La bellezza di scrivere editoriali e lettere aperte ai lettori era un eroico compenso del giornalismo di altri tempi, quello fatto con la penna e con il taccuino. Non è da sminuirsi quel che facciamo oggi, anzi, mai come oggi il mondo è stato perlustrato da chi – con o senza malizia – ne vuol dare una lettura a suo modo, personalizzando molto il punto di vista, allontanandosi dalla professione che vuole nella verità sostanziale dei fatti il proseguimento di un titolone da prima.
Oggi, però, scrivere un pezzo sul pezzo nel giorno di Natale è difficile davvero: la Speranza del Natale ci cade dalle mani appena decidiamo di riflettere sulle cose che vanno e che non vanno nel mondo attuale. Proprio il fatto di esserci e di non metterci la faccia, di darsi da fare ma senza la capacità di risolvere, crea una grande frustrazione.
Il Bambinello di oggi è impotente di fronte agli interessi che stanno dilaniando molte terre del Globo. Siamo immersi in una rete molto potente di interessi superiori, che ci hanno ingabbiati e qualsiasi sia la nostra posizione personale, disoccupati, operai, lavoratori d’impresa, artigiani, imprenditori, industriali, celebrity, il nostro apporto intellettuale ed economico – al di fuori della misura umana – è nulla. Nulla siamo anche quando siamo potentissimi, possiamo pensare ai bambini di Gaza, che oggi sono da soli, appena nascono, nelle loro tende, come il piccolo Gesù.
Non si tratta di fare apologia di terrorismo, si tratta di guardare in faccia la realtà: siamo immersi in una guerra che non ha nessuna speranza politica di vedere la fine, che non potrà finire se non per scelta consapevole imposta per il Bene comune, del pianeta, delle generazioni a venire.
La nostra, di guerra, invece, è quella verso noi stessi, verso l’egoismo personale e l’odio, che porta a far sì che i Grinch non trovino l’affetto che a loro è destinato e quindi in un contesto fortemente divisivo viviamo uno spirito ben diverso da quello della capanna, dove l’asino e il bue riscaldano una mangiatoia dando per scontato che questo è ciò che bisogna fare.
Trovare un’alternativa alla guerra
I nostri profughi e rifugiati, che sono soli in un contesto che li emargina, i nostri poveri che dormono al freddo in queste notti che non sono poi così miti, anche se non fa più così freddo come un tempo, i nostri poveri che sono anziani o disoccupati, che non arrivano a fine mese e corrono a chiedere aiuto con i supporti settimanali.
Se quando si corre con l’auto la derapata è un piacere, ben diverso quando la derapata la fa la politica. Non sono certa che un editoriale di Natale debba sempre avere un lieto fine, anche se la Speranza del Verbo incarnato dovrebbe certamente avere un certo rilievo, ci sono delle situazioni che si possono solo salvare, limitando i danni, che non prevedono necessariamente un riscatto. A volte bisogna accettare piccole sconfitte per non crollare nel totale declino.
Martina Cecco
Foto facebook


