeva”, vale a dire il nuovo uomo forte dell’Eni Eugenio Cefis e il suo protettore politico Amintore Fanfani. Ovviamente tale “collaborazione” sarebbe stata retribuita dall’EMS sotto forma di “un incarico per una ricerca sociologica” sugli effetti dell’industrializzazione sull’area di Termini Imerese. Saputa la cosa il fronte avversario aveva premuto per un trasferimento di De Mauro nella sede staccata di Messina e poi, dopo il suo forzato rientro a Palermo in seguito alla frattura di un braccio (aprile 1970), per un suo confinamento nella redazione dello sport, settore per il quale egli non presentava competenza alcuna.

Pare dunque che De Mauro spalleggiasse la fazione favorevole all’impianto. NDA

L’incarico conferito da Rosi all’amico giornalista aveva indotto l’ex senatore Verzotto a ritenere che “tale film poteva essere uno strumento per sostenere e alimentare la campagna che l’ente da [lui] presieduto intendeva portare avanti contro la presidenza dell’Eni e contro coloro che si opponevano alla realizzazione del metanodotto”. Si era pertanto offerto di aiutare De Mauro “a ricostruire i due giorni di permanenza di Mattei in Sicilia per indirizzare utilmente — in chiave di contrasto all’allora presidente dell’Eni (Cefis) — il suo lavoro per Rosi”. Ovviamente l’arma con cui sperava di “liquidare politicamente Eugenio Cefis”, facendolo estromettere dall’Eni, era costituita dai torbidi retroscena della morte di Mattei, a lui ben noti in quanto organizzatore dell’ultimo, fatale viaggio di Mattei in terra siciliana.

Dunque De Mauro avrebbe dovuto prestarsi, retribuito, a una lotta per il comando, sotto forma di appoggio alla costruzione del metanodotto, come fonte di posti di lavoro; e i presunti retroscena sulla morte di Mattei dovevano essere enfatizzati. NDA

Nel 1960 seguì per il suo giornale la vicenda dell’omicidio del commissario di P.S. Cataldo Tandoy, ucciso ad Agrigento in un agguato (Tandoy scriveva su L’Ora come De Mauro e seguirono condanne per presunto complotto mafioso , ma un’altra vittima colpita di rimbalzo, il giovanissimo Antonio Damanti, non riceverà giustizia NDA)… e il processo ai frati di Mazzarino ( quattro cappuccini condannati per estorsione NDA).

Nel 1963, insieme ai colleghi Felice Chilanti e Mario Farinella, curò un’inchiesta a puntate pubblicata sempre su L’Ora dal titolo “Rapporto sulla mafia”, in cui inserì una sua intervista ad un anziano boss mafioso di Bolognetta, Serafino Di Peri, espulso dall’organizzazione in quanto testimone al processo di Viterbo contro la banda di Salvatore Giuliano (un caso eccezionale di collaboratore che la mafia non giustizia NDA)…Dal 5 al 23 novembre 1969 aveva pubblicato in cinque puntate sul giornale L’Ora una biografia di Lucky Luciano…”

La sera del 16 settembre 1970 De Mauro era atteso dalla famiglia a casa per cena, dove stavano arrivando anche la figlia Franca e il fidanzato, le cui nozze erano imminenti; si fermò al solito bar per acquistare sigarette e una bottiglia di spumante, poi ripartì sulla sua BMW; Franca lo adocchiò mentre parcheggiava e lo attese all’ascensore col fidanzato; poiché il padre non era ancora entrato, lei si avvicinò al portone e fece in tempo a vederlo mentre alcuni lo spingevano in macchina, dicendo “amunì” (andiamo). E’ l’unica testimonianza e non aiuta molto. Secondo Franca, il padre l’aveva notata ma finse di nulla, poiché guidava concentrato ed evidentemente sotto pressione. L’auto fu ritrovata la sera dopo, con dentro un maglione e la bottiglia di spumante; l’ispezione non dette esito. Vista la professione di De Mauro, la stampa diede molto rilievo alla scomparsa; furono istituiti posti di blocco e disposte ricerche a tappeto, anch’essi senza risultato. Si riteneva che il giornalista avesse dato fastidio con i suoi articoli, ma la Polizia pensava che la causa scatenante fosse stato il caso Mattei; i Carabinieri, coordinati dall’allora colonnello Dalla Chiesa, propendevano per il traffico di droga.

Si arrivò al fermo, il 19 ottobre 1970, di Antonino Buttafuoco, maturo commercialista noto per muoversi a Palermo con una carrozza a cavallo ( secondo Elda De Mauro, costui era il contabile della Palermo bene e anche il loro);  dell’avvocato Vito Guarrasi, considerato uomo di Eugenio Cefis; e di Graziano Verzotto, colui che aveva proposto a De Mauro di aiutare, mediaticamente, il progetto del metanodotto, pur se, in teoria, Guarrasi e Verzotto erano su sponde opposte per quel progetto e Verzotto dalla parte di De Mauro. Secondo i De Mauro, Buttafuoco sapeva della sparizione prima che diventasse di dominio pubblico e aveva cercato di ottenere da loro i documenti relativi al film di Rosi. Il commercialista fu scarcerato (nel 2011, alla riapertura del caso, si dirà per pressioni dall’alto) e caddero anche le altre accuse; infine si disse che probabilmente De Mauro era venuto a sapere particolari scottanti sul fallito golpe Borghese previsto per l’8 dicembre 1970: ma perché questo avrebbe dovuto costituire un problema, se l’uomo era un ammiratore di Borghese, tanto da chiamare una figlia Junia? Non è stato spiegato.

Alla ripresa delle indagini, nel 1994, si affermerà che la pista della droga era stata un’invenzione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale avrebbe inscenato un interrogatorio farsa di Verzotto ( accusa non da poco all’ormai defunto generale, che Verzotto si affretterà a confermare). Verzotto, veneto, senatore DC nel biennio 1968/1969, presidente del Siracusa calcio e dirigente ENI, è da sempre additato quale organizzatore del presunto attentato che fece precipitare il bimotore su cui viaggiava il presidente dell’ Enrico Mattei il 27 ottobre  1962 ( vedi nostro articolo Ustica…), anche se molti specialisti del settore hanno dimostrato che l’installazione di un ordigno all’aeroporto di Catania (a cui si allude) era praticamente impossibile ed esistevano problemi sia di maltempo, che relativi alle competenze del pilota (Lupo Rattazzi per Ronin film TV). D’altro canto Verzotto e Mattei erano entrambi a favore del gasdotto. Coinvolto in qualche modo in una storia di fondi neri, Verzotto fuggì in Libano e in Francia, per tornare in patria nel 1991 grazie a un indulto, e testimoniare alla rinnovata inchiesta sulla morte di Mattei, che non portò a risultati riguardo al presunto sabotaggio. E’ scomparso nel 2010.

Naturalmente Tommaso Buscetta non si fece scappare l’occasione per parlare anche di questi fatti. In un primo momento egli escluse decisamente che la storia di De Mauro avesse a che fare con la mafia; poi cambiò idea e, avallando il suo compare di pentimento Gaspare Mutolo, ce la ficcò insieme alla morte di Mattei, ucciso “ dalla mafia siciliana desiderosa di rendere un favore alla consorella americana e alle Sette sorelle del cartello petrolifero” con la complicità di Verzotto; con tale capriola Buscetta conferisce alla mafia una vernice anglosassone senza capo né coda;  il tutto, secondo lui, sotto la direzione di Stefano Bontate in cartello con Badalamenti, Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone ( gli ultimi due già morti entrambi, nel 1978), sempre su base di confidenze: questa gente, tuttavia, pur descritta come feroce e senza scrupoli, avrebbe abbassato le orecchie dinanzi ai corleonesi di Totò Riina, subentrato a Luciano Leggio. Il catanese Antonino Calderone (1935/2013), fratello di Giuseppe, non si fece sfuggire la qualifica di pentito e scrisse anche un libro di successo, dettando le sue “memorie” al giornalista Pino Arlacchi, che lo intervistò nel 1991 in una località segreta, col permesso delle istituzioni, che subito dopo gli fornirono una nuova identità, spedendolo in qualche località, probabilmente esotica.

Gaeano Badalamenti (1923/2004), detto “Zu Tano”, una vita trascorsa tra Sicilia e USA ( è morto in un carcere del Massachusetts) non ha mai collaborato, benché in Italia si fosse convinti del contrario, e provocò gravi imbarazzi quando si disse che era protetto da alcuni carabinieri. Negò coinvolgimenti nel sistema “Pizza connection” ( condanna a 45 anni negli USA) e nell’omicidio del giornalista e DJ Peppino Impastato ( 9 maggio 1978), suo compaesano di Cinisi (Palermo); per quest’ultimo sono stati assolti alcuni carabinieri, con una formula oggi in voga che recita circa: nonostante l’assoluzione, qualcosa hanno fatto. Un altro esponente dell’Arma, coinvolto con un’accusa televisiva, si suicidò.

Ricordiamo che allora il sentire pubblico era ben diverso: “ Il 9 maggio 1978 venne ritrovato il cadavere di Peppino Impastato e la domenica successiva si votava per il Consiglio comunale di Cinisi. Tra i candidati vi era anche Impastato nella lista della Democrazia proletaria. Proprio in quei giorni Piersanti Mattarella si recò nella città per la campagna elettorale e partecipare ad un comizio. In quell’occasione pronunciò un duro discorso contro Cosa Nostra. Per il Governatore siciliano si trattavano di giorni particolarmente difficili: contemporaneamente all’omicidio dell’attivista era stato rinvenuto anche il cadavere di Aldo Moro, leader delle Democrazia Cristiana, rapito il 16 marzo. L’intervento non fu semplice soprattutto per le pesanti contestazioni provenienti da un gruppo di Democrazia proletaria ancora sotto shock e frustrato dai tentativi di insabbiamento e di depistaggio sull’assassinio di Peppino Impastato…I cori contro la Democrazia Cristiana ma in generale contro l’intera classe politica, che in quegli anni, soprattutto quella siciliana, non godeva di ottima reputazione, dominarono la piazza …”ilsicilia.it – 6 gennaio 2022

Infine, Totò Riina avrebbe “posato” Badalamenti ( sorta di prepensionamento da un boss per un altro decaduto) senza una precisa ragione, né mai ovviamente aver ammesso di averlo fatto; Zu Tano, apparso più timoroso e meno deciso nei confronti di Buscetta, ormai divenuto un protetto intercontinentale, per difendersi provò a tirare qualche accusa a Riina.

Sempre secondo Buscetta, Badalamenti gli avrebbe confidato dei legami tra l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (1979) e Giulio Andreotti ( perché mai uno dovrebbe confessare qualcosa del genere se non ottiene nulla in cambio, non è chiaro). Come abbiamo già accennato in altri articoli, il caso Pecorelli, buono per tutte le stagioni, è stato poi incollato anche alla solita banda della Magliana, fino a constatazione che i due accusati al momento del fatto avevano un solido alibi: erano in carcere. Il caso è insoluto e la nostra giustizia continua ad aprire fascicoli

E’ il caso di ricordare che il cosiddetto pentitismo nasce nel sistema giudiziario statunitense con ben altri presupposti: il “redento” viene isolato, mette per iscritto ciò che sa o dice di sapere e non potrà più cambiare le sue dichiarazioni; se esse si riveleranno non comprovate, ne pagherà le conseguenze. Il contrario di ciò che avviene qui.

Ritorniamo agli anni ottanta. L’omicidio Dalla Chiesa sembrò interessare relativamente sia pentiti che magistrati. La sentenza definitiva arrivò solo nel 2004: ergastolo per Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, 14 anni per Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, autoaccusatisi e, naturalmente, pentiti e collaboranti; altri imputati erano nel frattempo deceduti. Come abbiamo visto, il generale godeva di una stima non generalizzata, poiché gli contestavano i metodi di indagine sia nel campo del terrorismo (dove comunque si muoveva meglio) che in quello di mafia. Dopo un passato giovanile da partigiano e anni di onorato servizio anche in terra di Sicilia, Carlo Alberto era stato ingaggiato per la lotta alle Brigate Rosse, che esultarono apprendendo della strage di via Carini, anche se nessuno ha mai avanzato sospetti su una collaborazione all’eccidio da parte dei terroristi, all’epoca ancora attivi. Rita Dalla Chiesa protestò per anni che il padre era stato abbandonato dalle istituzioni, salvo riacquistare fiducia nelle sentenze, opponendosi alla liberazione di Riina per gravi motivi di salute ( è scomparso nel 2017). Sono circolate notizie in merito a intercettazioni dell’uomo in carcere, in cui egli avrebbe ammesso responsabilità al riguardo: circostanza improbabile, visto l’atteggiamento tenuto in aula, di respingimento totale di tutte le accuse e ostentato disprezzo verso Buscetta.

Pare dunque che il team di Chinnici ( ucciso nel 1983) si segregò in ufficio per studiare le carte; in seguito Falcone e Borsellino con famiglie vennero spostati all’Asinara, per favorirne la concentrazione. Qualcuno dirà che dovettero pagarsi il soggiorno, il che apparirebbe curioso: al tempo le trasferte erano spesate anche per un usciere.

Ne uscì l’istruttoria che portò al maxi processo del 1986, con una serie di condanne clamorose, non tutte poi confermate. Non è questa la sede per immergersi nelle polemiche sulle sentenze “ammazzate”, ma di Corrado Carnevale, da Licata, classe 1930, molte cose non sono state dette. Laureatosi a 21 anni, uditore giudiziario a 23, noto per lo stakanovismo, il magistrato ha più volte ribadito i suoi principi di garantismo in assenza di prove granitiche. Quando, da presidente di Cassazione, si trovò ad esaminare quelle scaturite dal megaprocesso, rilevò inesattezze, lacune, vuoti probatori, che oggi, nel comminare ergastoli, vengono glissati con grave noncuranza. Attaccato dai media, gli capitò di sfogarsi amaramente al telefono con epiteti che molti rivolgerebbero a chi li accusasse di essere fiancheggiatori della mafia ritenendosi innocente; poiché le contumelie erano dirette a Falcone e Borsellino, la reputazione di Carnevale ne è risultata lesa in eterno, nonostante l’assoluzione e diversi anni di sospensione cautelare dal servizio.

Una sorte agra è toccata anche al superpoliziotto Bruno Contrada. Napoletano, classe 1931, impegnato per anni in indagini antimafia, Contrada fu stretto collaboratore di Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo, ucciso nel 1979 (condanna per Leoluca Bagarella, mandanti  suo cognato Totò Riina e altri, su dichiarazione di pentiti dopo processi annullati e rifatti), ma in seguito coinvolto in accuse di collusione con la strage di via D’Amelio (morte di Paolo Borsellino e scorta); dopo un complicato iter, a pena scontata, la condanna fu revocata. La moglie di Boris Giuliano non credeva alla sua colpevolezza; Antonio di Pietro ebbe a dire che la sua vicenda era stata banalizzata. Se si fossero sapute allora circostanze emerse successivamente, sarebbero cadute tante ipotesi bislacche, che coinvolgevano anche la mai esistita (ora lo sappiamo) banda della Magliana.

Riguardo agli incartamenti del maxiprocesso, cinquemila cartelle, Indro Montanelli dirà che, se esistono prove certe, ne bastano tre. Pur non concordando sempre col giornalista di Fucecchio, per esempio quando parla di compatibilità politiche con la mentalità mafiosa, la sua rudezza ci appare vicina alla realtà. Le carte dell’istruttoria sono una cosa, le motivazioni per il rinvio a giudizio, altra.

Giovanni Falcone è stato tacciato di ambizione divorante, per aver ambito alla carica di dirigente dei giudici istruttori antimafia di Palermo. Gli fu preferito Antonino Meli (1920/2014), per anzianità. Va ricordato che si scontravano due scuole di pensiero. Secondo quella di Falcone, che l’aveva fatta prevalere nei primi anni, occorreva unificare le competenze (fu strenuo propugnatore della DIA, istituita nel 1991), poiché continuare a indagare secondo il territorio dove accadevano i crimini disperdeva le informazioni, posizione su cui nemmeno Borsellino era completamente allineato (forse l’unico motivo di disaccordo tra i due); l’altra impostazione era più tradizionalista e tendeva a rispettare appunto l’anzianità di servizio, che era il criterio utilizzato di norma, anche se può subentrare il cosiddetto “intuitu personae”, ovvero la scelta preferenziale. Il problema, ancora oggi, è che questo dissidio viene interpretato con mentalità da tifoseria indotta dai media: chi sta con Falcone è contro la mafia, chi non lo appoggia incondizionatamente è un mafioso, ma non dovrebbe funzionare così.

Finì che Falcone fu nominato, dall’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli, direttore dell’ufficio affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia, anche per sottrarlo a un’atmosfera di veleni scatenata dalla lettera anonima del cosiddetto “corvo”, che gli rivolgeva atroci accuse di manipolazione dei pentiti. All’epoca lo scandalo “Mani pulite” era appena all’inizio, febbraio 1992, e chissà cosa ne avrebbe detto Giovanni, che stava ricevendo appoggio proprio dall’aera socialista, prima vittima della furia partiticida della procura di Milano. Nel frattempo era stato introdotto il 41 bis, articolo del codice penale che prevedeva il carcere duro per i condannati per  reati mafiosi e oggi vediamo utilizzato anche per accusare bande di ladruncoli di quartiere. Questo avrebbe voluto Giovanni?  E cosa avrebbe detto delle future star antimafia? Per esempio, Piero Luigi Vigna (1933/2012), già accusatore glamour di Pietro Pacciani come mostro di Firenze. Dal 1992 Piero svolse anche le funzioni di procuratore distrettuale antimafia, indagando sulle bombe in via dei Georgofili a Firenze, del 1993 (cinque morti, feriti, enormi danni). Dal 14 gennaio 1997 Piero divenne procuratore nazionale, incarico che lasciò nel 2005 per raggiunti limiti d’età (dopo una deroga speciale ad personam); nel 2009 presiedette la commissione che ha elaborato il Codice antimafia e anticorruzione della Regione siciliana, denominato “Codice Vigna”. I personaggi di Pacciani e Riina viaggiano appaiati: tribali, crudeli, esteticamente non attrattivi, un passato con qualche reato (in verità peggio il primo del secondo), sembrano due attori della stessa commedia, uno stampo replicato.

Vigna imputò a Pippo Calò e altri, con il solito starter di pentiti e collaboratori, la strage del rapido 104 del 23 dicembre 1984; dopo un percorso travagliato, ci furono conferme delle condanne (Guido Cercola si suicidò in carcere nel 2005), ma pure il tentativo, fallito, nel 2011, di farci entrare Totò Riina come mandante. L’indagine era partita su tutt’altre piste, Vigna la mandò sul binario dei boss siciliani.  Vigna è anche colui che una delle vittime del Circeo, la sopravvissuta Donatella Colasanti (scomparsa nel 2005) accusava di aver sdoganato Angelo Izzo, uno dei tre aguzzini, dandogli dignità di collaboratore e facilitando la sua uscita dal carcere, dopo la quale egli ucciderà altre due persone.

A Vigna succedette Pietro Grasso, sempre attaccato dall’altezzoso Marco Travaglio. “ Il presidente del Senato (tale era diventato Grasso nel frattempo NDA) ospite di Corrado Formigli paragona il vicedirettore del Fatto ai mafiosi che minacciavano la sua famiglia alla vigilia del maxiprocesso. Ma non fa chiarezza fino in fondo sui momenti più controversi della sua carriera, dalla mancata firma della richiesta di appello contro Giulio Andreotti alla nomina a procuratore nazionale antimafia a scapito di Caselli, bloccato da una legge contra personam del centrodestra” Questo scriveva il FQ il 25 marzo 2013, con una vena giustizialista che, in verità, risparmia solo gli amici politici 5 Stelle; come se poi fare appello fosse obbligatorio e non piuttosto una facoltà rinunciabile, in assenza di elementi probatori solidi, come un magistrato può stabilire, evitando così esorbitanti e inutili spese di giustizia. Se certi giornalisti pagassero i processi di tasca loro, vi sarebbero solo veloci assoluzioni.

Giulio Andreotti (1919/2013), romano doc, una mente sottile pur se non bizantina come quella di Aldo Moro, e anche meno magniloquente, partito in salita per la precoce perdita del padre, entrò in politica dalla porta principale come delfino di Alcide De Gasperi, messo in sella dal nuovo regime alleato, alla caduta del fascismo; è l’uomo politico italiano con il record di incarichi governativi. Cattolico devoto, sposato, quattro figli (i due maschi manager, Serena cura la fondazione intitolata al padre, Marilena ha lavorato alla Treccani), soprannominato “Divo Giulio”, una personale avversione verso lo sport praticato, ma gran tifoso della Roma e appassionato d’ippica, rappresentò la figura del capo modesto e potente, non alieno da battute al cianuro. Interpretando se stesso nel “Il tassinaro” di Alberto Sordi, sostenne che non tutti possono arrivare in alto; di Pecorelli che “ se le cercava”; famosa è rimasta la sua risposta a chi sosteneva che il potere logora: “chi non ce l’ha”.

Ritenuto equilibrista e furbo, anche se piuttosto empatico, dagli anni ottanta si riteneva potesse aver fatto il suo tempo e il presenzialismo istituzionale infastidiva l’opinione pubblica; sfruttando l’astio popolare contro il potere, abilmente alimentato, si pervenne a indagini su di lui, che votò a favore della sospensione della propria immunità parlamentare per far proseguire l’inchiesta. Le accuse a suo carico si fecero pesanti. Quando, il 12 marzo 1992, fu assassinato Salvo Lima (deputato, europarlamentare e sindaco di Palermo), si insinuò che Andreotti avesse ordinato l’eliminazione di un suo fedelissimo ormai inservibile, perché non più garante dei rapporti tra DC e mafia. Lima conosceva quasi tutti i siciliani sulla faccia della terra e avrà accordato favori, come i colleghi, ma il suo nome risultava ghiotto per arrivare a Giulio. Per il suo delitto arrivò una gragnuola di condanne, ovviamente comminate anche a Riina e Brusca. Buscetta negò per anni che Andreotti avesse a che fare con la mafia ma, dopo i decessi consecutivi di Falcone e Borsellino,  naturalmente cambiò idea e lo fece affiliato al clan La Barbera.

Noi abbiamo una certa idea della giustizia e non riteniamo debba coinvolgere i deceduti, da indagare quando è ancora possibile e loro possono difendersi. Per quanto riguarda Andreotti, lasciamo la parola a questo articolo:

Accusare mio padre di un suo possibile coinvolgimento in un omicidio o di avere rapporti con la mafia è uno schiaffo alla sua memoria e alla sua storia». Così Stefano Andreotti, figlio del 7 volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, si dice “addolorato per le parole” di Rita Dalla Chiesa su un possibile coinvolgimento dello storico esponente della Dc nell’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. «Le sentenze di Palermo e di Perugia hanno smentito» ogni ipotesi in questo senso, sottolinea, ricordando come invece tra suo padre e il generale «ci fosse un rapporto di grande stima reciproca».

«Mio padre aveva grande fiducia nel generale, lo volle a capo del nucleo speciale anti-terrorismo, facendogli avere poteri che permisero grandi risultati contro le Brigate Rosse». Dopo il ‘79, Giulio Andreotti resta fuori dai governi, per poi rientrare solo nell’’83 da ministro degli Esteri nel governo Craxi. «In quegli anni, prima del suo tragico omicidio – racconta il figlio – Dalla Chiesa passava a Roma e chiedeva di incontrarsi con mio padre, per scambiarsi idee e confrontarsi, incontri cordiali tra persone che si stimavano a vicenda». «Mio padre – spiega – sconsigliò a Dalla Chiesa di andare come Prefetto a Palermo, gli consigliò di farsi dare poteri maggiori, per poter coordinare la lotta alla criminalità, non soltanto siciliana, ma anche quella delle altre regioni del Sud, l’ndrangheta in Calabria e la camorra in Campania».

Stefano Andreotti ha reso noto anche uno scambio epistolare del 1979. Nella prima lettera, datata 3 settembre 1979, è Giulio Andreotti a rivolgersi al generale, scrivendo di aver apprezzato la sua scelta di restare alla guida del nucleo antiterrorismo, rinunciando di tornare a svolgere l’incarico di generale dei carabinieri. «Caro generale – scrive Andreotti, che ha appena lasciato Palazzo Chigi dove è arrivato Francesco Cossiga – so che accettare la conferma all’incarico le costa, ma conosco anche il suo patriottismo e penso a quale effetto avrebbe avuto l’annuncio di una sua diversa soluzione e dobbiamo quindi ancor di più essere grati. Auguri di buon lavoro e cordialissimi saluti». Il 16 dello stesso mese risponde Dalla Chiesa: «Le sono tanto grato per i sentimenti di solidarietà e di incoraggiamento che si è compiaciuto farmi pervenire, sapevo della sua benevolenza e – con una punta di presunzione – anche della sua considerazione, ma l’aver potuto leggere così gentili espressioni, in un momento di particolare travaglio interiore e quando più ambivo ad un mio rientro nei ranghi e quindi nell’ombra mi ha fatto bene e mi è valso a quel po’ di ossigeno di cui avevo bisogno», scrive il generale. «Continuò a sperare che nel giro di pochi mesi le mie aspirazioni possono trovare la loro realizzazione, che gli stati emotivi concedano spazio anche a chi, più che apparire, intende conservare la fede dell’umiltà e la modestia al servizio del nostro Stato, ma è anche certo che, nella parentesi per la quale mi è richiesto di continuare a recitare una parte, le mie prestazioni saranno caratterizzate come lei chiede, dal più genuino senso di responsabilità verso il governo e verso la collettività. Le rinnovo signor presidente, i sensi della mia gratitudine», conclude il testo.

Poi a settembre, dopo 100 giorni da Prefetto a Palermo, il tragico epilogo a via Carini: il generale viene massacrato dalle raffiche di kalashnikov.«Mio padre restò colpito da quell’omicidio – assicura – Tra l’altro conosceva bene la moglie Setti Carraro e la sua famiglia, con lei era stato amichevole e l’aveva aiutata ai tempi della Croce Rossa». Andreotti però non andò ai funerali: «Mio padre non aveva ruoli di governo in quel momento, scrisse un sentito telegramma, inviato al fratello del generale, Romeo, nel diario di quei giorni troviamo poi parole di stima e cordoglio per Dalla Chiesa», dice ancora Stefano, che con la sorella Serena ha curato una edizione critica dei diari del padre, negli scorsi anni. Agli atti del tempo finì però una battuta dello stesso Andreotti, che giustificò la sua assenza alle esequie, spiegando di «preferire i battesimi ai funerali». «È una battuta davvero infelice – ammette Stefano – ma certo non esprimeva il suo pensiero del tempo».

Temiamo fortemente che ad alimentare i rancori di Rita sia stata proprio l’amicizia di Giulio con i Setti Carraro. Notoriamente i ragazzi Dalla Chiesa detestavano la seconda moglie del padre e la famiglia Setti ha lamentato più volte l’indifferenza di quella famiglia al loro altrettanto intenso dolore; la mamma di Emanuela in particolare, aveva avversato quelle nozze e non certo buttato la figlia nelle braccia del generale, di trent’anni maggiore e troppo esposto a rischio di attentati. NDA

Stefano Andreotti preferisce ricordare invece quanto scrisse l’ex presidente del Consiglio nelle lettere che lasciò ai figli, da leggere all’indomani della morte avvenuta il 6 maggio del 2013. «Mio padre se ne è andato sereno, lui aveva una fede vera, in quelle righe che abbiamo letto la sera della scomparsa, c’era scritto “io giuro davanti a Dio di non avere avuto niente a che vedere con la mafia, se non per combatterla, né con le uccisioni di Dalla Chiesa e Pecorelli”».lastampa.it.- 22 settembre 2024

Rita Dalla Chiesa, ascesa ai fasti televisivi dopo la morte del padre (sorella parlamentare PDS, fratello dell’Ulivo), farebbe bene a preoccuparsi delle dicerie su di lui che, come abbiamo visto, non mancano, anche se personalmente non le sottoscriviamo.

Perfino su quel boato a Capaci, il 23 maggio 1992, non si è raggiunta una concorde spiegazione. Secondo l’ultima versione ufficiale, orfani di Riina, arrestato nel 1993, altri boss o sedicenti tali, come Matteo Messina Denaro, Bagarella e i fratelli Graviano decisero di continuare con le azioni dinamitarde ( culminate con le bombe di Firenze) ma, il 12 gennaio 1996, il più temuto di loro, Giovanni Brusca (classe 1957) fu arrestato e i suoi “fedelissimi” iniziarono a cantare; cosa che fece scenograficamente anche lui, nel quarto anniversario della strage di Capaci, divenendo poi collaboratore stipendiato a partire dal 2000. Come molti del suo rango, e di altre organizzazioni, quali la camorra, si autoaccusò di miliardi di omicidi nemmeno ricordati, ma poiché confessò di aver azionato il detonatore dell’ordigno che uccise Falcone e gli altri, da allora prende un sussidio. Persi alcuni permessi per irregolarità di comportamento, è uscito nel 2021. Carcere a vita per  Matteo Messina Denaro come mandante, Salvatore Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello.

L’indagine dura tuttora, anche per l’ingresso in autostrada di sempre nuovi collaboratori, che ribaltano gli scenari. Vennero coinvolti, come mandanti occulti, i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (condannato solo il secondo, ovviamente, per associazione), l’ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, per averli favoriti (assolto); oggi si tenta di legare tutto alla strage di Bologna in riferimento all’ultimo condannato, Paolo Bellini. Un tentativo di associare il terrorismo di destra a fatti di mafia ci fu con Giusva Fioravanti, condannato con la moglie per Bologna (si sono sempre dichiarati innocenti al riguardo); la vedova di Pier Santi Mattarella, nel 1992, dichiarò che, dopo averci molto pensato ( il marito era stato assassinato il 6 gennaio 1980) riteneva di aver riconosciuto Fioravanti, accusa che non avrà seguito.

Una coda inquietante di questa storia infinita è rappresentata dall’attentato dell’Addaura, di cui ancora si discute.

Secondo il giornalista Saverio Lodato,  Falcone aveva lamentato una cospirazione contro di lui, accusato di aver organizzato un attentato finto per poterlo sventare e raggiungere la vetta. “ …dopo il 1989 ebbi modo di chiedere a Giovanni Falcone un giudizio su alcuni dei massimi rappresentanti della lotta alla mafia a Palermo. E anche in quella occasione Giovanni Falcone fu ‘tranchant’. Era arrivato, nell’88, il nuovo capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e si era insediato da qualche mese il nuovo alto commissario Domenico Sica”. Proprio quel La Barbera che sarà l’autore principale, il regista e l’esecutore principale della creazione del finto pentito Scarantino. Si saprà dopo che era appartenente ai servizi e che era a libro paga di Cosa nostra. Tutto questo allora non si sapeva. Ma Giovanni Falcone di fronte a questi due nomi – Sica e La Barbera – mi disse testualmente: ‘Sono venuti a Palermo per fottermi’”.

Chi erano costoro?

Il leccese Arnaldo La Barbera (1942/2002) , dirigente di Polizia, fu l’autore dell’arresto di Salvatore “ Totuccio” Contorno (classe 1946), che non esitò, una volta fattosi collaboratore, dopo un colloquio con Buscetta, ad accodarsi a Tommaso. Per far ciò si dovette autoaccusare di omicidi come quello di Pippo Calò, a vendetta dell’uccisione di Stefano Bontate. Non contento dell’immunità e protezione degli USA per farlo testimoniare nel processo Pizza Connection, Totuccio tornò segretamente in Italia e continuò a delinquere.

Inviato al G8 di Genova, La Barbera fu accusato dell’irruzione alla scuola Diaz e poco dopo morì. Le accuse contro di lui sono iniziate dopo la sua morte, con le “confessioni” di Gaspare Spatuzza; a seguito di ciò La Barbera rimane per tutti colui che ha fatto sparire la borsa di Falcone e l’agenda rossa di Borsellino. Finirono nei guai anche poliziotti che avevano lavorato con i due magistrati uccisi.

Gaspare Spatuzza (classe 1964) era coinvolto, a suo dire, in vari omicidi come quello di don Pino Puglisi e del piccolo Giuseppe De Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a causa della collaborazione del padre ex affiliato; ma si è definito contrario all’operazione, fattagli subire da Brusca. Accusatore di Berlusconi e Dell’Utri, è libero dal 2023. Dove vada a finire questa gente, non si sa.

Domenico Sica (1932/2014) romano, parente di Che Guevara per parte di madre, considerato un asso pigliatutto, avendo indagato su destra, sinistra, terrorismo e stragi, è il magistrato che tolse alla collega Margherita Gerunda l’inchiesta sulla sparizione della cittadina vaticana Emanuela Orlandi nel 1983 e la lasciò tramontare senza interrogare quasi nessuno: grave inerzia, che scontiamo ancora oggi. Nel 1988 Sica divenne appunto alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa; fu poi prefetto di Bologna e inviato a Bruxelles in un pool internazionale contro il narcotraffico.

Paolo Borsellino, sconvolto dalla perdita dell’amico fraterno, privo di quell’appoggio, dicono intriso di ironia e alleggerimenti che Falcone riservava solo a chi amava, perse la sua serenità e l’allegria che, nonostante tutto, contraddistinguevano la sua personalità. Tornato da Trapani, dove aveva condotto indagini sulla situazione mafiosa locale, non fece in tempo a rimettere insieme le idee, che si ritrovò a pezzi in via D’Amelio con tutti i cinque agenti di scorta, il 19 luglio 1992. La sua figura viene spesso utilizzata in riferimento all’agenda rossa su cui avrebbe appuntato nomi indicibili, che oggi appare favolistica e buona per vendere qualche copia o qualche libro in più. L’agenda rossa scomparsa è un classico dei misteri di tutto il mondo: l’hanno attribuita a Marilyn Monroe (ovviamente doveva esserci il numero dei Kennedy) e a Simonetta Cesaroni (anzi al povero Pietrino Vanacore, portiere di via Poma da sempre nel mirino, che l’avrebbe sottratta dall’ufficio dove lei giaceva morta, ma non è vero).

Nel 2021 è stata confermata in Cassazione la condanna all’ergastolo per la strage di Via D’Amelio ai boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, mentre non si è riusciti a dimostrare le presunte trattative stato mafia (presunta negoziazione svolta a più riprese tra esponenti delle istituzioni italiane e rappresentanti dell’associazione mafiosa Cosa Nostra durante le stragi del 1992-1993 con l’intenzione di porre fine alle stragi in cambio di favori concessi all’associazione).

Falcone e Borsellino furono auditi in commissione antimafia nel 1989, in una situazione politica molto diversa dall’ attuale, ma anche da quella che di lì a poco sarebbe nata dopo lo sfaldamento della cosiddetta “prima repubblica”. Una delle richieste che stavano loro a cuore consisteva nella possibilità di un sequestro immediato dei beni degli indagati. La questione ha suscitato dubbi nei più scrupolosi garanti della tutela degli interessi privati. Se è vero che non procedere nell’immediato poteva favorire dismissioni dei beni con prestanome e impedirne il recupero anche a fini risarcitori, è pur vero che una proprietà acquisita legalmente ( il venditore non essendo necessariamente un mafioso e ove le imposte di legge siano state regolarmente versate) lede il diritto a ereditare di discendenti non coinvolti in indagini. Molti immobili, inoltre, sono passati a enti pubblici configurando un esproprio pubblico senza rendiconti. Oggi qualcuno infatti sta gettando accuse contro un figlio d Totò Riina, allo scopo di prevenire richieste di rifusione di questi eredi.

Luciano Violante, magistrato poi parlamentare PDS, componente  di quella commissione, si rivelerà in seguito contrario all’inasprimento del 41 bis, posizione poi variamente interpretata; alcuni la considerano troppo favorevole ai condannati, mentre Violante riteneva violasse dei principi costituzionali, il che appare vicino al vero.

In generale è noto che i pentiti si inseriscono sempre nel quadro criminale in ruoli periferici o indotti da miseria e ingiustizie, quando non da dolori personali. Tommaso Buscetta avrebbe perduto, per vendette trasversali, figli e parenti vari. In realtà, in aula, ha parlato dei figli come spariti, dicendosi non sicuro della loro morte; il numero dei familiari varia da fonte a fonte.

Matteo Messina Denaro, come altri cosiddetti boss, e non solo siculi, è stato acciuffato quando non contava più nulla, anche dal punto di vista giudiziario, e stava per morire tranquillamente in una clinica. E’ scomparso nel 2023.

La storia della mafia non sembra finita, come si legge per esempio su Palermo Today del 17 ottobre 2025, che pubblica un’immagine di due “boss”, Pietro Tagliavia e Jimmy Telesia.

….

Oggi la storia della mafia sembra cristallizzata e, come tutto ciò che non viene messo in discussione, si avvicina al dogma. Dal web:

La mafia nella forma istituzionalizzata in cui la conosciamo oggi nacque verso la metà dell’800 nel meridione italiano – nello specifico nei territori del Regno Borbonico. In un quadro geopolitico ancora estremamente frammentario gestito dalla nobiltà feudale, i primi “uomini d’onore” si affermarono come “forza armata” addetta sia alla risoluzione delle dispute interne al feudo che alla difesa verso minacce esterne”.

Come si nota subito, le parole chiave sono meridione e borbonico. Molti studi hanno mostrato l’approssimazione del giudizio storico tranchant sul regno dei Borboni, che ha prodotto un aggettivo screditante di per sé. Di più, la situazione feudale viene indicata come causa scatenante della nascita di falangi armate che, in verità, si trovano facilmente descritte anche in Lombardia nel periodo in cui sono ambientati “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Lo stigma che ha investito il sud italiano ha finito per dimostrarsi una sorta di profezia autoavverante, in una spirale senza uscita: nel complesso di inferiorità l’individuo prima, la collettività poi, trova la ragion d’essere, lo scopo dell’esistenza e della contrapposizione al nord ricco e sfruttatore, Eldorado da raggiungere per suggerne le possibilità, abbandonando le proprie terre avare e infami. Anche un’opera pregevole come “Cristo si è fermato a Eboli” mostra un amore torpido ed estetizzante, quasi dannunziano, verso terre amate perché decadenti e miserabili. NDA

La Mafia ha attraversato diverse fasi storiche, adattandosi ai tempi sia nei costumi che (soprattutto) nelle attività criminose perseguite. Fu dunque in un contesto privo di un forte stato centrale che dei semplici briganti iniziarono ad associarsi andando a creare un vero e proprio sistema basato sull’uso della forza. Il potere che acquisirono fu tale da influenzare la politica locale, regionale e nazionale fino ai giorni d’oggi, da Giolitti alla trattativa Stato-Mafia passando dall’era dei magistrati eroi (Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa tra gli altri)”.

E’ palese l’affermazione di accadimenti non provati, ma ormai ritenuti verosimili per il martellamento mediatico che li ha trasformati in dati di fatto, come la trattativa stato-mafia. La mancanza di uno stato centrale deriva dal fatto che l’Italia non esisteva e, pur una volta formatasi, le forti spinte centrifughe non si sono sopite e nello scacchiere europeo essa veniva continuamente insidiata come terreno di conquista. Lasciamo da parte le correnti cospirazioniste riferite a macchinazioni massoniche che avrebbero considerato l’Italia unicamente come terreno di sperimentazione sociale. NDA

Sebbene le mafie italiane non siano le uniche esistenti a livello globale, esse sono probabilmente quelle che hanno avuto sia più fama che più fortuna. Il carattere peninsulare della nostra nazione ha infatti sempre favorito i commerci internazionali: da un lato quelli leciti, in cui oggi dominano i prodotti chimici di base e gli autoveicoli; dall’altro quelli illeciti, basati soprattutto sul contrabbando. Proprio gli aspetti geografici e morfologici dell’Italia, inoltre, contribuiscono a renderla una delle principali mete del turismo, che costituisce uno dei maggiori settori dell’industria nazionale”.

L’Italia non è certo l’unica penisola europea  nel Mediterraneo (ai pensi alla Spagna e alla Grecia) e le vicende legate al traffico di droga prima, e di clandestini poi, hanno dimostrato che le centrali da cui esse si irradiano si localizzano molto lontano e prendono le vie più diverse per giungere all’utilizzatore finale o, nel caso dell’immigrazione, a un luogo che vede l’Italia come terra di passaggio, quella a cui è destinato l’impatto iniziale e più problematico.

Uno degli ambiti leciti in cui si è infiltrata la mafia soprattutto a partire dal nuovo millennio è quello degli appalti pubblici per lo smaltimento dei rifiuti e la transizione ecologica. La cosiddetta “ecomafia” punta ad abbattere i costi di queste attività tramite pratiche altamente dannose per l’ambiente, usando tecnologie ormai superate – come impianti inceneritori, smaltimento di scarti industriale nelle falde acquifere e costruzione di infrastrutture non in regola. Questo preoccupante fenomeno offre spunti di riflessione sull’accessibilità economica delle nuove tecnologie, un ambito che richiederebbe l’intervento statale per beneficiare realmente le comunità locali”.

E’ evidente l’influenza del libro (poi film)” Gomorra” su tali valutazioni ( uno dei pochi lavori italiani che ha girato il mondo e, dipingendo la penisola con il solito profilo criminale e abbruttito, riscuote un successo mai fermatosi dai tempi di “Ladri di biciclette”); e a nulla è valso osservare che l’opera di Roberto Saviano contiene clamorosi errori, per esempio in tema di costumanze cinesi.

E ancora, sempre in web:

La mafia è un’organizzazione criminale con radici in Sicilia, Calabria e Campania sviluppata poi anche nel Nord Italia, in Europa e nel mondo. Ciò che interessa ai mafiosi è il potere economico, e cioè i soldi che riescono a ottenere grazie al traffico di armi, di uomini, di droga. I mafiosi fanno anche affari con i politici in modo da ottenere favori in cambio di voti e protezione. O ancora, la mafia può arricchirsi e diventare sempre più potere col cosiddetto “pizzo”, una sorta di “tassa” che i mafiosi chiedono ai commercianti in cambio di protezione. Chi non paga il pizzo, per esempio, può subire anche danni gravi alla propria attività. La mafia ha un nome diverso a seconda della regione di appartenenza: in Sicilia è Cosa Nostra; in Campania è la Camorra; in Puglia è la Sacra Corona Unita; in Calabria è la ‘Ndrangheta… La mafia in Italia è diffusa in tutta la nazione, ma fuori dalle regioni di appartenenza si tratta di “cellule”, di “distaccamenti” che si scontrano tra loro per contendersi il controllo dei territori…

La Camorra è nata in Campania e resta molto radicata, sviluppata in quella regione dove ha creato dei veri e propri “sistemi” criminali che sfruttano soprattutto la povertà delle persone nelle periferie della città più importanti come Napoli. In particolare si occupa dello spaccio della droga, del traffico d’armi e di rapine ma anche di traffico di rifiuti illeciti.

La ‘Ndrangheta è calabrese anche se oggi è ormai diffusa anche in Emilia Romagna, Lombardia e all’estero. Si è organizzata in ‘ndrine che sono presenti in ogni comune e sono formate da famiglie che prevedono un vero e proprio rito per entrarne a far parte. Oggi è la più ricca delle mafie soprattutto grazie al traffico di droga ma anche alla conquista del potere in alcuni comuni.

In Puglia, nel Salento, dove andiamo tutti in vacanza, è nata la Sacra Corona Unita. Per entrare a farne parte serve un “giuramento”

L’anatema sul mezzogiorno in Italia non accenna a diminuire ( l’elenco dimentica la cosiddetta mafia del Brenta), definendolo soltanto nei suoi contorni malavitosi i quali, ove sussistano in altre zone del paese, ne assumono il nome e la genealogia: l’unità culturale della nazione, con il suo già difficile percorso, è stata dunque compromessa in nuce, dando luogo a fenomeni politici come la Liga veneta e la Lega Nord: pur se oggi la predominanza europea ha ridotto tali rigurgiti a più miti consigli, con scranni di potere centrali e locali, miniaturizzati al punto che nessun amministratore, nemmeno di quartiere, opporrà argomenti propositivi in alternativa a quelli proposti a Bruxelles e troverà cittadini in stato di sudditanza psicologica, non più in grado di organizzare un pensiero oppositivo solido, che non sia quello di una sterile manifestazione in stile Masaniello, erede depotenziata del terrorismo dei decenni precedenti. NDA

La storia della mafia in rete

Ma quando e dove nasce la mafia? Sì, la mafia è nata in Italia: più precisamente, pare che già nell’Ottocento ce ne fosse traccia, perché il termine “mafiusu” era comparso in un dramma teatrale del 1863 in scena a Palermo. Cosa Nostra esisteva quindi già nel diciannovesimo secolo, si pensa agli inizi. Originariamente il fenomeno era nato come un’organizzazione di proprietari terrieri locali che aveva esteso il proprio controllo a qualsiasi ambito della società. Questi padroni, servendosi di uomini violenti e pronti a tutti, decidevano chi doveva essere eletto, chi doveva lavorare e chi, avendo mancato di rispetto doveva essere punito.

Alla fine del XIX secolo molti italiani emigrarono, a causa della povertà, verso l’America e alcuni migranti “esportarono” mentalità e metodi criminali nel Nuovo Mondo. Negli Stati Uniti si svilupparono così potenti organizzazioni criminali con dei capimafia, come il conosciutissimo Al Capone.

In Sicilia, intanto, questi criminali si organizzarono e nel dopoguerra i gruppi mafiosi furono usati per fermare le rivolte dei contadini che chiedevano la proprietà delle terre che coltivavano”.

Secondo questa vulgata il cuore del male sta in Sicilia e dall’isola si è esteso al mondo. Il fatto che negli USA esistessero potentati criminali come quelli di Meyer Lanski e Jimmy Hoffa o Dilliger, o in oriente le potenti organizzazioni contro cui pare si sia scontrato Bruce Lee, per non parlare dei cartelli della droga latinoamericani, viene glissato in favore degli uomini in lupara, evidentemente più fascinosi mediaticamente. Spulciando qui è là nella storia si scopre, per esempio, qualche consorteria delinquenziale precedente.

“…nel volume Made Men di Antonio Nicaso e Marcel Danesi (e anche) nel volume di Enzo Ciconte ‘Ndrangheta dall’unità ad oggi (del 1992, dunque meno recente dell’altro, uscito nel 2014) si fa riferimento ad una «nota associazione fondata a Toledo nel 1412, la Garduna, e ai cavalieri facenti parte di tale associazione, i quali «dalle loro terre, quelle della Catalogna, portarono nel Mezzogiorno d’Italia alcuni metodi in uso in quella consorteria. Si racconta che lavorarono per 29 anni, sottoterra, di nascosto da tutti, per approntare le regole sociali della nuova associazione che avevano in animo di costituire. La sede da loro prescelta fu l’isola della Favignana. Da lì, dopo un lavoro trentennale, decisero di dividere in tre tronconi l’associazione che, da quel momento, si insediò stabilmente nelle regioni meridionali, e si denominò mafia in Sicilia, camorra nel napoletano e ‘ndrangheta in Calabria. È un’antica leggenda, di cui non esistono molte tracce scritte, che si è tramandata oralmente…” nazioneindiana.com

Naturalmente tutti i salmi finiscono in gloria e anche la Garduna si orientò nel nostro meridione…

Quanto al nome, gli studiosi hanno alambiccato non poco:

“…la comparsa di mafia è più o meno coeva a quella di camorra, ma priva di precedenti anteriori al periodo postunitario: il derivato mafioso figura nel testo teatrale di Giuseppe Rizzotto I mafiusi di la Vicaria di Palermu (1863) e la sua registrazione ufficiale nella lessicografia si deve al Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina (Palermo, 1868-1873) coi significati di ‘braveria, baldanza, tracotanza, pottata, spocchia’ e infine ‘nome collettivo di tutti i mafiosi’. La presenza di una –f– in posizione interna, estranea alla tradizione latina, e la sua peculiarità di voce siciliana, hanno indirizzato la ricerca delle origini verso l’arabo e in questa direzione, la proposta che riscuote più consensi è quella dell’adattamento del prestito maḥyāṣ ‘smargiasso’, col derivato maḥyaṣa ‘smargiassata millanteria’, nella riformulazione di Salvatore Trovato (Atti del XXI Congresso Internazionale di Linguistica e Filologia Romanza, Vol. III, Tübingen, Niemeyer, 1998, pp. 919-925).

Se la “braveria” compare ne “I promessi sposi”, qualche cronologia non ci torna.

Dal web

A sua volta la parola mafia viene dall’arabo mo’afiah: ‘arroganza, tracotanza, prevaricazione’

“…Meno fortunata, ma non per questo meno degna di considerazione, è la proposta avanzata a suo tempo da G.M. Da Aleppo e G.M. Calvaruso (Le fonti arabiche del dialetto siciliano. Vocabolario etimologico, Roma, Loescher, 1910) e rilanciata con qualche correzione da M. Salem Elsheikh (Gli interscambi culturali e socio-economici fra l’Africa Settentrionale e l’Europa mediterranea, Napoli, 1986, pp. 943-951), secondo la quale mafia sarebbe la resa dell’arabismo mo’afiah ‘arroganza, tracotanza, prevaricazione’. Se dovessimo propendere per l’arabismo, questa seconda ipotesi ci sembrerebbe preferibile, perché comporta un adattamento minimo in quanto il segmento iniziale mo’a– si riduce facilmente a ma–. Ma le difficoltà dell’arabismo sono altre, prima di tutte la datazione: è difficile accettare una trasmissione sotterranea di almeno otto secoli, se si attribuisce il prestito al periodo della dominazione araba della Sicilia, e d’altra parte, se si sostiene la sua adozione recente, si ha l’obbligo di indicarne e motivarne il tramite attraverso i documenti.

Bisogna poi tener conto di due fatti di ordine semantico: il primo è che gli scrittori siciliani del secondo Ottocento sono concordi nel sostenere che in Sicilia il significato primitivo di mafia era ‘eleganza, braveria, eccellenza’; il secondo è che fuori di Sicilia la voce è diffusa nei dialetti centro-meridionali col significato di ‘spocchia’ e prevalentemente nella variante maffia con doppia –f-. Una ricerca più accurata fa emergere il bergamasco mafia “donna di età mezzana”, l’elbano maffiona ‘(donna) colla faccia piena e tonda’ e la locuzione far (la) maffia ‘sfoggiare lusso’, propria del gergo militare. Al maschile troviamo il torinese mafi, mafiu ‘tanghero’ e il milanese brüt mafee ‘uomo brutto’, che Angelico Prati (Voci di gerganti, vagabondi e malviventi, Supplem. II a L’Italia Dialettale, 1940, pp. 125-128) riconduce senza difficoltà al nome proprio Maffeo, variante di Matteo, appartenente alla serie dei nomi biblici in –èo, che hanno acquisito un significato dispregiativo, descritti a suo tempo da Bruno Migliorini (Dal nome proprio al nome comune, Genève, Olschki, 1927, pp. 274-275). La stessa origine il Prati attribuisce di conseguenza alle voci femminili citate sopra, ma questa sua conclusione ha incontrato scarsa approvazione…”

Ecco che spuntano Lombardia e Piemonte.

Vale invece la pena d’insistere sull’origine del nome proprio Maffeo per almeno tre buone ragioni: fornisce una base lessicale accertata maf(f)-, altrimenti estranea al lessico italiano, rende conto dell’oscillazione –f-/-ff– tipica dei nomi propri che derivano da Matthaeus, permette di vedere nella Sicilia un centro di espansione recenziore della voce nella sua accezione più nota, ma non necessariamente il luogo della sua formazione. Stando ai dati forniti dai dialetti italiani, maf(f)ia è in partenza una vox media che significa ‘braveria, baldanza’, suscettibile di assumere accezioni positive o negative secondo l’etica e il costume dei parlanti: così in Sicilia, dove l’esibizione delle proprie ricchezze e del proprio stato sociale elevato è considerato un comportamento legittimo e naturale, la voce ha preso il significato di ‘eleganza, eccellenza’, mentre in Toscana, dove è vista come un’ostentazione inopportuna da guardare persino con sospetto, ha preso quello di ‘spocchia, boria’. Il nodo mancante è quello che lega questo comportamento al nome di Maffeo e il personaggio di riferimento non può che essere l’apostolo Matteo. A guardar bene nel racconto della sua conversione secondo il Vangelo di Luca ci sono tutti gli elementi utili, considerando non tanto il suo significato profondo quanto piuttosto le reazioni prodotte nell’immaginazione e nei sentimenti dell’uditorio. A differenza degli altri apostoli, semplici pescatori che avevano seguito Gesù senza cerimonie, Matteo, da ricco pubblicano, solennizza l’avvenimento con un atto di magnificenza: “Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola” (Luca 5, 29). Per gli ascoltatori delle letture domenicali questi elementi erano più che sufficienti a caratterizzare il tipo che trasforma un evento personale in un’esibizione di lusso e di superiorità, che fa la maffia.

Il significato può essere legato al nome Maffeo e all’apostolo Matteo, l’unico a esibire lusso e superiorità.Del resto il Vangelo di Luca è il più ricco di particolari narrativi, recepiti e rielaborati sia dalla tradizione dotta che da quella popolare, come le figure del ricco epulone, prototipo del gaudente dissoluto, e del povero Lazzaro, prototipo dello straccione miserabile, che ha dato il napoletano (e italiano) lazzarone ‘pezzente, vagabondo, canaglia’. Un riflesso dell’immagine popolare dell’apostolo Matteo, conseguenza della sua magnificenza, si coglie con evidenza in un detto che mi è stato riferito da un informatore di Torremaggiore (Foggia): quando qualcuno a tavola si abbuffa oltre misura, si usa rimproverarlo dicendo eh, Sande Mattèe!…” Alberto Nocentini

Ecco servita un’origine giudaico-cristiana!

Al funerale di Piersanti Mattarella il cardinale Pappalardo parlò di forze occulte, mentre il presidente della repubblica Sandro Pertini annuiva. E nota è rimasta una riflessione di Giovanni Falcone:

Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi…”

Giovanni aveva compreso che il capo dei capi stava da un’altra parte e la Sicilia era uno specchietto per le allodole?

Infine, cos’è Palermo oggi? Si è tanto detto del “sacco di Palermo”, riferito alla cementificazione selvaggia della città per mano di imprenditori mafosi: ma il fenomeno ha riguardato tutta l’Italia.

Invece, percorrendola nel 2024, chi scrive ha notato altro, oltre la bellezza che ancora spunta: un mondo abbandonato, una magnificenza mortificata, l’antica sontuosità in abbandono come un set non più utilizzato; in mezzo, una porzione del corso un tempo scintillante di via Maqueda, adibito a vetrina per turisti in libera uscita dalle crociere, bar e ristoranti; ma, dopo i Quattro Canti,  la desolazione.

Palermo, nei pressi di via Maqueda – 2024

Molti anni fa, in Andalusia, chi scrive notò che i ristoranti portavano tutti nomi del meridione d’Italia. Ecco com’è: l’uomo che vi accoglie mentre pregustate una pizza napoletana forse è un pentito in vacanza premio sine die.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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