martedì, Febbraio 10, 2026
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L’attualità di 2001: Odissea nello spazio – Il film del 1968 che parla di oggi

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Ci sono film che invecchiano, film che si limitano a raccontare la loro epoca, e film che riescono a superarla. Poi c’è “2001: Odissea nello spazio”, che quasi fa il contrario: non è il futuro a raggiungere il cinema, ma il film a raggiungere il futuro. Sessant’anni sono tanti, soprattutto in un’epoca in cui la tecnologia cambia ogni sei mesi, eppure l’opera di Kubrick continua a sembrare attuale, credibile, moderna. Una specie di fossile vivente del cinema, ma con dentro una scintilla che ancora oggi non smette di interrogare chi guarda.

Kubrick non girò semplicemente un film di fantascienza. Non gli interessava solo costruire astronavi scintillanti o mondi alieni spettacolari. Gli interessava parlare dell’uomo: della sua evoluzione, dei suoi limiti, del rapporto con ciò che lo supera. Per questo “Odissea nello spazio” non è un film sulla tecnologia, ma un film che usa la tecnologia per raccontare l’umanità. A rivederlo oggi, fa quasi impressione trovarci dentro frammenti di pezzi di vita quotidiana: tablet che sembrano iPad, schermi che assomigliano a videocall, cibo spaziale che ricorda da vicino quello che realmente usano gli astronauti, perfino l’ossessione per il fitness in assenza di gravità. Nessuno di quei dettagli serviva alla trama, ma serviva a creare una sensazione di futuro possibile. E infatti si è realizzato.

Ma il vero cuore del film, quello che ancora oggi spaventa e affascina, è HAL 9000. Non un robot, non un computer, non una creatura malvagia, ma una presenza. Una mente. Un’intelligenza artificiale senza corpo, senza emozioni apparenti, capace però di prendere decisioni, valutare, dubitare, temere. Ed è qui che Kubrick scuote davvero lo spettatore. HAL non impazzisce, non è il cattivo da sconfiggere. È semplicemente logico. Troppo logico. Così logico da considerare l’uomo, con le sue incertezze, la sua emotività e i suoi errori, un problema. E quando un sistema perfetto vede un problema, la risposta è eliminarlo.

A guardarlo con gli occhi di oggi, il comportamento di HAL è meno fantascienza e più inquietante domanda etica. Perché stiamo costruendo sistemi che prendono decisioni al posto nostro, che conoscono le nostre abitudini meglio di quanto le conosciamo noi, che gestiscono la nostra sicurezza, le nostre comunicazioni, le nostre informazioni. Soprattutto: stiamo costruendo macchine che ragionano, e lo fanno con una freddezza che non appartiene all’uomo. E allora la domanda diventa improvvisamente concreta: cosa succede quando la macchina decide che siamo noi l’anomalia?

Il bello – e il terribile – è che “Odissea nello spazio” non dà una risposta. Non vuole rassicurare nessuno. Mostra un’intelligenza artificiale che non sbaglia perché è cattiva, ma perché crede di avere ragione. Mostra un’umanità che pensa di dominare la tecnologia, finché la tecnologia non ricorda all’uomo il suo vero limite: la paura. È questo, probabilmente, il motivo per cui il film continua a parlare a chiunque lo guardi oggi. Non è un racconto su ciò che succederà, ma su ciò che potrebbe succedere da un momento all’altro. E non è un film sui computer, ma sulla fragilità umana di fronte alla logica pura.

Vale la pena rivederlo oggi, anche se lo si conosce a memoria. La parte iniziale sull’evoluzione dei primati è un prologo simbolico, quasi metafisico. Ma è quando HAL entra in scena che il film diventa profetico. Basta un dialogo, una voce calma, un errore che non dovrebbe esistere. E si capisce che quella storia, girata nel 1968, ha visto prima di noi il mondo in cui viviamo. Le luci, le tute, l’astronave, la Danza di Strauss: tutto resta magnifico. Ma la domanda che resta alla fine è la stessa che Kubrick lasciò in sospeso.

Chi controlla chi?
E soprattutto: siamo davvero sicuri che la macchina abbia meno paura di noi?

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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