sabato, Febbraio 7, 2026
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Woody Allen: l’Artista che ha dipinto la Nevrosi con Ironia

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Lanciamo un sondaggio, virtuale ovviamente, rivolto alle persone anagraficamente “importanti”, insomma oltre il mezzo secolo: a chi di voi non piace Woody? A chi, almeno qualche volta, egli non ha strappato una risata, un sorriso, una riflessione?

Redigeremo una biografia disordinata ed emozionale, perché l’uomo ci ispira kaos.

Allan Stewart Königsberg, che si cambierà poi il nome anagrafico in Heywood Allen, è nato a Brooklyn il 30 novembre 1935, anche se registrato in Bronx il primo dicembre, rimasta data ufficiale, in una famiglia di modeste condizioni economiche. A New York, almeno un tempo, contavano i mezzanini, quelli dovevi guardare per conoscerla; c’erano attività disparate e molti orafi, tutti ebrei come papà Martin (morto centenario nel 2001), dipendente, che poi si metterà in proprio come tassista, prima che sui taxi si trovassero bengalesi e peruviani che non sanno portarti da un isolato all’altro nemmeno col satellitare, mentre la madre Nettea (1906/2002) teneva i conti di un fioraio; nel 1943 arrivò la sorella Letty, molto legata al primogenito anche professionalmente.

Allen, a suo dire, è vissuto circondato da donne: oltre a quelle di casa, molte zie e cugine, che lo hanno influenzato, incoraggiato, fatto maturare con la loro superiorità intellettuale, di cui egli gratifica in generale l’universo femminile. Si tratta di quelle famiglie ebraiche che non conoscevamo prima di imbatterci in lui, askenazita con nonni dell’est europeo (si va dalla Germania all’Ungheria), di case dai caldi colori dove immaginiamo un pianoforte (da lui forse no, ma spesso sì), con le loro cerimonie, il Bar Mitzvah, il rabbino di riferimento, i settori ortodossi di Brooklyn, diversi dall’ambiente dove visse il nostro, che si proclamerà sempre ateo: ma un ateo molto intriso di tradizioni, poiché nel quartiere erano quasi tutti ebrei e lui frequentò le scuole ebraiche nei primi anni , studiando l’yiddish. Lui ci ha introdotto all’humor giudaico, che prima non coglievamo, dissimulato nei film e nei lavori teatrali, o ancor prima lanciato dai fratelli Marx, che per generazione poco avevamo bazzicato.

Woody e sorella

D’altro canto Hollywood è una creatura di questi migranti, ex artigiani, soprattutto sarti ci dicono, pionieri che trovarono una sede sconfinata per investire nella nuova trovata per l’intrattenimento, il cinematografo;  le musiche che abbiamo ascoltato in pellicole o serial televisive sono quasi sempre composte da Bernstein, Goldsmith, nomi del genere.

Woody, capelli rossicci, era minuto, tanto che si stenta a credere abbia praticato il basket e il baseball, ma pare fosse piuttosto bravo. Il più incisivo ritratto dell’ambiente di provenienza newyorkese si trova forse nel film di taglio pseudo documentaristico “Prendi i soldi e scappa” (1969), prima sua opera strutturata in film, in cui c’è molto di autobiografico (anche se il protagonista non è ebreo ma cattolico), compresa la monelleria del protagonista e la scarsa voglia di studiare: benché, spinto dai genitori, e per il suo alto quoziente intellettivo, Allen sia approdato all’Università per studiare arti e spettacolo, fuggendone ben presto, dichiarando in seguito che la scuola fa odiare la cultura. Nella pellicola si trova un passaggio inquietante: una volta detenuto, Virgil, il personaggio di Allen, ottiene la libertà vigilata dopo aver accettato di sottoporsi a un vaccino sperimentale.

Allen fu notato quando scriveva lazzi e battute per un giornalino, diventando in seguito autore televisivo comico. Il mestiere di autore non sempre viene apprezzato, anche in Italia. Una volta gli scrittori satirici, come Marchesi, Terzoli e Vaime, erano star, oggi non spesso non sappiamo chi scriva le freddure e gli sketch che tanto ci divertono. Woody, quando già era celebre in quella veste, appena ne ebbe l’opportunità, ritenne di fare il salto di qualità come cineasta completo, sceneggiatore, regista e sovente protagonista. Credeva al caso, ma anche nella capacità di influenzare gli eventi con la forza di volontà

Vogliamo attaccare subito con la sua vita privata? Ma sì, inutile indugiare, anche perché è strettamente connessa alle sue opere.

Harlene Rosen, pianista e insegnante di filosofia, fu sposata con lui dal 1956 al 1962; la fine dell’unione fu generosamente attribuita dal regista alla giovane età, ma di fatto si ebbe una coda tempestosa, con battute taglienti di lui in televisione e denunce di lei per diffamazione, con richiesta di risarcimento (non sappiamo se ricevuto).

Seguirono le nozze con l’attrice Louise Lasser, dal 1966 al 1970, queste terminate più amichevolmente, tanto che Louise comparirà in alcuni film del suo ex. Le opere che vogliamo ricordare di questa fase sono “ Il dittatore dello stato libero di Bananas”, ricco di riferimenti alla stoltezza umana, quando le masse sembrano innamorarsi delle più becere assurdità del primo pifferaio che le ipnotizza; e “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…”

Entrambe queste prime due consorti erano ebree.

Negli anni settanta entrò nella sua vita Diane Keaton, recentemente scomparsa (vedi nostro articolo https://secolo-trentino.com/2025/10/13/diane-keaton-un-tempo-irripetibile/), già in carriera, e con lei uscirono le pellicole considerate più memorabili, se non altro perché realizzate in un periodo di feconda creatività: si parla di “Io e Annie”, “Manhattan”, “Provaci ancora Sam”, “Il dormiglione” (quest’ultimo a ribadire gli effetti della manipolazione sugli umani). Tra i due nacque una solida storia d’amore, non culminata in matrimonio, forse più per volontà di lei ( mai coniugata in vita sua), anche questa sfociata in amicizia, ma soprattutto si sviluppò un’immagine della Grande Mela rimasta iconica per molto tempo. Allen dichiarava di amare molto la sua città anche se, già negli anni novanta, la riteneva sfigurata nella sua essenza. Su Diane, alla notizia della morte, ha dichiarato: “ Solo Dio e Freud possono conoscere il motivo per cui ci siamo separati”. Per pura nostalgia siamo legati a quelle immagini, di chiacchierate tra newyorchesi nevrotici, camminando per le avenue e le street.

Woody e Diane

Dagli anni cinquanta l’artista frequentava psicanalisti; si può affermare che, almeno in Europa, questa disciplina sia stata resa popolare da lui, che la infila nelle sue trame e permea i suoi personaggi. In un momento in cui forse frequentava il terapista sbagliato, l’ormai già celeberrimo Woody incappò in Mia Farrow, sulla quale va aperta una lunga parentesi.

Vero nome Maria de Lourdes Villiers, Mia, classe 1945, rappresenta l’ hollywoodiana doc; è nata dal regista John Farrow (diresse anche un Tarzan) e l’attrice Maureen O’Sullivan, una diva di seconda fila molto attiva fino agli anni novanta (Woody la inserì nel film “Hannah e le sue sorelle”, del 1986, con Mia), che trovò anche il tempo per dare al marito sette figli, per poi convolare a seconde nozze.

La ragazzina Mia, una bionda eterea molto whasp, iniziò a lavorare in una particina col padre, nemmeno accreditata, e la danno prima “fidanzata” con Robert Mitchum e Kirk Douglas, di quasi una trentina d’anni maggiori di lei, prima del matrimonio a sorpresa con Frank Sinatra, lui cinquantenne, lei ventenne, nel 1966. Mia promise al marito di non avere più ambizioni attoriali, se non insieme a lui, e all’inizio le cose sembravano marciare, visto che perfino la tremenda madre di Frank, Dolly, l’aveva accettata, benché fosse chiaramente una hippy di lusso, spesso intenta a farsi canne (Dolly non gradiva nuore fuori dal mondo dello spettacolo). Mia seguiva il consorte nei concerti a Las Vegas e subiva anche le sapide battute che gli amici facevano su di loro; ma improvvisamente, senza dire nulla, accettò la parte offertale da Roman Polanski in “Rosemary’ s baby”. Saputolo, Frank la sostituì subito nella pellicola che dovevano girare insieme (“Inchiesta pericolosa”) e le fece recapitare le carte per il divorzio.

Mia e Frank

Mia incassò il colpo e si guardò intorno, trovando il prestigioso direttore d’orchestra André Prévin, di sedici anni più grande ma, soprattutto, sposato, con una cantante; lei rimasta incinta, lui chiese il divorzio e la sposò ( in terze nozze) nel 1970,  causando un tracollo nervoso alla consorte in carica, una cantautrice che dedicò alla rivale una canzone non troppo benevola.

Le cronache di allora si occupavano volentieri di lei, facendosi sapere che aveva avuto tre figli biologici, più tre bimbe adottate, due in Vietnam, una in Corea del sud: quest’ultima era Soon Yi, la cui data di nascita in realtà è da sempre incerta, anche perché, causa problemi di abbandono e afasia, poteva sembrare più piccola di quanto non fosse in realtà.

Anche l’unione con Prévin terminò, a favore dell’incontro con Allen, che le fece girare ben 14 film, tra i quali, oltre ad “Hannah…”, “La rosa purpurea del Cairo”, “Settembre”, “Crimini e misfatti”. Purtroppo ci dobbiamo inserire con i nostri personali gusti: preferiamo i lavori dove Woody è anche attore ma, a parte questo, ove vediamo la Farrow, ci è sempre venuta voglia di interrompere la visione. Per noi è un’attrice molto scarsa, che rovina l’ensemble.

Con la “tribù”

I due filavano anche nella vita, pur con periodi di non convivenza, e sopraggiunsero altre due adozioni, il maschio asiatico Moses e la femmina Dylan, pare però affiliati solo da lei. Woody aveva sempre dichiarato di non avere particolare interesse a una paternità, ma nel 1987 nacque Satchel, da lui riconosciuto come figlio naturale. Il ragazzo si cambiò poi il cognome in Farrow; gay dichiarato, è attivista per il partito democratico, giornalista e scrittore e si dice che lo scandalo sul giro di minori di Harvey Weinstein sia partito da suoi articoli.

Non entreremo più che tanto nei noti fatti, ma in sintesi si narra che Mia, circa nel 1992, avrebbe scoperto foto spinte di Soon Yi scattate da Woody; questo portò alla rottura, cui seguì il fidanzamento tra il regista e la ragazza, sposatisi nel 1997 a Venezia, celebrante il sindaco Cacciari; la coppia ha adottato due figlie, l’asiatica Bechet e Manzi Tio. Mia Farrow è poi andata a vivere in campagna, allocando procioni in bagno, con pulcini e vermiciattoli in camera da letto; negli anni novanta si è parlato di una storia con l’allora presidente ceco Vaclav Havel. In seguito la donna si è lanciata in viaggi solidali in Africa, soprattutto in Darfour e ha chiesto l’appoggio del movimento MeToo a sostegno delle sue battaglie contro l’ex.

Dopo contese furibonde a botte di perizie e sentenze, in cui l’accusatrice era ovviamente Mia, spalleggiata dalla figlia Dylan che diede manforte sostenendo di essere stata molestata da Allen, si è posata la polvere e sono emersi aspetti diversi. Satchel asserì di essere figlio di Frank Sinatra, il che implicitamente significherebbe che la madre si faceva i beati affari suoi mentre Allen la lanciava come star; intervenne Nancy, figlia di Frank, a ricordare che il padre si era sottoposto a vasectomia anni prima della sua nascita: Satchel è un bugiardo? Nessuna indagine poté appurare abusi di Woody su Dylan; Moses, in un primo tempo distanziatosi dal “patrigno”, in seguito ha rivisto le sue posizioni, dichiarando che Woody non avrebbe mai molestato Dylan, specificando anche le circostanze spazio/temporali che lo avrebbero impedito, contraddicendo sua madre che, viceversa, ha accusato di maltrattamenti a lui.

La situazione appare pertanto ben ridimensionata. Woody, che non aveva impegni paterni con Soon Yi, se n’è innamorato quando lei aveva superato l’adolescenza; i 35 anni (o qualcosa meno) di differenza non dovrebbero scandalizzare Mia, che si muoveva più o meno sugli stessi scarti anagrafici con i suoi uomini, e ne soffiò uno alla moglie. D’altro canto non sembrano essere giunte obiezioni da André Prévin (scomparso nel 2019), il vero padre adottivo di Soon Yi. Infine, Allen e la moglie resistono insieme da ormai trentatré anni.

Woody, Soon Yi e figlie

Woody riprese l’attività, dopo una parentesi pubblicitaria in Italia per la Coop, aggiornando le vicissitudini umane in fatto di sesso, con film come “La dea dell’amore” con Mira Sorvino (1995) e Harry a pezzi (1995). Divaga nello stile comico con “Criminali da strapazzo” (2000) con un occhio allo slapstick (genere di commedia grossolana del primo cinema, da lui rivisitato).

Protestando di essere stato capito più in Europa che in patria, soprattutto dopo i travagli con la Farrow, girò in Italia ( “Tutti dicono I love you”, “To Rome with love”), in Spagna (Vicky Cristina Barcellona) e in Inghlterra  (Match point).  Ci sono sfuggiti gli ultimi lavori, ma recupereremo. Anche se gli USA lo hanno attaccato, gli Oscar sono piovuti, oltre ai molti altri premi in giro per il mondo. Ogni tanto sono uscite voci di scappatelle ( Charlize Teron, Scarlett Johansson), la solita storia del regista e la primattrice ( o, non nel suo caso, il primattore): sai che novità.

In Italia Allen veniva doppiato da Oreste Lionello (fino alla scomparsa di quest’ultimo, nel 2009) ed ebbe per lui parole di lode.

Scrittore e clarinettista jazz, Woody ha espresso e si è espresso in filosofia, psicologia, politica.

Nel primo campo ha evidenziato soprattutto il lato estetico/estetizzante dell’esistenza, altrimenti priva di senso e scopi, rifuggendo il decandentismo europeo, nello sforzo di trovare un metasignificato personale in cose e persone, destinate normalmente a deluderti.

In psicologia egli vede l’umano in perenne guerra con se stesso e gli altri, una macchina sempre bisognosa del meccanico.

In politica, le sue risposte sono sempre apparse molto calibrate. Sensibile alle sorti di Israele, ha deprecato l’accanimento contro i palestinesi, ma contesta al mondo l’antisemitismo e l’antisionismo.

Intervistato da Enzo Biagi nel 1995, elogiò l’allora presidente Clinton, ritenendolo sotto attacco di poteri forti; e sostenne che Eltsin, allora leader russo, benché un po’ stravagante, andasse incoraggiato nella trasformazione di quel paese, in cui l’essenza marxista era stata tradita dal comunismo reale.

Concludiamo con il suo versante personale. Woody sa bene, a nostro avviso, chi e perché si è scagliato contro la sua persona con accuse infamanti che hanno rischiato di sfigurarne per sempre l’immagine e rovinarlo professionalmente: forse arrivano dal suo mondo? O certe sue battute non sono state gradite?

Per esempio, dal film Hannah e le sue sorelle:

Hannah (Mia Farrow) e Mickey (Woody Allen)  

Ma allora, scusa, l’inseminazione artificiale?

Ma di che stai parlando?

Sai, dove io sarei fecondata da un donatore…

Da un estraneo?

Ci sono banche, sai, dove li tengono surgelati…

Tu vuoí un figlio scongelato?

Mickey

Milioni di libri scritti su ogni concepibile argomento da tutte queste grandi menti, e alla fine nessuno di loro sa niente più di me sui grandi misteri della vita. Ho letto Socrate, sapete. Ma schiappettava i ragazzini greci: che diavolo ha da insegnare a me? E Nietzsche, con la sua teoria dell’eterno ritorno… Diceva che la vita che noi viviamo la vivremo ancora, ancora, e ancora: esattamente nello stesso modo per l’eternità. Splendido! Questo significa che io dovrò vedere ancora “Holiday on Ice”. Non vale la pena. E Freud? Un altro grande pessimista. Gesù, sono stato in analisi per anni: non è successo niente. Il mio povero analista ne fu così frustrato che alla fine trasformò lo studio in selfservice vegetariano.

Carmen Gueye

carmengueye
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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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