Maria aveva molti nomi di battesimo e di cognome faceva Karagaeròpoulos. Figlia di un farmacista, pare di origini macedoni, che aveva deciso di trasferirsi negli USA e modificò il cognome in Callas, nacque a New York il 2 dicembre 1923. C’era già una sorella, mentre un maschietto era morto nel frattempo, dunque pare che i genitori non si fossero entusiasmati per la seconda femmina. I due in seguito si separarono e le ragazze seguirono la madre, che aveva deciso di tornare in Grecia.
Maria ragazzina subì un investimento che la mandò in coma per qualche giorno; successivamente andò raccontando che nel dormiveglia tra la vita e la morte aveva interiorizzato la musica. In ogni caso, si diplomò al conservatorio e imparò diverse lingue: era tempo di guerra, lei non mostrò mai evidenti simpatie politiche, ma fu considerata una sorta di collaborazionista per essersi esibita al cospetto dell’invasore tedesco. Per questo e per frequentare il papà volle tornare in America, e lì ebbe avvio la sua escalation. Spinta dalla sua insegnante Elvira de Hidalgo e dopo l’incontro con il basso Nicola Rossi Lemeni, optò per l’Italia, la patria del bel canto dove, visto il palese talento, non poteva non finire.
Maria era una ragazza alta, dai lineamenti decisi e lo sguardo fiammeggiante, allora un poco complessata per il peso e la miopia, e una madre poco benevola nei suoi confronti. Quando però fu chiaro che aveva l’oro nelle corde vocali, iniziò l’inversione di tendenza nei suoi riguardi e fu la star di famiglia: ma non deve aver gradito il cambio di atteggiamento nei suoi confronti. In seguito ebbe parole di fuoco per le figure di madri anaffettive, in cui identificava la sua.
Siccome gli inizi non sono mai facili per nessuno, anche Maria dovette seguire la trafila, incassando una bocciatura al provino per il Metropolitan di New York e incontrando problemi sia per lavorare alla Scala, che con qualche manager, mentre diventava sempre più corpulenta, ai limiti dell’obesità, e i suoi lineamenti scomparivano nelle guance paffute. In seguito perse decine di chili, ma si ritrovò flaccida e dovette ricorrere a intense sedute di ginnastica e di trattamenti; alta com’era, poté indossare le magnificenti creazioni della stilista Biki, ma le rimase il complesso delle caviglie grosse.
La vita svoltò quando Maria conobbe l’industriale, melomane e di molto maggiore, Giovanni Battista Meneghini, veronese, detto Titta. Egli credette subito in quella quasi adolescente robusta e dall’aria insicura: per lei si mise contro la famiglia, ne divenne amante, mecenate e infine marito. Le voci esterne parlano di una coppia solida sì, ma unita soprattutto dagli interessi: lei all’inseguimento di una carriera, lui più procuratore che consorte. Titta le mise a disposizione il suo patrimonio e la tolse da certi impicci legali, per un vecchio contratto che in precedenza lei aveva incautamente firmato.

Maria e Meneghini il giorno del matrimonio
Ben altra versione arrivò da Meneghini, scomparso dopo Maria, autore di un memoriale colmo di amarezza, teso a smentire testimonianze che considerava sciocchezze: invenzioni, di gente che nulla poteva sapere di loro due.
Di quel periodo egli dunque raccontava che si era trattato di un matrimonio d’amore, con lo specifico obiettivo di avere dei figli, e che il loro affiatamento era completo. Confermò di aver rotto con la famiglia d’origine per sposarla (il fratello chiamava la cognata greca “bona de gnente”, buona a nulla), ma di non averlo mai rimpianto perché, finché rimasero insieme, furono felici. Egli esibì nutrita corrispondenza, le lettere della moglie che grondavano amore per lui, nello stile in verità un po’ enfatico che si aspetta da una soprano ellenica.
Naturalmente per lui Maria era la numero uno, “simply the best”, senza discutere. Non è vero che fosse capricciosa, casomai sensibile, se la maltrattavano; come quando, a Roma, nel 1958, lasciò la scena dopo il primo atto della Norma, alla presenza del presidente della repubblica Gronchi: l’avevano ingiustamente contestata e ferita e non stava bene; era una perfezionista e, se non si sentiva in forma, preferiva rinunciare ( Titta sorvolava sulle conseguenze di queste bizze).
La rivalità con la Tebaldi? Manfrine inscenate per la gioia delle rispettive tifoserie e della stampa. Odiava la madre e la faceva vivere in quasi povertà? Nient’affatto, le voleva bene, erano normali contrasti familiari.
Non è vero che per dimagrire era ricorsa a strane cure che ne avevano minato il sistema nervoso. Aveva semplicemente contratto il verme solitario. Non volle figli da lui? Assurdo. Le lettere testimoniano del dolore della donna quando il ciclo ne interrompeva l’illusione ( “anche questo mese mi hanno fatta secca”).
Si immagina che la dieta non comportasse solo filetto e verdura, ma pure robuste dosi di anfetamine, anche perché pare che, prima delle rappresentazioni, la cantante si ingozzasse di cioccolatini e marron glacé.
In occasioni mondane entrò in scena Aristotele Onassis, che ostentò subito un corteggiamento, anche alla presenza di Meneghini. I due coniugi, invitati dall’armatore, si imbarcarono per una crociera VIP (c’erano anche i Churchill), nel 1959, sul suo panfilo “Christina”; dove, per combinazione, era ospite anche una delle pettegole di Hollywood, l’orrida giornalista “rosa” Elsa Maxwell, americana, notoriamente pazza di Maria.

La Maxwell, Callas e Onassis
Momento peggiore non si poteva trovare, per imboscarsi nella cabina di Aristotile Onassis. O forse lei cercava lo scandalo e la rottura.
Meneghini non si spiegava affatto quella situazione. Durante la vacanza. Maria si lamentava per il caldo e le faticose escursioni a dorso di mulo, sul finale si scoprì innamorata del padrone di casa.
Battista dichiarò di averle spesso rammentato i suoi doveri professionali e riconosceva che l’infatuazione per l’armatore fosse esistita, ma ricordava di aver ammonito Maria sui rischi e, infine, di aver ceduto cavallerescamente il passo al potente rivale, magari in attesa di un rinsavimento della donna.
Il marito respingeva decisamente quasi ogni circostanza propalata come vera, prima di tutto che tra i due connazionali si trattasse di amore vero: per lei, una sbandata dopo anni di impegno, in una pausa di riflessione sul lavoro; per l’armatore, un trofeo. Escludeva lei potesse essere rimasta incinta: non c’era riuscita prima, figuriamoci a quasi quarant’ anni.
Versioni riconosciute come attendibili ci dicono altro. Maria era stanca delle pressioni, cui la sottoponeva anche il marito, un vero kaiser inflessibile su tutto, dal tipo di vacanze all’alimentazione; l’amore tra i due, se mai era esistito, era finito da un pezzo; probabilmente Meneghini era sterile, per quello lei non era riuscita a realizzare la maternità. Il dimagrimento poteva aver riattivato l’ovulazione che il sovrappeso a volte ostacola e nel 1960, anno della presunta nascita del figlio di Onassis ( Omero, dicono morto alla nascita) lei dopotutto aveva solo 36 anni. In effetti, per diversi mesi Callas era scomparsa dalle scene. Il piccolino sarebbe stato sepolto a Milano. Si è detto che un altro tentativo di gravidanza terminò con un aborto imposto da Onassis.
Aristotile, uno scafato e disinibito sciupafemmine, forse addirittura con un passato bisex, l’avrebbe sconvolta sessualmente, aprendole abissi di piacere mai provati prima. E poi era ricco. Ed era greco, aveva colto in lei sentimenti ancestrali, toccato e trovato qualcosa del suo passato: quella sua intima natura, prima oscurata per la scalata alle vette del successo.
In ogni caso, tutto fu travolto e Maria ritenne di accasarsi con “Ari”, benché sposato con la bella Tina Livanos. Era un matrimonio ormai di facciata, una coppia che conduceva vite distinte, ma con scarse possibilità di un divorzio, per questioni di mentalità e di scarsa convenienza: patrimoni da dividere, i figli (Alexander e Christina) da scontentare…
I due greci continuarono nella liaison. Un filmato li mostra impegnati in un ballo di società: lei lo sovrasta in statura e sorride, lui appare impegnato a guatare l’ambiente, un po’ annoiato.
Nel turbolento 1968 una notizia, sparata dai telegiornali, fece il giro del mondo, inaspettata: Onassis aveva sposato, nell’isola di Skorpios (di sua proprietà), la vedova Kennedy, Jacqueline. Si diffusero le immagini del predatore ultrasessantenne con i suoi inseparabili e inconfondibili occhiali dalla spessa montatura sulla rugosa pelle abbronzata, e la sposa sulla quarantina in miniabito bianco e nastrino sui capelli: sorridente e imbarazzata, negli anni a venire verrà lì sorpresa nuda dai paparazzi e pare che come moglie latitasse parecchio, tanto che Ari sarebbe tornato a bussare alla porta di Maria molto presto.
In verità, nessuno si è mai veramente spiegato il perché di questa scelta del nababbo: non aveva nulla da guadagnare, l’opinione pubblica statunitense lo odiò subito per averle sottratto un’icona nazionale e pare non abbia nemmeno tratto grandi vantaggi per i suoi affari. Si dice volesse un figlio dalla nuova moglie, questa sì un’evenienza improbabile: già madre due volte, quarantenne, Jackie aveva subito diversi aborti spontanei e generato un bimbo nato morto, il terzogenito Patrick: difficile avesse voglia di riprovarci.
La cronaca riporta un’insinuazione: secondo le gole profonde Robert Kennedy, prossimo alla presidenza USA e un po’ innamorato della cognata vedova, si sarebbe opposto con tutte le forze a questo matrimonio; e, curiosamente, i due si sposarono pochi mesi dopo il suo assassinio.
Che Maria ne sia rimasta sconvolta, è credibile. Aveva in pratica rinunciato alla carriera, e trascurato la voce, per dedicarsi al suo uomo; si ritrovava abbandonata, esposta alle beffe di un mondo che l’aveva idolatrata; pare non se ne sia fatta mai una ragione. Aveva chiuso gli occhi sulle ovvie scappatelle di Ari e sul fatto che non avesse divorziato per lei, e ora assisteva alle carambole del tycoon che, dopo essersi portato a letto una sorella (Lee Bouvier Radziwill), si era sposato l’altra, Jackie, appunto. Forse la Callas era stata poco vigile: quando ancora era vivo JFK, Jackie era andata ospite del “Christina” per una crociera di consolazione dopo lo sfortunato parto di Patrick: in quell’occasione, qualcosa doveva già essere accaduto.
Secondo la vulgata, la cantante non si riprese mai del tutto e una parte di lei morì in quel momento. Si registra, verso il 1970, una sua esperienza cinematografica ne “La Medea” di Pier Paolo Pasolini. I due vennero immortalati durante un bacio in apparenza passionale, ma il trasporto di Maria era destinato a rimanere a senso unico: un amore platonico, per nutrire lo spirito inaridito dall’esperienza con il materialista cacciatore di corpi che era stato Onassis. Da allora Maria è un’icona del mondo gay. Noto è inoltre il suo feeling con una serie di personaggi come Visconti e Zeffirelli.
Luchino, che a sua volta inscenò un flirt con lei, le avrebbe insegnato ad essere una cantante che recitava, e non una statua inespressiva, quale si accusava essere la rivale Renata Tebaldi. Maria, dopo una rappresentazione, si ritrovò sommersa di ravanelli lanciati dai tebaldiani: più che vederli, poiché miope, li sentì.

La finta riappacificazione Tra Tebaldi e Callas
L’universo delle star liriche è immenso e ridurlo alla dicotomia tra le due “regine” è assai riduttivo ma, infine, chi era la migliore?
Come abbiamo scritto in un precedente articolo ( https://secolo-trentino.com/2022/04/29/e-tutta-unaltra-musica/) per noi questo è un altro mondo. Non che non ci appartenga. Come italiani, anche se disinteressati, la lirica è connaturata perfino nelle nostre imprecazioni, siamo enfatici e melodrammatici, almeno finché il globalismo non avrà divorato differenze e stirpi. Con il solo ausilio delle nostre orecchie possiamo dire che l’esterofilia è un vizio tutto italico e, con una regina come la Tebaldi, si è andati in cerca di una greca bizzosa – che peraltro restituì anche la cittadinanza italiana che tanto le aveva donato per riprendersi quella paterna che bene non le ha portato – la quale ha conferito all’opera decorazioni e miniature che non le appartenevano, in origine.
Tecnicamente nulla sappiamo, né ci ha mai appassionato, pur essendoci fatti un dovere di assistere a qualche opera, una fattispecie che ci attrae solo ove ci sia l’interazione con la parte musicale. Gli acuti, i vibrati, le coloriture, sono aspetti da addetti ai lavori con cui gli stessi si dilettano nei loro personali circoli Pickwick. Le tifoserie da stadio, il lancio di verdure, gli improperi e le maledizioni (Katia Ricciarelli ne indirizzò una memorabile ai suoi oppositori del loggione), il divismo esasperato, lo sfarzo (ricordiamo un Pavarotti inanellato e in pelliccia) e il privato di questi personaggi, non diverso da quello di tanti cantori rock e pop, hanno sfinito e sfilacciato l’epica di uno stile di canto nato per intrattenere una borghesia che faceva affari nei ridotti.
In definitiva, mentre Renata aveva solo bisogno di un buon regista di mestiere, per sostenere Maria entrarono in campo le sontuosità di Visconti, le sartorie glam, e tutto un contesto che la consumava almeno tanto quanto la sosteneva. Venuto meno quello, cadde il resto.
“La Callas”, dopo traversie e problematiche di varia natura, doveva riprendere l’attività e così fece, seppure in tono minore, con esibizioni singole prima, poi con il collega Giuseppe Di Stefano, con cui nacque una storia. Ne parlò la allora moglie del tenore siciliano, che sopportò la tresca, mentre, per sovrappiù, le moriva una figlia.
Si narra che Onassis volle accanto Maria in punto di morte, nel 1975, schiantato dal dolore per la morte in un incidente d’elicottero dell’unico figlio maschio (episodio mai chiarito); Jackie si presenterà nel suo ruolo di vedova al funerale, a braccetto della figliastra Christina, che se la toglierà subito di torno con una lauta buonuscita; mentre la ex moglie Tina, per dispetto sposatasi ( in terze nozze) con l’acerrimo nemico Stavros Niarchos, vedovo di sua sorella morta in circostanze oscure, se ne era andata in ugual modo già nel 1974: per entrambe si sospettarono suicidio, avvelenamento, overdose e che il responsabile fosse stato il comune marito Stavros. Eschilo non avrebbe saputo far di meglio, se si conta che la superstite del disgraziato nucleo familiare di Ari, Christina, morirà per edema polmonare da uso di sostanze nel 1988, lasciando una bimba dal quarto matrimonio, condotto in condominio con un’altra moglie semiufficiale dell’industriale farmaceutico francese Thierry Roussel.
Maria era una donna sola, nel senso che non aveva più intorno le vecchie corti di ruffiani e apologeti, e aveva ridotto all’osso le frequentazioni. La mondanità era un ricordo e la carriera spenta, ma in casa la assisteva una fedele governante, la veneta Bruna Lupoli, conosciuta in Italia, in un appartamento di Avenue Mandel, con la compagnia di un cagnolino, e a disposizione l’autista piacentino Ferruccio Mezzadri (evidentemente gli italiani le piacevano solo al suo servizio). Secondo Meneghini, ai giornalisti che la cercavano per una biografia, rispondeva di chiedere all’ex marito, l’unico che sapesse “tutto di me”.
Il 16 settembre 1977 la “simply the best”, a quasi 54 anni, morì in casa. Come accade a una “comune” star, si scatenarono le illazioni anche per lei. Furono additati di volta in volta, non si sa bene per quali responsabilità, madre, sorella, ex marito e dama di compagnia; e si contesta la decisione di farla cremare in fretta e furia. Esecutore testamentario risultò Meneghini, che operò come meglio credette.
Un’altra figura è rimasta controversa. Negli ultimi anni Maria si accompagnava alla pianista greca Vasso Devetzi, che i due dipendenti non sopportavano; è palese che la grecità prevaleva nelle considerazioni della Callas e in quella fase della vita particolarmente. Fatto sta che questa Vasso, già accusata di procurare a Maria barbiturici illegali, avrebbe gestito le fasi post mortem, il funerale, la decisione di cremarla prima del numero di ore previsto dalla legge francese (ceneri poi disperse nell’Egeo) e anche la spoliazione di molti beni mobili della diva, forse poi rivenduti all’asta. Madre e sorella della cantante ricorsero alle vie legali, per denunciare la frode di una inesistente Fondazione Callas, che la Devetzi avrebbe utilizzato per drenare denaro.

Maria e Vasso
Corsero voci di un suicidio, sempre seccamente smentite. Il certificato di morte riporta il solito arresto cardiaco, mentre la cantante sorbiva un the in bagno. E’ assodato che Maria facesse uso esorbitante di sonniferi per dormire, di altri farmaci per sostenersi durante il giorno e soffrisse di dermatomiosite (come emerso negli anni duemila) malattia che provoca un cedimento dei muscoli e dei tessuti in generale, compresa la laringe. La cura per tale affezione era a base di cortisonici e immunosoppressori, che avrebbero affaticato il cuore. Analisi sulle sue esibizioni degli anni sessanta mostrerebbero una certa rigidità nel passaggio tra i registri vocali, una volta sua specialità, così rendendola stridula nelle note sopranili, trasformata quasi in un mezzosoprano. Foniatri ed esperti di postura hanno notato una ridotta capacità di espansione toracica, la sorgente delle note, per giungere alle quali Callas avrebbe supplito con movimenti delle spalle, considerati irrituali.
I colleghi la ricordarono, qualcuno in lacrime (come Giulietta Simionato), altri più pacatamente, qualcuno freddamente o per nulla. A tutti però, è sufficiente risentirla e meglio ancora rivederla: lei, la sua voce vibrante, la fibra tremante, eterni orgasmi di un femminino mai placato, uno spasmo erotico riversato nell’ugola.
Carmen Gueye


