sabato, Febbraio 7, 2026
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Due coming out, due Stranger Things: quando il racconto conta più del messaggio

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Nota per il lettore: il seguente articolo contiene riferimenti a snodi narrativi delle stagioni 3 e 5 di Stranger Things.

Ci sono momenti in cui una serie televisiva riesce a intercettare il proprio tempo senza inseguirlo. Altri in cui, invece, sembra fermarsi un attimo di troppo a spiegare ciò che lo spettatore ha già capito. Stranger Things ha fatto entrambe le cose. E lo ha fatto mettendo in scena due coming out che, a distanza di stagioni, raccontano non solo due personaggi diversi, ma due modi radicalmente opposti di intendere la narrazione.

Il primo è quello di Robin Buckley, nella terza stagione di Stranger Things. Una scena rimasta impressa non per la sua carica ideologica, ma per la sua misura. Robin respinge l’avance di Steve con una naturalezza disarmante, spiegandogli semplicemente che è attratta da una ragazza. Non c’è enfasi, non c’è rivendicazione, non c’è didascalia emotiva. C’è imbarazzo, vulnerabilità, paura. E soprattutto c’è contesto.

Siamo negli anni Ottanta, in una provincia americana che non contempla alternative, che non accoglie, che non protegge. Robin è una ragazza brillante, ironica, affascinante, perfettamente inserita. Proprio per questo è costretta a nascondere una parte essenziale di sé. Il suo coming out non è un atto politico, ma una confessione privata. Non serve a educare lo spettatore, serve a sopravvivere emotivamente dentro una società che non è pronta ad ascoltare. Ed è esattamente questa sproporzione – tra ciò che lei è e ciò che può dire – a rendere la scena autentica, potente, necessaria.

Tutt’altra atmosfera circonda il coming out di Will Byers nella quinta stagione. Qui il mondo è cambiato, e non solo quello narrativo. Gli amici hanno già intuito, accettato, metabolizzato. Non c’è rischio, non c’è frattura, non c’è davvero conflitto. La scena, però, insiste. Si dilata. Si carica di silenzi solenni, di attese cariche di significato, di una tensione che la storia non sostiene più.

Il risultato è straniante. Ogni secondo che passa in attesa della frase “giusta” non costruisce empatia, ma la consuma. Non perché il tema non sia importante, ma perché, in quel contesto, non è più drammaturgicamente rilevante. Il pubblico non reagisce con emozione, ma con una sorta di insofferenza: non per ciò che Will è, ma per il fatto che la serie sembra voler sottolineare qualcosa che ormai è già stato accolto, compreso, normalizzato. Il coming out diventa così un passaggio obbligato, un rituale narrativo più che una necessità del personaggio.

Ed è qui che il confronto tra le due scene diventa rivelatore. Robin parla perché tacere è doloroso e pericoloso. Will parla perché la sceneggiatura ha deciso che è il momento giusto. Nel primo caso il silenzio pesa come una condanna sociale, nel secondo è solo un artificio drammatico. Non è il contenuto a fare la differenza, ma il modo in cui viene inserito nel racconto.

Due coming out, dunque. Uno che resta, perché nasce dal silenzio imposto. L’altro che scivola via, perché arriva quando il silenzio non fa più paura.

giorgiocegnolli
giorgiocegnolli
Spirito polemico e indipendente, non cerca consensi facili né amicizie di circostanza. La politica resta la sua più grande passione.

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