venerdì, Marzo 6, 2026
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Nino “Saturnino” Manfredi, il colonnello meno ricordato

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Li chiamavano “i colonnelli” del cinema italiano, le star maschili che hanno portato nel mondo l’humus italico del dopoguerra, con i loro visi e il portato di carriera spesso costruito nell’avanspettacolo o nel teatro drammatico.

Saturnino nacque a Castro dei Volsci, in piena Ciociaria, nel 1921, da umile famiglia presto traferitasi a Roma; compì studi irregolari, interrotti anche dalla degenza in sanatorio e una guarigione miracolosa, fino alla laurea in giurisprudenza, subito riposta nel cassetto, a favore della sopraggiunta passione per il palcoscenico.

Gli inizi furono nel teatro “serio”, con rappresentazioni classiche, fino all’approdo alle commedie musicali (grande il successo di “Rugantino””, anche in tour all’estero), alla radio e al successo televisivo. In “L’Alfiere”, del 1956, il ribattezzato Nino lanciò la battuta “fusse ca fusse la volta bbona”; fu un trionfo la conduzione di “Canzonissima” edizione 1959, con Delia Scala e Paolo Panelli; senza contare la dolente interpretazione di Geppetto in “Le avventure di Pinocchio”” del 1972, regia di Luigi Comenicini.

Il cinema lo vide doppiatore, voce narrante, in piccoli o leggeri ruoli (“Carmela è una bambola” 1958, regia di Gianni Puccini) e, infine, protagonista indiscusso della commedia, con incursioni in generi diversi come nel misconosciuto “La ballata del boia” (produzione spagnola del 1963) o il drammatico “Il giocattolo” (1979, regia Giuliano Montaldo).

Anche in questo caso l’elenco dei lavori è infinito e finiremmo per citare i nostri preferiti, tra i quali merita un posto “Il padre di famiglia” (1967, regia di Nanny Loy) sul ruolo della donna come reale capofamiglia. Tra le ultime pellicole ricordiamo “Colpo di Luna” (1995, regia Alberto Simone), sul padre di un disabile che farà conoscere la solidarietà a uno scienziato sceso in Sicilia solo per disfarsi di una proprietà; e “Una storia qualunque” (1999), in cui viene diretto dal figlio Luca, nei panni di un ex carcerato ingiustamente detenuto per uxoricidio, intento a ritrovare i figli che gli erano stati sottratti. Naturalmente viva attenzione destò la fiction “Linda e il brigadiere”, storia di un ex poliziotto che non riesce a stare lontano dal commissariato dove ha lavorato per una vita e vede in servizio la figlia commissario (Claudia Koll). Manfredi fu anche regista; in quella veste riscosse il successo maggiore con “Nudo di donna” (1981, partner Eleonora Giorgi).

Nino ha quasi sempre rappresentato il “ciociaro a Roma”, mantenendo la tipica inflessione della sua terra d’origine, abbinata ai suoi lineamenti paradigmaticamente latini e a un certo understatement recitativo, che gli ha permesso di entrare nei cuori degli spettatori con ironia e disincanto. Simpatie radical/socialiste, impegnato nella difesa dei diritti degli attori, pur senza la grinta ideologica del leader Enrico Maria Salerno, egli ebbe sempre a cuore la sorte dei colleghi meno fortunati. Le sue casse furono impinguate da pubblicità spettacolari come quella, negli anni ottanta, ove l’attore metteva a segno una tripletta: il marchio del caffè Lavazza, i pullover di Missoni e la Mercedes di cui era alla guida, mentre lanciava un altro tormentone “Il caffè è un piacere: se non è buono, che piacere è?”.

Nino, attratto dalla musica fin dalla giovinezza (suonava un rudimentale banjo), entrò anche in hit parade con il pezzo “Tanto pe’ cantà” del 1970 ( cover da Ettore Petrolini) seguito, in misura minore, da “Me pizzica, me’ mozzica” (suo il testo, musica dei fratelli De Angelis).

Nino era, anche a detta di chi lo ha conosciuto “su strada”, un uomo affascinante a prescindere, comunicativo, ammiccante e molto amante del genere femminile. Sposatosi nel 1954 con l’indossatrice Erminia Ferrari, ebbe da lei tre figli: Roberta (per breve tempo attrice, poi produttrice), Luca il regista e Giovanna, la più appartata, con impieghi aziendali.

Nozze di Nino ed Erminia

Manfredi però si lasciò andare a una scappatella importante in terra di Bulgaria, i cui contorni sono nebulosi. Di certo c’è che tra lui e la sua interprete, Svetlana Bugnova, si svolse una fugace relazione da cui, nel 1985, nacque Tonina: riconosciuta nel 2002 dopo aspre battaglie legali, con una disputa sull’eredità di cui non conosciamo l’esito e un manifesto disappunto di vedova e figli “legali”.

Nel frattempo le condizioni di salute di Nino si stavano aggravando. Appena terminate le riprese di “La fine di un mistero”, pellicola spagnola su un redivivo Federico Garcia Lorca, l’attore fu colpito da un ictus da cui non si riebbe più, fino alla scomparsa il 4 giugno 2004.

Grazie Saturnino, tedoforo di un’arte italiana difficilmente replicabile.

Carmen Gueye

raimondofrau
raimondofrau
Direttore tecnico presso una multinazionale e Presidente dell'Associazione di Volontariato Secolo Trentino - La terra degli Avi

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