Frank Sinatra, da Hoboken al mito universale

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Francis Albert Sinatra, detto Frank, nacque nella cittadina di Hoboken, nel New Jersey, ma considerata in area metropolitana di New York, il 12 dicembre 1915. Il papà, Antonino Martino, detto Marty, era originario di Lercara Friddi, in provincia di Palermo; la mamma, Natalina Garaventa, da Lumarzo, nell’entroterra chiavarese. Il ragazzino subì l’ironia dei compagni di strada sia per l’origine, che per il fisico esile: sul set si farà imbottire i pantaloni per via delle natiche cascanti. In seguito la famigliola si sarebbe trasferita nei pressi di Little Italy, considerato un avanzamento di condizione rispetto a Hoboken, dove peraltro tornarono.

Occorre un inciso sugli italoamericani, per come li abbiamo vissuti noi ragazzi dell’inoltrato dopoguerra, influenzati dai media, da certa letteratura e cinematografia.

Chi emigra pensa di tenere un legame con la patria d’origine, quando in realtà se ne stacca indelebilmente e non verrà più considerato dei “loro”, ma nemmeno molto dai nuovi concittadini: è una condizione borderline, a cui può scampare solo chi si trasferisce all’estero in una posizione già di prestigio, scienziato, professore, artista affermato. Per noi gli italoamericani erano i barbari descritti da Mario Soldati ( non sempre serenamente, come da lui ammesso in seguito) nel libro “America primo amore”. Quel gergo sfasciato, mutuato dai rispettivi dialetti, che essi volevano imporre come italiano padroneggiato, ci suscitava un misto di ilarità e commiserazione. Le generazioni successive, nostre coetanee, arrivate grazie a una provvisoria liberalizzazione degli ingressi, hanno mostrato una tensione emotiva in bilico tra l’orgoglio ritrovato e la necessità di aderire alle nuove ideologie dem e neocon; quelle sopraggiunte non erano più nella condizione di farsi accettare e si sono inserite nel mainstream globalista.

Ai tempi di Dolly e Marty la situazione era ancora precaria; gli oriundi, o addirittura nati in Italia e trasferitisi bambini, non avevano trovato una buona accoglienza, snobbati anche dagli ultimi della fila, gli afroamericani che li chiamavano “dago” o “wop”; da quest’ultimo termine deriva lo stile di canzone “do wop” attribuito agli italici. Si tratta di parole di controversa origine, ma non certo complimenti. Si utilizzavano anche “Guido”, “greaseball” per l’uso di brillantina, “mozzarellanigger” e “Guinea”, poiché noi non saremmo dei veri “bianchi”, o almeno non lo sembrava la maggioranza di coloro che andarono oltreoceano.

Forse per questo i coniugi Sinatra si sarebbero inizialmente finti irlandesi, soprattutto lei, bionda con occhi chiari ereditati dal figliolo, che per questo verrà chiamato anche “ ol’ blue eyes”, vecchi occhi azzurri. Quanto i due possano averla sfangata con questa bugia e quei cognomi non si sa, ma frequentavano irlandesi, ugualmente cattolici, che d’altronde non erano messi poi così meglio (molte furono le nozze tra i nostri e i loro, da cui sono nati personaggi celebri come John Travolta).

Ci dicono che Marty abbia fatto il pugile, sfidando il divieto per gli italoamericani di allora, ma non abbiamo trovato conferme a tale supposto divieto; la mogliettina intrallazzava, secondo qualcuno procurava aborti (dalla biografia non autorizzata “A modo suo” di Kitty Kelley, 1987); sta di fatto che, vuoi perché avevano un solo figlio, o per essersi saputi muovere in ambiente, i coniugi non se la passavano male, lui divenne vigile del fuoco e gestì un locale bar/sala da ballo, lei pare facesse l’interprete e perfino la spia per i poliziotti di quartiere.

Nonostante le ambizioni paterne, il ragazzino non aveva alcuna voglia di studiare, ma solo di cantare, ciò che spesso faceva a scuola e fuori, mettendosi in mostra; si dice che Marty lo avesse cacciato di casa, circostanza poco credibile, almeno per la presenza della protettiva Dolly. Infatti papà lo ospitò nel suo bar/saloon per dargli una mano e permettergli di ripetere i pezzi gettonati nel juke box già installato. Si narra che, per accontentarlo, Frank avesse lavorato in una libreria (possibile) e come scaricatore al porto (con quel fisico…)

Il prosieguo è simile a quello sentito spesso per molti artisti: notato, ingaggiato in un’orchestra, poi in un’altra, ma Dolly aveva parecchio manovrato per spingerlo in alto; quando un manager propose il nome d’arte Frank Satin, fu proprio lei a rifiutare, imponendo il cognome vero.

Nello stesso periodo intervenne qualche guaio giudiziario, oggi raccontato come denuncia di ragazze nei suoi confronti, ma probabilmente si trattava di qualche donna sposata e di mariti infuriati; e l’accusa avrebbe poi riguardato perfino la frequentazione della sua futura moglie, Nancy Barbato. Nancy /1917/2018), ovviamente “paesana”, non era graditissima alla suocera, che pretendeva per il figlio un matrimonio a fini di scalata sociale, ma i due convolarono nel 1939. Nacquero Nancy, Frank jr e Tina. La prima paternità evitò a Frank l’arruolamento ed egli frequentò le truppe solo come intrattenitore.

Con un proprio gruppo, gli Hoboken Fours, il giovane riuscì a vincere un altro, significativo, concorso radiofonico e ad approdare a un locale di tendenza, il Rustic Cabin. Il successo gli arrise e si arrivò alla collaborazione con la prestigiosa orchestra di Tommy Dorsey e alla diffusione radiofonica sempre più richiesta dei suoi pezzi.

Fu definito un “crooner” (letteralmente “canticchiatore”), ovvero una imitazione meno riuscita di Bing Crosby, verso cui, dopo un’iniziale collaborazione, Frank maturò un complesso di inferiorità e una rivalità accesa. Meno benevolmente  “crooner” viene tradotto come il tipo che illanguidisce le ragazzine, infatti lo chiamano anche “swoonatra (da swoon, svenire); e perfino “soon higher”, locuzione piuttosto spinta riferita all’eccitazione che avrebbe provocato nelle fanciulle, anticipando i Duran Duran.

Lasciato Dorsey per un contratto con la Columbia Records, Sinatra divenne una star, sempre in cima alle classifiche dei dischi più venduti e per tutti fu “the voice”.

Si affacciò la carriera di attore, famoso a cominciare da “Due marinai e una ragazza” e “Un giorno a New York”, in cui imparò a ballare con Gene Kelly. Nel frattempo si intensificavano i concerti in sale prestigiose, anche a Cuba, dove iniziò a perseguitarlo la fama di amico dei mafiosi. Cantava così spesso, anche in una stessa giornata, che a un certo punto gli mancò la voce, poi ritornata.

Ma la fortuna gli voltò le spalle. Non gli furono rinnovati i contratti, sia discografici che cinematografici. Sul perché, sono corse diverse chiacchiere, per esempio che avesse insidiato qualche donna “proibita”. Tuttavia arrivò la salvezza, impersonata da Ava Gardner. Frank chiese il divorzio; Nancy, mortificata (anche se allietata da congrui alimenti) dichiarò che non si sarebbe mai sognata di rifarsi una vita e pare abbia sperato fino all’ultimo in un ritorno che non avvenne. I figli difesero sempre il padre, che assicurava loro un tenore di vita principesco. Nancy Jr arrivò a dichiarare che, dopo aver visto Ava, aveva compreso la decisione paterna.

La Gardner era all’apice della fama. Bellezza sfolgorante del sud, due volte divorziata, impalmò Frank nel 1951 e si diede da fare perché la sua carriera riprendesse quota. Non ci fu alcuna testa di cavallo nel letto di un produttore, come ne “Il padrino”, dove il personaggio di Johnny Fontane si diceva fosse ispirato a Sinatra.

Frank firmò con la Capitol e volle un’orchestra senza archi, ma più swing; fu avvantaggiato dalla trovata del 45 giri, che sostituì l’obsoleto 78 e realizzò il primo “concept album” della storia. A coronamento, giunse la parte del soldato Di Maggio, in “Da qui all’eternità” (1953, regia di Fred Zinneman) con l’Oscar come miglior attore non protagonista. Dicono non sopportasse di ripetere i ciak e si impegnasse perché fosse buona la prima. Seguirono altri film di successo, come “L’uomo dal braccio d’oro” e “Pal Joey”, e una serie infinita di nuove hit, le più note del suo repertorio, con premi a profusione.

Ava, quando le obiettavano cosa trovasse in quel tizio smilzo e insignificante al suo fianco, rispondeva con le sue famose battute oscene, che alludevano alle prodezze sessuali del marito. Era eccezionalmente rispettata dalla suocera, che la venerava come star all’altezza del venerato figliolo e in grado di aiutarlo.

In quel periodo si formò il Rat Pack. Fondato da Humphrey Bogart come circolo della crème hollywoodiana, alla sua morte la conduzione passò a Frank, che introdusse i suoi amiconi Dean Martin, Peter Lawford, Joey Bishop e Sammy Davis Jr; quest’ultimo, afroamericano, contribuì alla fama di antirazzista di Sinatra, poco incline ai proclami, più ai fatti, anche se il circoletto da élitario sforò in un’accolita godereccia, sempre di stanza a Las Vegas, dove Frank era star incontrastata. I compari girarono anche una pellicola di successo, “Colpo grosso”, a cui si ispirerà “Ocean’s Eleven, fate il vostro gioco” del 2001, quando si diceva che George Clooney avesse creato un nuovo Rat Pack, con i suoi coprotagonisti.

Con Ava, invece, si mise male. L’unione si snodò tra liti furibonde (entrambi erano inclini alla bottiglia) e l’ostinazione di lei a non voler mollare la carriera e non avere figli; quest’ultimo rifiuto ferì Frank, specialmente dopo che Ava decise autonomamente di abortire. Rimase però un grande affetto reciproco e risulta che lui l’abbia sempre aiutata, anche nell’ isolato declino della diva a Londra, fino alla morte nel 1991.

Un paio di volte il cantante andò vicino a nuove nozze, con le attrici Juliet Prowse e con Lauren Bacall, quest’ultima frequentata mentre il marito Humphrey Bogart era ancora in vita e già molto malato. Una volta vedova, Lauren iniziò a dire in giro che lei e Frank si sarebbero sposati: lui prese la palla al balzo per levarsela di torno. La Bacall forniva una versione diversa, ovviamente, ma era parere comune che la coppia fosse male assortita.

Rinfrancato dal ritrovato e stabile successo e, si dice, imbaldanzito da cure ormonali che ne avevano ravvispato la virilità, nel 1966 Frank sposò a sorpresa l’hippy chic ventenne Mia Farrow, sulla quale rimandiamo al nostro articolo (Woody Allen). Durò un paio d’anni.

La diva di “Dallas” Victoria Principal, si mise in mostra grazie a lui. La storiella le fu ampiamente ricordata mentre interpretava la dolce Pamela Ewing di “Dallas”

Noto e idolatrato in tutto il mondo, spesso ospite della ex collega Grace Kelly a Montecarlo, naturalmente anche lui fece i conti con le nuove tendenze e pare che, all’inizio, non l’avesse presa bene. Man mano che le mode musicali cambiavano, l’ex crooner esibiva sarcasmo per i nuovi divi, da Elvis ai Beatles; poi, ne cantava le canzoni o li voleva ospiti ai suoi sho: si era dimenticato dei propri esordi, quando Bing Crosby considerava lui un ragazzotto buono per eccitare le teenager frustrate. I figli avevano ambizioni canore e ovviamente il babbo li aiutò, anche se Nancy smise abbastanza presto, per sposare un collega, Tommy Sands, attor/cantante sulla scia di Presley. Il ragazzo però si sentiva in soggezione davanti al suocero, che lo mortificava con regali alla figlia che lui non avrebbe potuto permettersi e mollò la moglie dopo qualche anno, con contraccolpi negativi sulla sua carriera. In seguito la ragazza provocò le ire paterne posando per Playboy. A parte questo, lei e Tina ripiegarono su una tranquilla e agiata vita familiare, lontano dai riflettori: non avevano certo bisogno di lavorare.

Un po’ più dura fu per il maschio. Junior non mancava di qualità e voleva emulare il padre. Gli riuscì in parte, anche perché papà lo spronava rudemente. Playboy con qualche figlio sparso, Jr nel 1963 Frank Jr fu rapito a scopo di riscatto: la vicenda rientrò in fretta, dopo l’intervento della polizia e un dispiegamento di forze da terza guerra mondiale, prontamente deriso dall’amico Dean Martin, il quale forse alludeva a un finto rapimento che il figlio avrebbe organizzato per spillare quattrini al papà.

Nel complesso pare che Frank sia stato un buon padre; odiava le droghe, tema su cui era inflessibile con i pargoli, che sapevano a quali conseguenze sarebbero andati incontro se lui li avesse colti in fallo.

Quarta e definitiva moglie di Frank fu Barbara Marx, anch’essa pluridivorziata, di una quindicina d’anni più giovane, sposata nel 1976.

Bellezza da copertina ultraquarantenne, bionda, dedita al tennis e ai passatempi nei circoli hollywoodiani, la Marx (ex moglie dell’omonimo Zeppo, il comico) aveva un carattere dolce e Dolly la insultava in continuazione, senza che Frank ci potesse fare molto. Forse perché in passato aveva fatto l’intrattenitrice ai bar dei casinò, forse perché non era né diva, né attrice né utile in qualche modo al marito, Dolly la considerava una nullità e la insolentiva.

Poco dopo il matrimonio dei due, Dolly precipitò in aereo e Barbara non ebbe più questo genere di problemi. Ne ebbe altri, pare, come una crisi coniugale in cui rischiò di essere mollata. Poi i due si ritrovarono e la riconciliazione fu sancita dalla conversione di lei al cattolicesimo. Ci voleva il matrimonio in chiesa, ma Frank non poteva, pur desiderandolo. Brigò e ottenne l’annullamento, anche se Nancy non era troppo d’accordo. I figli non sollevarono obiezioni, poiché gli avvocati avevano garantito che si trattava di un matrimonio “di coscienza”, senza effetti sull’eredità prestabilita. Quando però Frank accennò all’idea di dare il proprio nome all’unico figlio che Barbara aveva avuto da precedenti nozze, Nancy jr. Tina e Frank Jr. insorsero e non se ne fece nulla. Barbara, comparsa nel 2017, era molto gelosa di Ava Gardner.

Frank venne più volte a esibirsi in Italia. Con le proprie origini aveva un rapporto di odio / amore. Risulta che si facesse inviare il pesto da un noto ristorante genovese, Zeffirino, in cui ogni tanto faceva una capatina: nel 1986 Barbara ne approfittò per rifornirsi di capi alla moda in un noto atelier del capoluogo ligure. Quell’anno vide in pratico l’addio alla carriera, più volte annunciato in precedenza, ma questa volta definitivo.

I media non furono mai teneri con lui; lo attaccavano sia per le presunte aderenze con la malavita che per il suo carattere permaloso, che lo portava a replicare rabbiosamente ) e notoriamente chiedere smentite ai giornalisti è tempo perso); ma spesso riceveva in cambio la stessa moneta.

Per esempio, Sinatra era amico del grande campione di baseball , siculo/americano come lui, Joe di Maggio, e lo aveva aiutato a pedinare l’ex moglie Marylin Monroe, di cui Joe era ancora geloso. Insieme sfondarono la porta di un’abitazione pensando di trovarla intenta a un rapporto lesbico, ma finirono in casa di un’ignara signora, episodio ricordato come “il raid della porta sbagliata”.

Anni dopo Frank  frequentò la diva: nelle ultime settimane di vita di lei la portava con sé in baldorie etiliche al Cal –Neva Lodge, un hotel/Casino sul lago Tahoe, che passava sul confine tra California e Nevada ( da cui il nome); secondo Di Maggio questo non aveva giovato alla ancora amata ex, pertanto Joe tolse per sempre il saluto a Frank.

In Spagna ci furono analoghe disavventure e Frank arrivò ad insultare il generalissimo Franco. E’ vero che lui odiava la Spagna, terra dei toreri con cui volentieri la Gardner si sollazzava.

Il cantante fu dunque accusato di aderenze con “the mob”, la mafia italoamericana, che lo avrebbe aiutato a gestire alcuni casinò in Nevada. L’atmosfera descritta negli anni a venire ricorda quella del film del 1973 “Anastasia mio fratello”, con Alberto Sordi. La super cupola dei picciotti si sarebbe opposta allo strapotere dei clan irlandesi ed ebrei organizzando una rete di protezione, che si avvaleva dei proventi dei racket, a partire dal gioco d’azzardo clandestino. Durante le udienze dinanzi alla commissione antimafia Frank non si limitava a fornire la sua versione dei fatti, ma contrattaccava con veemenza.

L’amicone del “Rat Pack”, l’attore Peter Lawford, marito di una sorella dei Kennedy, svolgeva per Frank gli stessi “servigi” da mezzano che offriva ai celebri cognati. Un giorno toccò a lui l’ingrato compito di riferire a Sinatra che  John Kennedy, in visita in California, preferiva dormire da Bing Crosby piuttosto che da lui Frank, considerato “amico dei mafiosi”: Sinatra, già sostenitore dei Kennedy anche in veste di finanziatore, non lo volle più né sentire né vedere e, da democratico che era, divenne repubblicano. Lawford ne fece una malattia.

E’ noto che Sinatra spendeva molto in beneficenza: fu subito accusato di volersi rifare una verginità e cercare sgravi fiscali (come se non fosse così per tutti).

Frank se ne andò nel 1998. Aveva fatto tutto “ a modo suo”.  A Las Vegas si spensero le luci per venti minuti.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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