Anna Magnani, Roma, Italia

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Parlare di lei fa sentire come davanti a uno tsunami annunziato, vorresti scappare. Cerchiamo di ripararci in alto e di guardare tutto con la dovuta lontananza.

Inizialmente si diceva che la bimba fosse nata ad Alessandria d’Egitto e forse lo si lasciò credere; in seguito lei stessa precisò di aver visto la luce a Roma, vicino a Porta Pia, nel 1908, da una ragazza madre di origini emiliane, che ben prestò la mollò alle cure della nonna, per andarsi a sposare un austriaco appunto in Egitto. In seguito madre e figlia si incontrarono, pare con esiti non entusiasmanti. Da adulta Anna compì delle ricerche, scoprendo che il padre era un nobiluomo calabrese: o almeno, questo ha riferito. Vero o no, emerge che l’appartenenza dipende molto da dove si è nati e cresciuti; Roma forse ha una marcia in più in questo senso e aggancia atteggiamenti, lessico, disposizione verso il mondo, in modo esclusivo. Comunque sia, Anna è rimasta simbolo di “romanismo”, ma riunisce simbolicamente l’Italia da nord a sud.

Accudita dunque dalla famiglia materna, con cinque amorevoli zie, dopo i brevi studi, anche nel settore musicale, la ragazza si orientò verso la recitazione. Gli inizi delle star sono spesso nebulosi, li ritroviamo allievi nelle accademie (lei alla Silvio D’Amico), poi catapultati in qualche compagnia teatrale, e così fu per la nostra, con quelle prestigiose di Antonio Gandusio e Luigi Almirante; girò il mondo e interpretò di tutto, anche il paggio.

Va da sé che la giovane non fu notata per una prorompente bellezza; ai tempi, grazie all’ironia di suo marito, il regista Goffredo Alessandrini ( lui sì, nato in Egitto), la sua figura veniva paragonata a quella di una cavalla, massiccia al centro, gambe secche, retro ingombrante e spesso imbizzarrita, capelli perennemente scarmigliati, ma c’erano quei fiammeggianti occhi verdi a parlare prima di lei.

La gavetta fu dura, ma la temprò: Magnani poteva fare la romanaccia, e spesso lo è stata nelle sue parti, ma altresì parlare in perfetto italiano, così come nella vita, senza i vezzi capitolini che trasformano la lingua nazionale quasi in una parodia. Dicono che tornasse molto ruspante quando si incolleriva, cioè spesso, e faceva vedere i sorci verdi ad amici e colleghi.

Quando ci si dispone a guardare un suo film, si aspetta un ciclone, ma capita di trovarla in vecchi ruoli minori, come in “La fuggitiva” del 1941, e si rimane delusi, perché lei faticò ad approdare al cinema. Alessandrini, sposato nel 1935, un bel lombardo, marito farfallone, responsabile dei doppiaggi italiani per la MGM americana, la inserì appena, in “Cavalleria”, in un ruolo da sciantosa – un po’ la sua persecuzione già a teatro – e non la aiutò mai, anche se lei si era già fatta notare ne “La cieca di Sorrento”, “Tempo massimo” e “Quei due”. Naturalmente la sua complessione mal si adattava al cinema dei telefoni bianchi, ma esistevano anche attrici meno vaporose, come Clara Calamai, che le soffierà poi la parte in “Ossessione” di Visconti: Luchino accampò che la gravidanza incipiente di Anna non fosse compatibile con i tempi di lavorazione.

La truppa di star italiane dell’epoca lavorò nel ventennio, senza troppi problemi, e anche in tempo di guerra; la Magnani galleggiò grazie a film come “Teresa Venerdì” (1941), diretta da De Sica, in un ruolo brillante, pur se sempre malmostoso, poi col dittico “Abbasso la miseria!” e “Abbasso la ricchezza!” e “Campo de’ Fiori (qui, non per l’ultima volta, ha un banco di frutta e verdura) o “La fortuna viene dal cielo”, commedia ungherese, girata al tempo in cui c’era una collaborazione italiana con i magiari, “Il bandito” con Amedeo Nazzari.

Quella che abbiamo conosciuto e fissato nella memoria nasce nel 1945, con “Roma città aperta”. Era ora di riciclarsi e lei diede il massimo, diretta dal compagno Roberto Rossellini (1906/1977): regista che ha un nome più grande di quel che in realtà fu, avendo brillato solo per questa pellicola, fallendo gli esperimenti con Ingrid Bergman, poi dedicatosi a erudite opere multimediali, più considerato in Francia che in Italia.

E’ rimasta memorabile la scena di Anna, la “sora Tina” che rincorre il camion su cui i tedeschi portano via il suo uomo e spareranno anche a lei. Quando protestiamo che i retroscena non si dovrebbero mai conoscere, è perché rompono l’incanto: ci dicono che Anna girò la scena ispirata da una recentissima sfuriata contro Roberto, allorché egli l’aveva mollata in una trattoria di Trastevere per andarsene a zonzo, e lei, accortasene, gli era corsa dietro sbraitando. Si dice che Anna non gradisse scene di baci con i partner, che infatti evitò sempre.

Si insinua ormai il discorso sulla vita privata. Dicono “protetta” di Gandusio, che appunto la lanciò nel teatro di rivista, visse poi il tempestoso matrimonio con Goffredo, che iniziò con lui in ritardo alla celebrazione in Campidoglio e finì sempre con lui che mette incinta l’attrice Regina Bianchi. Si dice che Anna ritenesse di non poter avere figli, forse per questo le “scappò” di rimanerci con il collega Massimo Serato, il tipo di bell’uomo lezioso nell’aspetto e nella recitazione, come di moda in quegli anni, che si defilò da responsabilità (una delle sue ultime apparizioni fu ne “Il ragazzo di campagna” con Renato Pozzetto). Nel 1942 nacque Luca, che all’inizio dovette portare il cognome Alessandrini per le leggi d’epoca, poi cambiato in Magnani, dando luogo a un raro doppio passaggio matrilineare di cognome. Luca (cognato del regista Roberto Faenza) si ammalò di poliomielite e visse in Svizzera per curarsi e compiere i primi studi; tornato in Italia, ebbe difficoltà di adattamento, tanto che la madre lo allocò nell’appartamento sotto il suo per garantire reciproche libertà di movimento, e patì lentezze scolastiche, ma pare che alla fine sia diventato architetto; ha una figlia, Olivia, anch’ella attrice, che ha gli occhi della nonna.

Anna e Luca

Sono note le traversie che portarono alla rottura con Rossellini, ammantate di leggenda. Dunque Ingrid Bergman avrebbe quasi supplicato, per lettera, il regista di farla recitare con lui e da lì sarebbe nata l’unione che fruttò tre figli (tra cui la star Isabella), finché Roberto (che aveva già un figlio dalla prima moglie, oltre a un altro morto nell’infanzia) fece alla svedese lo stesso scherzo: tornò da un viaggio in India con la giovane Sonali Das Gupta già in attesa, che gli diede un’altra figlia, più quello che la ragazza già aveva, a cui lui diede il cognome.

Anna fu ripagata del suo smacco e, di più, girò il film “Vulcano”, diretta dal tedesco/americano William Dieterle, nella parte di una prostituta, mentre la Bergman, diretta da Rossellini, girava “Stromboli”, parallelismo definito “La guerra dei vulcani”. La critica e il pubblico furono tiepidi con entrambi, anche se il secondo (definito cattiva fusione tra ghiaccio svedese e olio italiano) andrebbe forse rivalutato.

Nel frattempo Visconti “risarcì” Anna con la parte della popolana che vede nella figlioletta, selezionata per un film, il proprio riscatto, in “Bellissima”, uscito nelle sale il 4 gennaio 1952: un’altra figura di borgatara fumantina dopo “L’onorevole Angelina”, casalinga combattiva spinta dal quartiere a mettersi in politica, poi consapevole dell’irrealtà di un simile sogno.

Ma la vera vendetta arrivò dagli USA, dove Magnani incassò un Oscar per “La rosa tatuata” (regia di Daniel Mann, con Burt Lancaster) e una nomination per “Selvaggio è il vento” , regia di George Cukor (per cui prese il David), con Anthony Queen e Anthony Franciosa, entrambi tratti da opere del suo grande amico Tennessee Wiliams. Un poco imbrigliata nei metodi di lavoro d’oltreoceano, nemmen lei volle trasferirvisi, come per esempio la collega Virna Lisi, ma riuscì a fare sfracelli privati anche laggiù. Lasciato in stand by a Roma il giovane fidanzato, l’attore Gabriele Tinti, a Hollywood si infatuò di Franciosa; la compagna di lui, Shelley Winters (ex moglie di Gassman) li sorprese insieme. Anthony seguì Anna a Roma, poi la relazione terminò. Sul versante sentimentale si parlò in seguito di toy boy e di una storia con un avvocato.

Negli USA Anna girò anche “Pelle di serpente”, regia di Sidney Lumet, che ricevette critiche non sempre benevole, nonostante l’accoppiata con Marlon Brando. Sempre in affanno con la lingua inglese, di fatto Magnani fu introdotta in America dall’humus fosco della drammaturgia di origine teatrale statunitense, in quel momento impersonato soprattutto da Williams, Truman Capote e Arthur Miller, all’epoca marito di Marilyn Monroe.

A proposito di quest’ultima, l’Italia le conferì un David di Donatello per “A qualcuno piace caldo”, che la pigra Marilyn non ritenne di venire a ricevere in Italia. Si organizzò una cerimonia al consolato italiano di New York e a consegnare la statuetta fu Anna, assistita dal mitico inviato RAI Ruggero Orlando. Nel filmato vediamo la Magnani che suggerisce a una imbambolata Monroe due parolette in italiano (“Grazie, sono commossa”); ma lingue lunghe assicurano che Anna non sopportasse la bionda star e le rivolgesse, sottovoce, epiteti poco simpatici. Nacque invece un’amicizia con la coetanea, per certi versi a lei simile, Bette Davis.

Chi negli States, invece, si trovava benone era Sofia Loren. Ancora molto giovane e già famosa, nonché affiancata dal quasi marito Carlo Ponti, nel 1960 Loren fu designata quale interprete de “La ciociara”, nella parte della figlia, Anna in quella della madre, con la regia del sofisticato George Cukor. Magnani puntò i piedi – si dice – perché il confronto sarebbe stato impietoso, non da ultimo poiché Sofia era alta due spanne più di lei, e rinunciò, consigliando la napoletana come madre e una vera ragazzina come figlia; così andò, ma Cukor non era d’accordo e fu sostituito da Vittorio De Sica. Seguì Oscar alla Loren, seconda italiana a prenderlo dopo Anna come miglior attrice protagonista, e ultima a tutt’oggi.

In quell’anno Anna ritrovò come partner lavorativo Totò, nel film “Risate di gioia” di Monicelli. Il principe ebbe sempre parole di lode per la collega delle vecchie ribalte di varietà; voci maligne insinuano che lei inizialmente non volesse averlo accanto perché il comico avrebbe ribassato, a suo parere, la qualità della pellicola. Un altro rapporto difficile sarebbe stato quello con Giulietta Masina, sul set di “Nella città l’inferno” di Renato Castellani.

Seguì qualche altro film, in Francia “La pila della Peppa” di Autant- Lara, “Il segreto di Santa Vittoria” diretta da Stanley Kramer, girato in Italia e “Mamma Roma”, con la regia di Pasolini (prostituta diventata fruttarola tenta invano di togliere il figlio dalla strada), che infine lei dichiarò di non aver apprezzato (“mi ha sfruttata”); in generale Magnani lamentò di non ricevere più copioni validi e decise di tornare al teatro, con “La lupa “ di Giovanni Verga, diretta da Franco Zeffirelli, affrontando una tournée in Russia, Polonia e Germania, resa più faticosa dal fatto che lei temeva l’aereo ( lo prese a forza solo in qualche volo interno americano) e praticamente costringeva tutti a viaggiare in treno, come anche in nave se si trattava di attraversare l’Atlantico. Durante le lunghe trasferte Anna era costretta a lasciare in custodia i suoi cani, che di solito portava in giro di notte a villa Borghese e a sospendere altresì la sua attività di nota “gattara”.

Il ruolo di prostituta è stato affibbiato fin troppe volte ad Anna, fino all’ultima sua prova, la prima in televisione. Rassicurata dal regista, Alfredo Giannetti, sul fatto che il taglio sarebbe stato comunque cinematografico ( lei non amava il piccolo schermo), dopo che lui l’aveva diretta in “Correva l’anno 1870” con Mastroianni, accettò di interpretare la miniserie “Tre donne”. In “Un incontro”, è un’infermiera tristemente single che, dopo l’8 settembre, incontra un ufficiale disertore (Enrico Maria Salerno) con cui sfollerà in campagna, ma lo perderà quando lui, rinunciando al salvifico amore della donna, preferirà salire sul treno dei deportati e affidarle le missive dei compagni alle famiglie; in “La sciantosa” è una appassita soubrette di avanspettacolo oppressa dai debiti, che accetta di cantare per le truppe al fronte durante la prima guerra mondiale; lì incontrerà un soldatino di Napoli (Massimo Ranieri)a cui salverà la vita, sacrificando la propria. Ma è il terzo episodio che rimane come testamento artistico di Anna, anche se, cronologicamente, le sue ultime parole in un film saranno in “Roma “ di Fellini, un cameo che si conclude con “Nun me fido, ciao!”.

Nell’episodio “L’automobile” lei è Anna Mastronardi, matura ex passeggiatrice conosciuta come “Contessa”, sempre in giro per via Veneto guardando le giovani colleghe e bazzicando locali notturni, senza più accettare clienti, ma sempre appariscente; stanca di gironzolare “a pedagna” decide di prendere la patente, con l’aiuto di un ruffiano di casino (splendido Vittorio Caprioli), ottenendola con un colpo di fortuna (l’esaminatore è un suo ex assiduo fruitore). Acquistata una Fiat 850 spider gialla, si gode la nuova libertà, progetta viaggi, e fa una puntatina al Kursaal di Ostia, dove incrocerà Lou, una sorta di statuario gigolò straniero, accompagnato da uno chaperon in sua adorazione. Fulminata dalla prestanza del ragazzo, Anna gli cederà la guida; l’adone si rivelerà un teppista insolente e, correndo come un pazzo sulla via del ritorno a Roma, la coinvolgerà in un incidente stradale non grave, ma che distruggerà l’auto a cui lei teneva maniacalmente.

Si tratta di un piccolo capolavoro, che inquadra l’attrice nella sua dirittura finale (morirà poco tempo dopo, il 26 settembre 1973): in giro per una Roma che non riconosce più, in mezzo al traffico impazzito, conscia della solitudine, anche se ha risparmiato quanto le basta per vivere decorosamente, rimane quella sua immagine conclusiva, seduta sull’automobile capovolta, mentre dice “ma qua siamo diventati tutti matti”. Le musiche di Ennio Morricone hanno fatto il resto.

Va invece sfatata una leggenda, sulla famosa frase a lei attribuita: “Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Le ho pagate tutte care. C’ho messo una vita a farmele!”, detta a un truccatore. Sembra che non fosse proprio così e Anna temesse alquanto certe inquadrature, nel tempo facendo calcare sempre di più il make up. Probabilmente, accanto alla paura di volare, doveva esserci anche quella del chirurgo, che avrebbe potuto rimuovere le pesanti borse sotto gli occhi affacciatesi ben presto.

Nannarella (così ribattezzata per via della “Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vò la zinna” di Trilussa) era senza dubbio un talento naturale. Non sempre gradita in certe zone d’Italia per la pesantezza della romanità estrema a cui era aggiogata da sceneggiatori e registi, per la recitazione strepitante e una certa sguaiatezza, rimane comunque un indelebile pezzo di storia non solo attoriale, ma anche sociale, del nostro paese, sempre sostenuta da team professionali che la valorizzarono, pur forzando al massimo la sua attitudine a star fuori dalle righe. “Io non so nemmeno se lo sono, un’attrice”, dichiarò durante una famosa intervista; ma pure “meno male che ci sono, gli attori”. Sì, nel suo caso, meno male.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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