sabato, Febbraio 7, 2026
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Il Ritratto di un dandy: Oscar Wilde oltre il mito

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Quando sei un adolescente e leggi “Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni”, arriva il colpo di fulmine e tutto quello che ha detto o fatto l’allocutore ti piacerà; leggi le sue opere, o almeno quelle che riesci a trovare; se non hai i soldini per il teatro cerchi qualche rappresentazione televisiva o cinematografica, che regolarmente ti entusiasmerà.

Sono trascorsi tanti anni e non ricordiamo più molto di tutto questo: le passioni giovanili lasciano una traccia, magari rinvenibile sul tuo profilo social, ma sono una eco sempre più lontana: è come guardare la vita di un altro.

Oscar Wilde, battezzato nelle fede anglicana con una serie di nomi riferiti ai gusti materni, nacque a Dublino nel 1854, nell’Irlanda ancora inglese, in teoria da famiglia borghese, ma il padre, oculista dei VIP, era donnaiolo e sparse anche alcuni figli in giro, oltre ai tre avuti dalla moglie, e fu accusato di aver stuprato una ragazza, dunque ogni tanto si presentava qualche turbolenza economica; la madre, esteta, con ambizioni da poetessa, contagiò il secondogenito, Oscar appunto, il quale, con alterne fortune per i suoi atteggiamenti, compì studi classici (grecista di fino), si laureò in arti e cercò di scrivere su qualche rivista. Pare che mamma Jane desiderasse una femmina e da tale vestì il pupo, come peraltro allora si usava, e in fondo era una tradizione di lassù. L’attore britannico Patrick Mcnee (1922/2015) ha raccontato di essere nato in un contesto bisessuale e che la madre era rimasta molto delusa nel saperlo irriducibilmente etero.

Distintosi per stravaganza, da par suo il giovincello cercò di entrare in ambienti dove le sue strambe sofisticherie, come i cappelli ricercati o gli abiti viola, non scandalizzassero più che tanto, attento però a non sembrare omologato. Pare sia intervenuta almeno un’esperienza biblica con una donna. Si registra un’iscrizione alla massoneria fino ad acquisire il titolo di maestro, con espulsione, si dice, per mancato pagamento delle quote, anche se altri aspetti della sua vita possono non essere estranei a questa radiazione senza possibilità di rientro.

La sua esistenza non sembra essere stata particolarmente difficile, in gioventù: dedito a belle compagnie, rapporti difficili col fratello (con cui a un certo punto ruppe definitivamente, poco si sa della sorella), poiché le collaborazioni, le poesie, le opere teatrali e quanto andava componendo non gli fruttavano molto, cercò una moglie almeno benestante e la trovò in Constance Lloyd, che gli diede due figli maschi. Uno morì durante la prima guerra mondiale; l’altro porterà il nome che la madre aveva assegnato al posto di Wilde, Holland, ereditato dall’unico figlio, Merlin, nato nel 1945, biografo del nonno, trapiantato in Francia, padre di Lucien.

Ben presto il raffinato dandy riprese le sue abitudini da scapolo, frequentando soprattutto ragazzini, che saranno sempre i suoi prediletti, anche quando non lo sarà più lui, cercando compagnie mercenarie se non trovava di meglio. Divenuto abbastanza celebre, viaggiò per lavoro negli USA e in Francia, e molto anche in Italia; trovava indigesta la cucina napoletana; a Taormina ovviamente apprezzò le pederastiche immagini di efebi del barone Wilhelm von Gloeden.

Dedito agli stupefacenti di allora, come l’assenzio, all’alcool e alle debosce, mollato dalla moglie esasperata che però lo sovvenzionava (Constance morirà in Italia a 39 anni, è sepolta a Genova), forse lo scrittore contrasse la sifilide o forse no, ma di certo ebbe diversi problemi di salute e la sua promiscuità non lo aiutava. Il successo arrivò grazie alla sua rete di conoscenze e amicizie, che lo portò in alto come simbolo di una sorta di rinascimento inglese preraffaellita (per emulazione a quello italiano inarrivabile), rinvenibile nel rilancio dell’immagine fanciullesca dell’onda rock inglese degli anni sessanta.

Due circostanze fanno ancora molto parlare di lui. La prima è il processo per atti immorali subito in patria, con la condanna a due anni di lavori forzati per sodomia. La circostanza va inquadrata.

Si parla da sempre di repressione sessuale di epoca vittoriana, un clima che non era certo appannaggio del Regno Unito; allora non si usavano costumi in spiaggia o minigonne in strada, ancora non esisteva il cinema (o era agli albori), tantomeno c’era la televisione, ci si vestiva di lungo e si doveva creare famiglia con canonico matrimonio. I costumi vennero ribaltati definitivamente solo nel secondo dopoguerra del secolo scorso (non senza resistenze in aree periferiche o rurali) e non c’è da stupirsi se, ai tempi di Wilde, certi comportamenti venissero sanzionati. Per arginare quello che veniva considerato lassismo pericoloso per la perpetuazione necessaria ad assicurare carne da cannone o braccia per fabbriche e campi, si ritenne di mettere un freno all’omosessualità ormai dilagante. Oscar lo sapeva, ma l’eccentricità era la sua malattia: se la legge avesse obbligato a essere gay, si sarebbe atteggiato a etero, ci si potrebbe scommettere.

Il secondo snodo della sua vita fu Lord Alfred Douglas detto “Bosie” (1870/1945), considerato il grande amore dello scrittore, che per lui si sarebbe rovinato, anche economicamente. Sarà vero in parte, ma Wilde non si risparmiò mai storie più o meno lunghe, flirt e avventure. Douglas sposò una poetessa, da cui avrà un figlio con problemi psichici (deceduto nel 1964); i coniugi, mai divorziati, si convertirono al cattolicesimo, come pure fece Oscar Wilde, per suo antico desiderio, a suo dire ostacolato dal padre.

Oscar e Bosie

Sia Wilde che Douglas vengono dati aderenti a simpatie di destra antisemita. Ciò avvenne per alcune pubblicazioni della moglie di Douglas, per Bosie; per Wilde, contò un atteggiamento considerato anti Alfred Dreyfus, il militare ebreo francese condannato ingiustamente per spionaggio in Francia (poi riabilitato), contro cui puntavano il dito alcuni suoi amici: ma si trattava dei paradossi cui incautamente egli si lasciava andare, e degli aforismi a lui attribuiti, non si sa quanto veritieri come, appunto “Siamo tutti innocenti finché non veniamo scoperti”.

Sempre in bolletta, Oscar si ammalò di otite; la purulenza sconfinò in infezione e il genio incompreso finì i suoi giorni in una locanda cadente di Parigi, il 30 novembre 1954, pare riflettendo, tra un gemito e l’altro: “Presumo io debba morire al di sopra delle mie possibilità” oppure “O se ne va quella carta da parati o me ne vado io”.

Vere o no che siano le frasi oggi virali grazie al web, attribuite a vari personaggi, non v’è chi non abbia letto “Il ritratto di Dorian Grey” e non ne sia rimasto stregato; o, almeno, lo fu chi scrive. E quel libro, l’unico suo romanzo, rimane il miglior ricordo che conserviamo di lui.

Carmen Gueye

carmengueye
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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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