venerdì, Febbraio 6, 2026
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L’Italia supera i 2.300 miliardi di PIL, ma la vera sorpresa è l’Emilia-Romagna

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Nel 2026 l’economia italiana oltrepassa una soglia simbolica: il Prodotto interno lordo, in termini nominali, è atteso superare i 2.300 miliardi di euro, con un aumento di circa 66 miliardi rispetto al 2025. È una crescita che, letta in superficie, restituisce l’immagine di un Paese che avanza. Ma se si scende di un livello, il quadro si fa più complesso: la crescita reale resta contenuta, e la mappa del dinamismo economico cambia più di quanto dica il dato complessivo.

Secondo le previsioni della CGIA, l’incremento reale del PIL si fermerebbe allo 0,7%, sostenuto soprattutto dall’export e dalla tenuta dei consumi, mentre gli investimenti rallentano dopo l’effetto-spinta degli ultimi anni. Il dato più rilevante non è quindi solo quanto cresce l’Italia, ma dove cresce di più.

È qui che emerge la vera notizia: nel 2026 l’Emilia-Romagna è destinata a diventare la locomotiva economica del Paese, superando il Veneto e staccando le altre regioni per ritmo di sviluppo. Una crescita prevista attorno allo 0,86%, che non nasce da un rimbalzo occasionale ma da una struttura produttiva solida, capace di reggere anche in una fase di progressivo esaurimento delle risorse del PNRR. Metalmeccanica, automotive, biotecnologie, mercato del lavoro stabile e una forte vocazione all’export continuano a fare la differenza lungo l’asse della Via Emilia, che ancora una volta si conferma come il cuore industriale dell’Italia.

Il contesto nazionale, però, resta fragile. Con la scadenza delle risorse del PNRR prevista per l’estate, il rischio è quello di tornare a una crescita debole e intermittente, simile a quella che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni. Il problema non è la congiuntura, ma l’assenza di fattori strutturali in grado di sostenere l’espansione nel tempo: produttività stagnante, burocrazia inefficiente, pressione fiscale elevata e difficoltà nel valorizzare il capitale umano continuano a rappresentare i principali freni allo sviluppo.

A incidere sul quadro complessivo potrebbero essere variabili esterne. Una possibile fine del conflitto tra Russia e Ucraina e una stabilizzazione del Medio Oriente aprirebbero uno scenario macroeconomico nuovo, con effetti potenzialmente positivi su inflazione, fiducia e investimenti. In un contesto più stabile, i capitali oggi rifugiati in asset difensivi potrebbero tornare verso l’economia reale. Ma perché questo si traduca in crescita duratura, l’Italia dovrebbe farsi trovare pronta, alleggerendo il peso della burocrazia e del fisco sulle imprese.

Lo stesso spostamento del baricentro economico si osserva scendendo al livello territoriale. Varese guida la classifica delle province più dinamiche, con una crescita prevista attorno all’1%, seguita da Bologna e Reggio Emilia. Ancora una volta il Nord industriale corre più veloce, mentre il divario con il Mezzogiorno resta marcato, pur con segnali incoraggianti in alcune aree della Campania. Le uniche realtà in lieve contrazione restano alcune province siciliane, a conferma di una frattura territoriale che continua a riproporsi.

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