martedì, Febbraio 10, 2026
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La democratura che abita l’Occidente e l’attualità del cavallo di Caligola

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Quando Caligola annunciò l’intenzione di nominare senatore il suo cavallo Incitatus, gli storici dell’epoca compresero subito che non si trattava di una follia, ma di un messaggio. Non era il gesto grottesco di un imperatore eccentrico, bensì una dimostrazione di potere: il segnale che le istituzioni potevano essere derise, svuotate, trasformate in un palcoscenico senza più alcuna dignità. Bastava evocare il cavallo per capire che il Senato non contava nulla. L’animale non avrebbe mai discusso leggi, ma avrebbe dimostrato una verità molto più dura: il potere non aveva più bisogno della competenza, né della serietà delle forme. Aveva bisogno solo di fedeltà.

Oggi quell’immagine, che a scuola ci fanno passare come un episodio di colore dell’antica Roma, torna con un’attualità sorprendente. La democratura, parola che abbiamo imparato ad associare ai regimi lontani, ai Paesi “problematici”, agli autoritarismi mascherati, non è più un fenomeno esotico. Ha messo radici anche in Occidente, non con la brutalità dei colpi di Stato, ma con l’eleganza dei processi graduali. Si diffonde dove il cittadino smette di avere un ruolo centrale e si limita a osservare, dove la politica adotta il linguaggio della tecnica, dove la rappresentanza diventa un meccanismo ripetitivo, fatto di riti più che di decisioni.

Il cavallo di Caligola continua a parlarci proprio perché non appare mai dov’è, ma dove meno lo aspettiamo. Non veste più la pelle di un animale portato in Senato per provocazione, bensì quella di figure che occupano incarichi pubblici senza un reale mandato, di persone che rispondono prima al capo politico che al mandato democratico, di istituzioni che accettano di diventare scenografie. La democratura occidentale non elimina le libertà, le addomestica; non abbatte i parlamenti, li trasforma in arene dove tutto è già deciso; non reprime le opposizioni, ma le sterilizza in un gioco rituale in cui le differenze servono più a intrattenere che a rappresentare.

In questo clima tornano utili anche alcune riflessioni di Papa Leone XIV, che in più occasioni ha richiamato il rischio che le democrazie contemporanee perdano progressivamente la loro “sostanza popolare”, schiacciate tra procedure tecniche e distanza crescente dai cittadini. Non è un discorso sulla geopolitica, ma sulla deriva culturale e istituzionale che porta le comunità a sentirsi spettatrici più che protagoniste.

In fondo, è lo stesso meccanismo che Caligola aveva intuito duemila anni fa. Non serve davvero portare un cavallo in Senato. Serve convincere tutti che non fa più differenza chi ci sia seduto. La democratura cresce proprio su questo terreno, nella normalizzazione dell’insensato, nell’indifferenza di fronte a nomine che sembrano più atti di fedeltà che di merito, nella trasformazione della politica in una liturgia in cui il cittadino non sente più il proprio ruolo.

La domanda, allora, non è se quell’antico cavallo sarebbe davvero stato un senatore. La domanda è quanto siamo disposti ad accettare perché le nostre istituzioni continuino a sembrarci funzionanti, anche quando la loro vitalità si sta lentamente dissolvendo. Ed è in questa domanda che l’immagine di Incitatus smette di essere un ricordo scolastico e diventa un monito attuale. Non tanto per ciò che fu, ma per ciò che rischia di tornare a essere. In occidente non vedremo un cavallo varcare la soglia del Parlamento, ma potremmo non accorgerci quando, metaforicamente, lo avremo accettato già da tempo.

raimondofrau
raimondofrau
Direttore tecnico presso una multinazionale e Presidente dell'Associazione di Volontariato Secolo Trentino - La terra degli Avi

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