Malcom nacque come Malcom Little a Omaha, Nebraska, nel 1925. Il padre, Earl, aveva già avuto diversi figli dalle prime nozze; uno di essi, Ella, sarà particolarmente legata a Malcom, nato dal secondo matrimonio del padre con Louise, originaria di Grenada. Earl rimase vittima di un investimento sotto un tram quando il piccolo aveva sei anni; poiché l’uomo era un seguace dell’attivista giamaicano Marcus Garvey, che sosteneva la necessità di una grande nazione africana, teoria che sfocerà nel rastafarianesimo, sia Malcom che altri biografi hanno avanzato teorie della cospirazione su quella morte: attribuita a un gruppo razzista, dal curioso nome di Black Legion, che avrebbe anche incendiato la loro abitazione, con l’aiuto di non meglio identificate associazioni di cinesi e italoamericani. Louise, ammalatasi di nervi, finì ricoverata a vita e i figlioli vennero dispersi in vari istituti di assistenza.
Malcom era uno studente brillante, ma sosteneva di essere stato demoralizzato dai suoi insegnanti bianchi; abbandonò la scuola per darsi ai mestieri appannaggio degli afroamericani, come il lustrascarpe e il cameriere sui treni. Nella sua autobiografia ( da cui attingiamo, ma non in esclusiva) traspare un’inclinazione a divagare: si sarebbe prestato a fare il gigolò, maturando la convinzione che i caucasici fossero irrimediabilmente depravati; non ne negava l’intelligenza (aveva sangue bianco anche lui, con i suoi capelli rossi), ma riteneva fosse rivolta al male; né disdegnava la teoria che vuole l’essere umano di naturale pelle scura e lo “schiarimento” come effetto di manipolazioni genetiche. Come si vede nel film a lui dedicato (regia di Spike Lee, interprete Denzel Washington, 1992) si divertiva ad allacciare relazioni con donne bianche, spesso sposate, per il gusto di mortificarle, anche se qualcuna di loro lo aiutò nei suoi guai giudiziari, che furono diversi: spaccio, contrabbando, gioco d’azzardo, rapine. Per questo e per altri motivi mai meglio accertati, il giovane fu esonerato dal servizio di leva.
Finito in carcere per diversi anni, Little si mostrò subito ribelle e facinoroso, finché gli arrivò notizia dell’esistenza del NOI (Nation of Islam), una setta/associazione che predicava il ritorno all’islamismo di provenienza di tutti gli africani (clamorosa mistificazione); si studiò interi libri a memoria, danneggiando la vista e uscì anticipatamente per buona condotta, nel 1952, già attenzionato dall’FBI per una lettera al presidente Truman, contro la guerra di Corea, in cui si definiva comunista. Si cambiò il cognome in X per protesta contro quello che i neri ereditavano dall’ultimo “padrone” bianco; in seguito si fece chiamare anche Shabazz, supposto nome di un’antica nazione asiatica nera.
E’ fin troppo evidente che, in cerca di redenzione, di emersione dal difficile passato e di realizzazione personale, il giovanotto sposava ogni ideologia o credenza ritenuta utile alla liberazione; ciò che avversava di più era la vicinanza dei bianchi “progressisti” e radicaloidi, che riteneva sostanzialmente degli opportunisti da vetrina chic; così come disprezzava i “neri da salotto”, al servizio del potere, da lui scherniti come “zio Tom”.
La sua autobiografia (pubblicata incompiuta per la sua morte, anche se quasi terminata) fu scritta in collaborazione con Alex Haley, l’autore del celeberrimo “Radici”, che però non disdegnava di occuparsi anche delle sue ascendenze anglo/irlandesi; per questo Malcom ci tenne a che fosse scritto, periodicamente, lungo il racconto, che la sua fiducia in Haley era inizialmente molto bassa, ma stava crescendo.
Una volta libero, X si precipitò a conoscere il capo carismatico del NOI, Elijah Mohamed: un soggetto che, con la scusa della poligamia concessa ai musulmani, si circondava di ragazzine. Ma X era così compulsivo e veemente che non badò a certi dettagli: fondò moschee, o simil tali, in molte città e “convertì” un numero crescente di seguaci. Il colpo più grosso gli riuscì con il pugile, allora sulla cresta dell’onda, Cassius Clay (1942/2016), che cambiò il nome in Muhammad Alì e, da istrione qual era, per qualche tempo urlò al mondo la sua nuova fede e rifiutò la chiamata alle armi, beccandosi cinque anni di prigione e una squalifica di tre anni e mezzo. Per questo e per la sua visione delle donne, che gli piacevano bellissime e scollacciate, non mai coperte, il campione rientrò lentamente nella cultura di provenienza, pur senza rinnegare formalmente la conversione. Malcom nel libro non gli risparmia frecciate, poiché Clay si dimostrava, già all’inizio dell’adesione al NOI, alquanto insofferente alla disciplina religiosa.
Durante l’attività di proselitismo X conobbe una ragazza già convertita, Betty Sanders, che faticò non poco a imbrigliare il fidanzato spesso uccel di bosco, finché riuscì a sposarlo, nel 1958, cambiando cognome a propria volta. Betty fu incinta ogni anno di matrimonio e lo era al momento della vedovanza, procreando in tutto sei figlie, le ultime due gemelle. Anche se i neri americani nel tempo non hanno mostrato grande entusiasmo per il credo musulmano, si ritiene che i nomi date alle ragazze X abbiano influenzato l’adozione dei nomi afro USA: si tratta di Atallah, Qubilah, Ilyasah, Gamilah Lumumba, Malaak e Malikah, di cognome però Shabazz.
Nel 1963 si svolse la cosiddetta “marcia su Washington”, che vide neri e bianchi sfilare contro la segregazione razziale; manco a dirlo, Malcom la irrise come parata modaiola. Nello stesso anno, a novembre, fu assassinato il presidente Kennedy. Il commento di X fu perentorio, in sintesi: gli States erano un paese nato su basi violente e divisive e l’omicidio di JFK ne era naturale conseguenza.
Le sue posizioni oltranziste e una malcelata perplessità per lo stile di vita di Elijah, oltre al suo successo personale, gli alienarono molte simpatie; egli fondò un nuovo movimento islamico, Muslim Mosque inc (praticamente un’azienda), che intendeva riunire le istanze black a prescindere dal credo, anche se la sua visione diventava sempre più integralista. Nel suo libro si percepisce la crescente distanza, in tempo reale, verso uno stato teocratico (che in America era destinato al vicolo cieco), anche perché un suo viaggio in Arabia Saudita per il pellegrinaggio a La Mecca gli aveva aperto scenari che, da statunitense, aveva ottusamente ignorato. Per esempio, i piloti degli aeromobili erano neri: dunque, pensò, il problema è il mio paese: bravo!
Proclamatosi fieramente sunnita, con il nuovo nome di El-Hajj Malik El-Shabazz egli mosse brevemente verso l’ Africa occidentale per un mini tour d’assaggio, ignaro che, se c’è un settore di popolazione USA cui importa poco del continente nero, è quello degli afroamericani; mentre gli africani avrebbero volentieri mollato tutto per trasferirsi anche nel più reazionario degli stati a stelle e strisce.
Betty, che aspirava a una vita più tranquilla, non veniva ascoltata.
14 febbraio 1965, San Valentino drammatico per la famiglia Shabazz, che subì un attentato dinamitardo in casa.
21 febbraio 1964. Malcom si recò all’Audubon Ballroom di Manhattan per un comizio; mentre arringava, fu raggiunto da sette colpi d’arma da fuoco e stramazzò al suolo.
Nonostante non siano mai state chiarite tutte le responsabilità, furono condannati tre membri del NOI: Talmadge Hayer è stato scarcerato nel 2010; Norman 3X Butler e Thomas 15X Johnson (deceduto nel 2009) sono stati scagionati dopo aver scontato decenni di detenzione. Oggi si dice che la verità fu occultata per via di intrighi ad alti livelli che coprirebbero un complotto, poiché Malcom era notoriamente un soggetto a rischio e non sarebbero state approntate adeguate misure di sicurezza; ma ciò avvenne anche per i fratelli Kennedy e perfino Ronald Reagan andò vicino alla morte. Sicuri che sia solo razzismo?
Per la cronaca, la povera Betty perì nel 1997 in un incendio appiccato dolosamente dal nipote dodicenne, omonimo del marito, Malcom.
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Certamente, in parte, il razzismo fa la sua parte; ma molti punti di vista dividevano il pensiero e l’azione per l’uguaglianza di tutti i cittadini. Malcom X Shabbaz infatti snobbava, per non dire di peggio, Martin Luther King.
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Michael King Jr nacque ad Atlanta il 15 gennaio 1929. Il padre era ministro di culto battista, la madre maestra elementare, la condizione era decorosa. La famiglia aveva profonde radici religiose. Papà visitò la Terrasanta; andò poi in Germania dove, nel 1934, fu colpito più dalla cultura protestante che dal regime hitleriano, e impose al secondogenito i nomi di Martin Luther in onore di Lutero.
Studente brillante, MLK, nella prima adolescenza, ebbe a subire un’ingiustizia sul bus dove viaggiava, costretto dal suo colore a rimanere in piedi, similmente alla famosa Rosa Parks, nel 1955: la quale, però, rifiutando di lasciare il suo posto perché stanca, darà avvio al boicottaggio dei bus da parte degli afro, con l’aiuto di King.
Laureato, inizialmente deciso a fare l’avvocato, Martin fu convinto dal padre a seguirne le orme e prese una seconda laurea in teologia, in un seminario “misto” senza apparenti problemi. In questo secondo periodo accademico fu avvinto dal pensiero del Mahatma Gandhi.
Durante la giovinezza Martin frequentava ragazze di etnie diverse, ma finì inevitabilmente per sposare, nel 1953, un’ afroamericana conosciuta all’università di Boston, Coretta Scott. Pragmaticamente si sarebbe dichiarato dicendole: hai tutte le qualità che cerco in una moglie. Lei abbandonò le sue ambizioni da concertista.
La carriera ecclesiastica, sviluppatasi in Alabama, andò di pari passo con l’impegno per i diritti civili, perseguito però con la forza della ragione e senza radicalismi. Nel frattempo nacquero quattro figli.
La battaglia avviata dopo l’episodio di Rosa Parks (non l’unico, in verità) portò MLK alla carcerazione (aiutava negli spostamenti con la sua auto e venne trovato un cavillo per fermarlo). Ne seguirono altre, benché brevi, per sit in e manifestazioni. Una bomba venne scagliata in casa del pastore, ma lui placò gli animi; e il suo movimento sindacale NAACP acquisì simpatie e fondi perfino dal Giappone (paese che, dal canto suo, ancora oggi non fa entrare un immigrato nemmeno a pagarlo). Infine la battaglia per l’integrazione, almeno su quel versante, fu vinta per sentenza nel 1956.
Venne fondata la Southern Christian Leadership Conference, di cui Martin restò a capo fino alla morte, associazione sociale e religiosa, punto di riferimento per la garanzia dei diritti, innanzitutto quello di voto ai neri, che incontravano difficoltà a esercitarlo. I coniugi King furono invitati alle celebrazioni per l’indipendenza del Ghana, nel 1957, e visitarono l’India. Si avviò la battaglia per l’equiparazione nelle scuole e nelle università. Pare che nel 1960 MLK abbia rimproverato, in campagna elettorale, il candidato JFK di non aver favorito una legge sul diritto di voto, ricevendo assicurazioni sull’impegno futuro. King instaurò buoni rapporti anche con il candidato Richard Nixon, poi ritrattosi per il timore di una radicalizzazione sul modello di Malcom X.
La “campagna di Albany” tra il 1960 e il 1961 , una mobilitazione collettiva per attirare l’attenzione sulle problematiche del segregazionismo, convinse il reverendo che l’unione di più organizzazioni avrebbe, in sintesi, fatto la forza.
Si susseguivano le iniziative, col fido Ralph Abernathy, occupando locali e forzando i blocchi che volevano garantire la separazione etnica.
E’ rimasta celebre la “Lettera dalla prigione di Birmingham”, ove MLK cita una frase di Agostino d’Ippona «una legge ingiusta non è legge» eil principio di Tommaso d’Aquino, secondo cui se si è disposti al carcere per dimostrare il dissenso a una legge ingiusta, in effetti la si rispetta.
La marcia da Selma a Montgomery, con il sostegno del sacerdote “bianco” James Reeb è ricordata con un percorso storico.Reeb e una donna bianca simpatizzante persero la vita nel cosiddetto “bloody Sunday”.
Tutte le attività furono segnate da cariche della polizia o attentati.
Sul fronte privato il famigerato J.Edgard Hoover pensò di screditarlo come marito infedele; rincarò la dose facendo notare da vari sgherri dell’informazione che King teneva molte riunioni a letto con i collaboratori, alludendo all’omosessualità (come se Hoover, invece…) ..
King era piccolo di statura, timido e fisicamente poco coraggioso, ma vinse le proprie paure.
Malcom X ignorò, più o meno, questa carismatica figura. Per lui, King rappresentava il nero “buono”, che aspira all’integrazione e cerca il dialogo con un bianco che mai lo concederà, se non costrettovi. Secondo “X” l’ obiettivo era formare una nazione unica, possibilmente in Africa e sotto l’egida dell’Islam, magari anche vagamente marxista, e fare a meno dei bianchi, una volta per tutte.
MLK e le associazioni di cui era a capo, o con cui collaborava, effettivamente avevano un’impostazione ben diversa nell’affrontare la questione razziale. Martin Luther King conobbe Malcolm X il 26 marzo 1964 scambiandovi poche parole.
Tuttavia verso il 1966 risulta che King cambiò atteggiamento. Incontrò Elijah Mohammed (nel frattempo Malcom X era morto) e smise di condannare duramente gli atti violenti nei ghetti neri. Non li approvava, ma mise in guardia il paese contro le possibili conseguenze di una sottovalutazione del problema. Nel frattempo, i sacrifici umani per la causa aumentavano e si creò il movimento delle “Pantere Nere”.
Peraltro King insisteva molto sulla necessità di “liberare” anche i bianchi dalla loro schiavitù mentale: la sua lotta, diceva, era per tutti. Con le sue parole alate, era un maestro nei discorsi che incantavano l’uditorio, ricorrendo alla perfetta conoscenza della Bibbia, a parabole e metafore. Risultò meno dotato nell’organizzazione e a volte, passando dalla teoria alla pratica, dovette correggere il tiro.
Nel 1964 gli fu attribuito il Nobel per la pace, interamente devoluto alle associazioni per la causa. Iniziò la campagna per le assunzioni che sfocerà nell’adozione delle “quote” per gli afroamericani.
Spuntarono anche per lui accuse di simpatie comuniste, ma King si era limitato a far notare che le contraddizioni statunitensi erano sotto gli occhi di tutti: ricchezza e opulenza da una parte, baraccopoli miserande degne del terzo mondo dall’altra. Siccome anche i sovietici puntavano il dito su questi aspetti, la sua posizione si fece ancora più precaria. Va ricordato che esisteva un ceto afroamericano di piccola e media borghesia, commercianti, professionisti: costoro desideravano l’integrazione, ma la parola “comunismo” li faceva fuggire come lepri. Così, il fronte di solidarietà si rompeva. MLK si confrontò comunque anche con Stokely Carmichael, marito di Miriam Makeba.
Dunque, c’era poco in comune con Malcom X, a parte il fatto che morirono entrambi assassinati a 39 anni. A King toccò il 4 aprile 1968 a Memphis, nel sud più retrivo, quasi un atto da kamikaze. Vi si era recato per solidarizzare con i netturbini in sciopero (quasi tutti neri). Durante un discorso, gli spararono. Fu incolpato tale James Earl Ray, bianco, pregiudicato ed esperto tiratore, noto per le sue posizioni segregazioniste.
Ray, catturato in Gran Bretagna dove era riuscito a scappare, prima ammise l’omicidio, poi lo negò. Di nuovo si gridò al complotto, si trovarono testimoni, ma finora non si è ritenuto di dare seguito a revisioni del processo. Anche la famiglia King sarebbe interessata a saperne di più, non convinta dalla versione ufficiale e, per questo, ha subito critiche. Per tali motivi, e altri di natura meno nobile, i figli di King non sono in buoni rapporti tra di loro. Coretta ha portato avanti le battaglie del marito e, naturalmente, non ha trovato unanimi consensi. E’ morta nel 2006.
Si dice che Bob Kennedy, se eletto presidente, avrebbe conferito a MLK un incarico di governo. Ma qualcuno procedette a levarli di torno nel giro di due mesi.
Carmen Gueye


