Un giorno di inizio novembre 1975 qualcuno mi disse che era morto Pier Paolo Pasolini. Eravamo liceali. Risposi senza indugio “Lo ha ucciso un ragazzo di vita”. Mi venne risposto che avevo una visione eccessiva del personaggio. Poche ore dopo si seppe la verità. Era preveggenza, la mia? Ovviamente no. Ne aveva parlato la stessa vittima preconizzando la propria fine e io, che avevo iniziato a leggere i suoi libri a sedici anni, e a seguirlo quando compariva sui media o veniva intervistato, semplicemente ne avevo preso atto.
Una certa fascinazione per Roma non era una novità, per me, forse perché già vorace spettatrice di film da bambina, e in quelli italiani la capitale troneggiava: dalle dolcezze dei telefoni bianchi alle asprezze del neo realismo alle mollezze della commedia all’italiana, gli sfondi, i colori e la parlata pigra condita dalle battute sferzanti del capitolino medio mi introducevano in un clima meno severo di quello settentrionale in cui vivevo, meno passivo di quello del sud che credevo di conoscere.
Tuttavia serpeggiava nel paese un clima intellettuale che arrivava perfino ai ragazzini culturalmente più lontani da certe atmosfere e non particolarmente agevolati dall’humus familiare, come nel mio caso; così fu che mi capitarono in mano “Ragazzi di vita “ e “Una vita violenta”, con in calce il vocabolario di lingua romanesca; e, di lì a breve, comparvero in televisione film dello stesso autore, anche regista, tratti dai suoi libri o fondati sullo stesso schema, come “Mamma Roma”, quest’ultimo movimentato dalla presenza di Anna Magnani; scoprii allora la capitale delle borgate, del degrado, del vizio, l’attrazione fatale per la decadenza, il “brutto sporco e cattivo” senza redenzione. Ma infine, chi era questo artista e poeta?
Dopo la sua scomparsa i cinema d’essai ne riproposero le opere, che mi precipitai a guardare. Non tutto era così digeribile, a cominciare a “Teorema”, alla cui visione trascinai gli amici, che mi tennero il broncio per averli condotti in quello che considerarono un mare di bislacca noia. Peggio andò quando uscì, postumo, “ Salò e le 120 giornate di Sodoma”: durante la proiezione gli stessi sventurati amici mi costrinsero a uscire con loro molto prima della fine. Ritirato per qualche tempo dalle sale, poi restaurato, il film non è mai stato rimpianto da nessuno, monumento a una certa necrofilia esistenziale travestita da attacco al fascismo, senza l’onestà di dirsi pornografico, destinato alla solita platea di gente che odia Alberto Sordi. D’altro canto, l’apologia dello scomparso si era messa in moto già dai funerali, che videro un’orazione funebre a cura di Alberto Moravia, intrisa di rabbia contro il popolo italiano che aveva perseguitato un genio incompreso.
Nato a Bologna nel 1922 da una maestra friulana e un ufficiale di fanteria di origini romagnole, oppresso dai debiti di gioco, un fratello nato nel 1925, Pier Paolo si spostò spesso a causa del lavoro paterno, cambiando sovente scuola; nonostante una rimandatura ginnasiale in italiano, si laureò poi velocemente in lettere, iniziò a scrivere poesie, anche nell’amatissima lingua di Casarsa, paese materno, a dipingere e ad appassionarsi al cinema francese, alternando l’attività letteraria e l’insegnamento al gioco del calcio attivamente praticato, nel clima universitario ancora improntato alle direttive fasciste che non sembravano infastidirlo; ebbe diversi amici, tra i quali alcuni poi diventati famosi come il futuro giornalista RAI Sergio Telmon; e pare che quest’ultimo, una volta partigiano, sia stato denunciato ai fascisti proprio da Pier Paolo, iscritto al GUF (Gruppi universitari fascisti), ma Sergio dovette perdonarlo, accettando, molti anni dopo, di incontrarlo in un programma condotto da Enzo Biagi, insieme ad altri sodali di gioventù.
Nel 1942 PP fece un viaggio in Germania con la gioventù del fascio, da cui tornò entusiasta, colpito dalle vibrazioni teutoniche che egli interpretò come moti di coscienza estranei al provincialismo italiano. Durante la guerra si rifugiò a Casarsa, sfuggì al radar degli arruolamenti della repubblica di Salò e diede lezioni private, con la madre, a studenti in difficoltà o lontani da sedi scolastiche sempre meno raggiungibili. Il fratello Gudo, aggregatosi a una formazione di partigiani laici e cattolici, la brigata Osoppo, fu ucciso da una milizia di partigiani comunisti, circostanza che, pur addolorando profondamente il poeta, non gli impedì di aderire al PCI, motivando la scelta con la difesa degli oppressi; nel frattempo il padre, prigioniero degli inglesi, tornò dall’Africa. PP scriveva, scriveva senza posa, libri incompiuti, romanzi, drammi, articoli, simpatizzando per la causa di un’indipendenza del Friuli. Dopo aver vinto un premio letterario locale, finalmente il giovane professore approdò a Roma.
Parlare di Pasolini significa entrare nell’argomento omosessualità, che non ci interesserebbe trattare, ma si impone ed è stato imposto. Un giorno del 1949 PP pagò dei ragazzini per pratiche onanistiche reciproche; alla fine ne uscì un’assoluzione (atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minore) che, crediamo, oggi verrebbe considerata scandalosa, almeno se di mezzo ci fosse un insegnante con giovinette, e gli costò comunque la sospensione dall’insegnamento e l’espulsione dal partito.
Roma lo accolse definitivamente con la madre, più tardi anche il padre, e lì egli si arrangiò grazie a conoscenze, collaborando perfino con riviste cattoliche (nessun problema per i suoi precorsi con fanciulli). Una volta entrato nelle grazie di letterati e poeti come Giorgio Caproni , Carlo Emilio Gadda e Mario Soldati (anche cineasta) PP ricevette qualche altro premio e con esso i primi guadagni di un certo peso, utili a uscire dalle ristrettezze, agganciandosi a Cinecittà come comparsa.
Finalmente uscito dalle strettoie della sopravvivenza, Pasolini si vide accettare i suoi lavori dagli editori e le sue sceneggiature dai produttori, iniziando una carriera ostacolata solo dalle sue problematiche personali, compreso un processo per rapina a un benzinaio, che in realtà stava adescando. Girando per bettole trasteverine incontrava giovanotti di beltà popolare, quasi plebea, che adorava; quando erano un poco più dotati, li trasformava in attori per i suoi film, come accadde ai fratelli Citti, Ettore Garofolo e al calabro/prenestino Ninetto Davoli (che accompagnò in viaggio di nozze). E’ il 1971:
“Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza, disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei; e io incapace di accettare questa orrenda realtà, che non solo mi rovina il presente, ma getta una luce di dolore anche in tutti questi anni che io ho creduto di gioia, almeno per la presenza lieta, inalterabile di lui. Ti prego, non parlarne con persona al mondo. Non voglio che si parli di questa cosa”. Mentre della sposa diceva: “ …ragazza scipita” che “ha il genio della banalità”, circondata dallo “stuolo infido di parenti”, “i grevi mobili”, “la cucina finto-americana” e tutto un mondo antiestetico che “sevizia/ la mia povera anima libertina/ in un vecchio, atroce struggimento”.

Con Franco Citti, Ninetto Davoli ed Ettore Garofolo
Pare che proprio mentre delirava per l’abbandono dell’amato, PP si sia imbattuto in una Maria Callas altrettanto devastata per la fuga del suo Aristotele Onassis, sposatosi a sorpresa con Jacqueline, vedova del presidente John F. Kennedy.
Artista bizzosa, carriera in declino vuoi per lo smacco amoroso che per la famosa dieta che forse le aveva alterato la voce, Maria, fino ad allora aliena da frequentazioni di intellettuali estremi, non lo era da quella di gay famosi: il regista Luchino Visconti, che l’aveva diretta ne La Traviata, Franco Zeffirelli, con cui pure lavorò o, dall’altro versante, Elsa Maxwell, giornalista scandalistica americana saffica, che ne era pazza e, pur di esercitare il dominio su di lei, l’aveva praticamente indotta a lasciare il marito/pigmalione Giambattista Meneghini per mettersi con Onassis. Con PP però fu diverso.
La Callas, il tipo di donna che, grazie alle sue capacità, ritiene di poter esercitare la seduttività su chiunque, un poco giocava con queste figure top e jet set, ma con Pasolini rimase intrappolata in una spirale di sensazioni, in parte forse corrisposte, ma filtrate e contorte, finché iniziarono a correre le voci su una loro liaison e addirittura un matrimonio. Pennaioli di tutto il mondo, anche di gran nome, si interessarono a loro, vedendoli atteggiarsi a piccioncini, e finanche baciarsi appassionatamente davanti ai fotografi; ma, dopo l’exploit del film “Medea”, una performance che l’ambiente di Maria trovava inadatta a lei, Pasolini non la diresse più e tornò ai suoi giri; e finalmente si acquetò l’attrice Laura Betti, che si considerava unica musa di PP e aveva promesso sfracelli se si fossero verificate quelle nozze.

Maria accompagnò PP, Moravia e la Maraini in un viaggio in Africa, nel 1969, ove il suo partner cercava l’interprete nero per il film su un’ Orestiade africana, frutto delle elaborazioni metaesegetiche del regista, che poi divenne un documentario sullo sguardo eccitato del privilegio sulla condizione inferiore.
L’elenco sterminato dei suoi lavori non è alla nostra portata, stargli dietro è stato impossibile e, crediamo, sarebbe stato inutile: non eravamo noi i destinatari del suo spirito, ma la folla di giovinetti che sempre lo fecero palpitare, come i poliziottini meridionali che egli difese, dopo i disordini di Valle Giulia nel 1968, incantato dal loro fascino agreste, dagli immaginati afrori di olio e pecorino, sudore e miseria, così distanti dai gelidi sentimenti della sua carsica terra. Il libro “Petrolio”, ricomposto dopo la sua morte, è un tomo indigeribile in cui ogni riga ne vale dieci: quante cose, troppe, voleva farci sapere l’autore, sotto il manto di un disvelamento sulla fine del petroliere Enrico Mattei?
Al Pasolini regista viene attribuito il merito di aver ridato dignità a Totò, con l’ultimo film del principe della risata, “Uccellacci e uccellini”, del 1966 ( De Curtis se ne andrà l’anno dopo), una pellicola on the road per le solite spaventose periferie romane degli anni sessanta, baraccopoli, prati incolti, in cui il buffo e clownesco Ciccillo e il figlio Ninetto (interpretato da Davoli) camminano inseguiti da un saccente corvo marxista, che sarebbe, per molti, l’alter ego del regista: e finirà mangiato dai due, dopo il coniugio carnale con la solita prostituta proletaria che gira per cespugli e pezzi di vecchie mura nelle pellicole pasoliniane.
L’unico passaggio che ricordiamo è l’esortazione del volatile a Ciccillo, ”fate buon uso delle vostre mogli”, poiché l’uomo ha fatto generare alla consorte un esercito di figlioli; il resto, lo lasciamo volentieri ai critici e agli intelletti superiori. E’ vero: Totò, in perenne ricerca di guadagni, negli ultimi anni aveva perso ogni ritegno girando filmini da due soldi, buoni per le scalcinate sale di terza visione, ma la sua dignità è preservata da altri lavori e si spera verrà ricordato anche per quelli.
Nelle sue scorribande, anche solitarie, per Roma, PP soleva intrattenersi con i vecchi osti e lamentarsi dell’Italia infame, soprattutto dell’odiata borghesia, da cui poi egli stesso proveniva e che, nella fascia radical chic, gli tributerà onori e gloria.
Così arrivò quella notte tra l’1 e il 2 novembre, a Ostia lido. Il regista era solito scorrazzare per suburbi o nei pressi delle stazioni, in cerca di ragazzotti marchettari da rimorchiare, e, come da sentenza, a Termini incappò nel diciassettenne Pino Pelosi, un romanissimo adolescente ricciuto con l’aria da teppa e il solito passato difficile nella borgata di Setteville. Dopo la cena in trattoria, sulla Alfa Romeo di PP il ragazzo si fece condurre nei pressi dell’arenile ostiense, ma lì accadde qualcosa di mai chiarito. Pelosi affermò di non aver voluto accondiscendere a certe richieste, suscitando la rabbiosa reazione di Pasolini che avrebbe brandito un bastone; Pelosi glielo avrebbe sottratto colpendolo; poi, in preda all’agitazione, gli diede il colpo di grazia passandogli sopra con l’auto, che guiderà all’impazzata finché una pattuglia lo fermerà.
Pelosi, condannato come unico responsabile, uscirà dal carcere nel 1983 e continuerà a delinquere. Nel 2005, durante un ‘intervista (retribuita) dalla Leosini, affermò che gli autori del crimine erano dei balordi siciliani che inseguivano Pasolini per avversione alle sue tendenze sessuali, versione che modificherà ( retrodatando la conoscenza con PP) e poi confermerà, e che sembra avere un fondamento; cambiò invece radicalmente il ritratto della sua vittima, da sessuomane senza freni a persona gentile. Pelosi è mancato nel 2017.

Pino Pelosi
In molti, soprattutto nell’intellighenzia, hanno sempre protestato che ci fu un complotto ai danni di Pier Paolo, anche se lui stesso, poco prima di morire, pare avesse affermato: “Il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza”.
Tuttavia c’è un mondo, che gravita intorno a questa vita tormentata e offre visioni diverse di questa tragedia. Il professore e poeta Edoardo Sanguineti la definì “suicidio per delega”, una sorta di cupio dissolvi cercato e trovato. Il cugino e collaboratore di PP, Nico Naldini, anch’egli omosex ma di vedute più neutre, sostiene, non il solo, che soprassedere sulla causa prima delle disavventure del parente, ovvero i suoi orientamenti portati al limite, è eludere il problema; l’attrazione per la bassa vita e le pratiche sadomaso molto violente lo portavano in una dimensione quasi extrasensoriale, che non gli faceva avvertire il pericolo.
Il critico Giancarlo Vigorelli: “ … il modo bestiale in cui si consumava durante nottate di violenza…non comprendevo. Fino alle sette di sera era una persona, dopo era tutt’altra… a me gelava il sangue quando lo vedevo il giorno dopo le sue avventure notturne pieno di graffi e lividi“.
Pier Paolo non era affatto l’emarginato perseguitato che oggi si dipinge. Era ospitato in televisione e ascoltato come un oracolo. Ideò e condusse il documentario sociologico “Comizi d’amore”, incentrato sulle abitudini sessuali degli italiani, per evidenziare, dal suo punto di vista, ipocrisia e moralismo.
Siamo a un bivio, consci di sfidare un feticcio ormai intoccabile nell’Italia delle università del terzo millennio, ma le catilinarie contro il moralismo ci sembrano più moraliste di quanto vanno denunciando. La condiscendenza dell’intellettuale sorretto dalla borghesia altezzosa che dice di odiare è un laccio, una privazione del respiro, che ha otturato i pori dell’anima. Era del tutto evidente l’insofferenza di Pasolini allorché veniva posto dinanzi a domande vere, non dirette da lui, come quando qualche ragazza, in televisione, gli chiedeva un parere sul ruolo della donna ed egli si sottraeva con i suoi panegirici sulla differenza tra sviluppo e progresso, sul consumismo: quasi che lui non viaggiasse in aereo e non amasse le spider come quella su cui andò incontro alla morte, le belle tavolate, le sigarette, le vacanze e il vil denaro con cui comprava le attenzioni dei suoi putti proletari.
Pasolini detestava le donne e le escludeva dal suo panorama fino a che gli era possibile, ammettendole solo perché non poteva farne a meno; ma radiare la figura femminile ( a parte quella materna) dall’universo non è esattamente un obiettivo, anzi, è fagocitazione di odio misogino e ginofobo, come quella di certi rapper odierni, nelle cui clip una ragazza non compare mai o serve solo in ginocchio. Le quote rosa non sono solo un posto al sole in parlamento, ma il confronto tra diversi, impossibile da evitare in una vita degna di questo nome.
E la voce del popolo, quanto conterebbe in questo scenario? Molti non hanno alcuna considerazione di un personaggio d’élite che scende in suburra per sollazzarsi e torna negli agi dei soffici pari grado per essere adulato.
D’altro canto le sue frasi, detriti scagliati contro tutto e tutti, divenute virali nell’era social, sembrano passate di moda da qualche anno, ostracizzate dalla rete, considerate pericolose per il rischio insito di sollevare i sempre più derelitti italiani contro il potere.
Per cui noi, che lo amammo con il cuore vergine, e da lui imparammo il disvalore della consolazione, non ne cerchiamo nemmeno per lui.
Carmen Gueye

