martedì, Febbraio 10, 2026
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Il personaggio dell’anno economico 2025: l’oro, e con esso la Cina

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Nel 2025 l’economia globale non ha incoronato un leader carismatico, una banca centrale iconica o una grande istituzione finanziaria. Il personaggio dell’anno è stato qualcosa di molto più antico e silenzioso: l’oro fisico. Un asset che sembrava relegato a una funzione difensiva, quasi nostalgica, e che invece è tornato a occupare una posizione centrale nella strategia delle banche centrali. In particolare di una: la People’s Bank of China.

Il prezzo dell’oro ha attraversato il 2025 toccando più volte massimi storici, ma ridurre il fenomeno a una semplice corsa speculativa sarebbe fuorviante. A rendere questo anno davvero significativo è stata la domanda istituzionale, costante e metodica, che ha accompagnato il rialzo dei prezzi invece di arrestarsi di fronte ad essi. La banca centrale cinese ha proseguito i suoi acquisti per tredici mesi consecutivi fino a novembre, aggiungendo complessivamente circa 26 tonnellate nell’arco dell’anno e portando le riserve ufficiali a oltre 2.300 tonnellate. Incrementi mensili modesti, spesso inferiori alle due tonnellate, ma proprio per questo rivelatori: non un gesto simbolico, bensì una scelta strategica reiterata, portata avanti anche quando il metallo quotava ai livelli più elevati di sempre.

Secondo i dati del World Gold Council, nei primi nove mesi del 2025 le banche centrali mondiali hanno acquistato complessivamente 634 tonnellate nette di oro. Il dato è inferiore ai record assoluti del triennio 2022-2024, ma rimane straordinariamente solido se letto nel contesto di prezzi già elevati e di mercati finanziari apparentemente stabili. La domanda si è concentrata soprattutto tra le economie emergenti: la Polonia si è distinta come principale acquirente europeo, mentre Turchia, Kazakistan, Azerbaijan e India hanno rafforzato le loro riserve in modo significativo. La Cina non è stata la prima per volume assoluto, ma si è distinta per una caratteristica più sottile e politicamente rilevante: la continuità.

È qui che l’oro riacquista il suo significato più profondo. Non genera rendimento, non paga interessi, non è uno strumento di politica monetaria attiva. Proprio per questo è tornato centrale. È l’unico asset di riserva privo di rischio di controparte, non congelabile, non sanzionabile, non legato alla stabilità politica di un altro Stato. Dopo il 2022, questa qualità è diventata improvvisamente meno teorica e molto più concreta. In un sistema monetario nato dalla fine di Bretton Woods nel 1971 e fondato sulla fiducia nella valuta statunitense, l’accumulo di oro segnala una lenta erosione di quell’assunto di fondo: non un rifiuto del dollaro, ma la volontà di non dipenderne in modo esclusivo.

La Cina, che resta uno dei maggiori detentori mondiali di Treasury americani, non ha annunciato alcuna rivoluzione monetaria. Nessun proclama, nessuna sfida ideologica, nessun tentativo di sostituire il dollaro come valuta globale. La sua scelta appare eminentemente prudente: una diversificazione paziente delle riserve, coerente con un mondo percepito come più frammentato, più instabile e meno prevedibile. È una costruzione di autonomia silenziosa, non una dichiarazione di guerra finanziaria.

La storia offre paralleli illuminanti. Negli anni Sessanta, la Francia di de Gaulle iniziò a convertire sistematicamente dollari in oro, contribuendo a mettere sotto pressione le riserve statunitensi e accelerando la crisi che avrebbe portato al Nixon Shock del 1971. Allora si trattava di difendere un sistema di cambi fissi; oggi il contesto è quello di valute fiat e mercati globali iperconnessi. Eppure il pattern è simile: l’oro ritorna protagonista non per restaurare un ordine passato, ma per accompagnare una transizione ancora in corso.

Il messaggio che emerge dal 2025 non è quello di un crollo imminente dell’ordine monetario internazionale. Al contrario, è la certificazione che quell’ordine funziona ancora, ma non è più percepito come eterno né invulnerabile. Quando la seconda economia mondiale, insieme a un ampio fronte di banche centrali emergenti, sceglie di rafforzare sistematicamente le proprie riserve auree, segnala che la fiducia incondizionata ha lasciato spazio alla gestione del rischio.

Per questo l’oro è il vero personaggio economico dell’anno. Non perché prometta guadagni rapidi, ma perché torna a essere uno strumento di sovranità. In un’epoca di debito elevato, tensioni geopolitiche e uso politico della finanza, la resilienza diventa un valore. E l’oro, ancora una volta, si dimostra il linguaggio con cui le grandi potenze parlano quando preferiscono non fare annunci, ma prepararsi al cambiamento.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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