venerdì, Marzo 6, 2026
HomeSocietàGigi Meroni, il diverso del calcio

Gigi Meroni, il diverso del calcio

-

Per gli storici più scrupolosi il calcio nacque addirittura in Cina, veniva praticato nell’antica Grecia, passò a Roma e seguitò nel Medio Evo, in una versione affine al rugby. I romani l’avevano portato nella allora colonia britannica, in cui fu vietato anche per l’opposizione dei puritani. Nel diciannovesimo secolo gli inglesi lo autorizzarono negli spazi chiusi, finché le cosiddette “Regole di Sheffield” del 1857 lo sdoganarono ufficialmente come disciplina detta football, all’inizio di élite.

Praticato nei college, esso si giocava in undici, poiché la squadra coincideva con una classe di dieci alunni più il maestro. Ci mise poco a raggiungere il gradimento popolare e, dall’Inghilterra, a diffondersi un po’ ovunque. L’Italia fu una delle più ferventi discepole. Il Genoa, prima società italiana, fu fondato nel 1893 su idea di due industriali scozzesi che nel capoluogo ligure avevano interessi commerciali e, originariamente, si chiamava, significativamente, “Genoa Cricket and athletic club”. Nel 1944 fu istituita la F.I.F.A, acronimo per  “Fédèration Internationale de  Football Association”, con sede in Svizzera.

Esportato trionfalmente il nuovo gioco in tutta Europa e in Sud America, in realtà il gradimento non fu generalizzato e omogeneo. Per esempio, la Francia lo snobbò fino agli anni settanta, quando l’esplodere di talenti come Michel Platini e l’obiettivo business che esso rappresentava, attirarono gli investitori e, da allora, i cugini d’oltralpe si sono entusiasticamente convertiti. Anche in ambito italiano, si registra qualche territorio  in cui il seguito è minore, vuoi per mancanza di squadre competitive ad alti livelli, o perché miracolosamente si preferiscono altri sport ( come il rugby in Abruzzo).

Per quanto riguarda il resto del mondo, si stentò  a trovare udienza in nord America, notoriamente appassionata più al suo tipo di football e soprattutto al baseball e alla pallacanestro.  Da quelle parti lo chiamano “soccer”. Quando si fiutò l’investimento, anche laggiù le cose cambiarono. Prima un gruppo di illustri ex, tra cui Pelé, confluirono in una squadra di propaganda, i Cosmos di New York (ne faceva parte attivissima l’italo americano Giorgio Chinaglia, già stella della Lazio); si sviluppò un campionato, e si diede avvio all’affare, ché tale lo hanno sempre considerato gli yankees. Si può contare su un largo serbatoio di appassionati, non solo tra gli italo americani, ma di più  tra i latinos, che a milioni sono immigrati in questi decenni. Gli USA organizzarono anche il mondiale del 1994,  quali gentili locatori degli impianti, senza farsi coinvolgere più che tanto dalle gazzarre dei tifosi, come quelli brasiliani, che trovarono eccessivi .

In ogni caso i soldi sono soldi, e più o meno tutto il mondo ora lo segue, dal Giappone al Sudafrica: troppo ghiotta la posta in palio, per sdegnarla. 

Veniamo all’Italia. All’inizio, negli anni venti, i club erano pochi e si incontravano sempre tra loro, come i primi cantanti del festival di Sanremo. Campione indiscusso di vittorie era il Genoa, almeno sino al 1925, prima di eclissarsi a favore dei giganti delle metropoli del nord.

Fino all’avvento del fascismo le squadre nacquero come i funghi, la passione si fece strada, anche grazie a campioni come Meazza e Piola. Già allora si delineava il netto predominio dei team settentrionali, dotati di maggiori risorse. Nel frattempo, dal 1929, si diede vita ai primi campionati mondiali, che dal 1946 si chiamarono “Coppa Rimet” dal nome dell’allora presidente della FIFA e avevano, come ora, cadenza quadriennale.

L’Italia fece da subito un figurone, vincendo nel 1934 (In Italia) e nel 1938 ( in Francia),  trionfo apprezzato da un gongolante Mussolini, che nella realtà pare non fosse un gran tifoso, ma aveva minacciato ritorsioni anche solo in caso di secondo posto: bisognava vincere! Allenatore era Francesco Pozzo, figura rimasta nella storia. Nell’edizione 1938 le prime due partire furono giocate dagli italiani in divisa nera, con sopra il fascio littorio, e tanto di saluto romano, tra i fischi francesi.

Leader indiscusso in campionato era il Torino, che vinceva uno scudetto dopo l’altro e costituiva anche il nerbo della nazionale (ci giocava quasi tutta la “rosa”). Purtroppo nel 1949 l’intero collettivo precipitò in aereo, sfracellandosi contro la Basilica di Superga, vicino al capoluogo piemontese, e la squadra andò perduta. Ne faceva parte Valentino Mazzola, il papà del futuro campione dell’Inter Sandro  e dell’altro meno celebre fratello calciatore,  Ferruccio, che in seguito lancerà strali terribili su quel mondo.

Pilotava l’aereo un certo Pierluigi Meroni, ma non è il “nostro”…

Nel dopoguerra, con il boom economico, esplose anche il fenomeno calcistico e si delineò quello del divismo. All’estero si parlava di Pelé, primo di una lunga lista di ragazzi brasiliani di povere famiglie che riuscirono, grazie allo sport, a elevarsi a rango di miliardari; in Inghilterra si misero in luce il compassato Bobby Charlton e lo scapestrato George Best; dall’America latina ispanica provenivano diversi oriundi italiani (Sivori, Sormani), ma anche tipologie di soggetti riottosi, il cui esponente più famoso rimane Diego Armando Maradona. In epoca di guerra fredda poco si sapeva dei campioni “dell’altra parte”, ma si ricordano il mitico portiere russo Jascin e il goleadòr ungherese Puskàs il quale, dopo i fatti del 1956, riparò in Spagna. Non mancavano storie di parabole “dalle stelle alle stalle”, carriere finite in povertà, ma non vi si è mai troppo badato.

In Italia i nomi di spicco sono stati molti. In ordine sparso citiamo figure come il portiere Lorenzo Buffon, lontano parente dell’attuale ( e primo di una serie di star del calcio che sposano soubrette, nel suo caso la valletta di Mike Bongiorno, Edy Campagnoli); lo splendido Giacinto Facchetti; il golden boy Gianni Rivera; il fascinoso Gigi Riva. Ci fermiamo per non far torto a nessuno, ma i divini erano molti.

Era un paese in crescita e spensierato quello che glorificava il nuovo rito della domenica e allontanava i coniugi: il marito allo stadio, o con la radiolina incollata all’orecchio, la moglie a casa o imbronciata per la noia della gita fuori porta senza dialogo – ricordiamo che nel frattempo sempre più italiani acquistavano un’utilitaria e si permettevano le uscite domenicali fuori porta.

Il campionato era monopolizzato da Juventus, Inter e Milan. Il Torino nel tempo è declinato (se si eccettua lo scudetto del 1976); ogni tanto usciva la sorpresa ( scudetto 1969 Fiorentina, 1970 Cagliari, 1974 Lazio, 1985 Verona, 1991 Sampdoria, 2000 Lazio, 2001 Roma), che sembrava più l’intervallo concesso dalle grandi, che l’inizio di una nuova tendenza. Il Bologna brillò fino allo scudetto del 1964, poi vivacchiò. Le squadre del sud arrancavano penosamente e il Napoli dovrà aspettare appunto “Pibe de Oro” Maradona per vedere la prima vittoria nel 1987, replicata nel 1990, ma sempre condita di polemiche sulla condotta dell’argentino.

Fino agli anni settanta si riuscì a mantenere uno stile relativamente “austero”. Non c’erano sponsor, il look doveva essere essenziale, vigeva il divieto di partecipare a trasmissioni televisive ( l’italo argentino Angelillo fu squalificato per un innocuo balletto con le gemelle Kessler). Si stabilì di non importare più stranieri, per favorire i vivai nostrani.

Fiorì la genia dei giornalisti del settore. Mattatore indiscusso divenne il lombardo protoleghista, esperto anche di ciclismo, Gianni Brera, uso a esprimersi con ruvida schiettezza nei confronti di chi non gli sfagiolava (sua la definizione di  Rivera “l’abatino”). Ovvio, nemmeno il mingherlino Meroni gli andava a genio, cosicché Brera sparava le sue onanistiche bordate anche su di lui, sempre rimpiangendo robusti garretti e spalle larghe dei suoi preferiti.

Gli anni ottanta segnarono la svolta consumista e globalizzatrice. Dopo un periodo di autarchia  e di squadre tutte italiane, si riprese ad ingaggiare da fuori confine (e pian piano anche i nostri finirono a giocare all’estero); il movimento riguardò anche gli allenatori, prima di club, poi di nazionale ( ma non l’Italia che, per la sua, ancora non si affida ai forestieri).

Le trasmissioni a tema ci assediano da ogni canale; le maglie dei campioni e lo sfondo delle interviste ai coach  sono un manifesto pubblicitario; e gli scandali alla “calciopoli” e “scommettopoli” passano in cavalleria, perché il calcio è una fede e un affarone in borsa,  e il resto, come in ogni settore della società, conta poco.

La nazionale? Navigò pigramente, tra qualificazioni onorevoli e alcune  figuracce, una in particolare: nel 1966, in Inghilterra, dove fu  addirittura umiliata dalla Corea comunista, composta da  non professionisti. Tale umiliazione “coreana” (dell’altra Corea, questa volta, che ospitava il torneo) si ripeté nel 2002, anche per l’ostilità di un arbitro con discutibili precedenti.

Aizzate da alcuni protagonisti delle annate lontane, si sono fatte strada rivelazioni sconcertanti sull’uso di doping e sul cinismo delle società nell’infarcire i giocatori di sostanze dannose; sono usciti libri di alcuni temerari, come il citato Ferruccio Mazzola ( mentre la star Sandro ha sempre taciuto); si è ripescato il primo scandalo  moderno di mazzette, che riguardava la Lazio del 1980.  Soprattutto ha puntato il dito accusatore, con il libro ” Nel fango del dio pallone”,  l’ex calciatore Carlo Petrini, che militò tra i sessanta e i settanta in diverse formazioni di A e B, rimasto a suo dire danneggiato proprio dal doping ( pressoché cieco, è scomparso nel 2012). Egli non tralascia nemmeno di rispolverare l’oscura vicenda di  Denis Bergamini, calciatore del Cosenza, morto in circostanze mai chiarite in Calabria e che un odierno procedimento non pare aver lumeggiato, nonostante un’imputata.

Si aggiunga, tra le tante stranezze, anche se meno drammatiche, che qualche presunto oriundo è diventato italiano rinvenendo antenati improbabili o, secondo alcuni, con  strane manovre di passaporti.

I trionfi però cancellano ogni dispiacere o imbarazzo, e l’Italia ne riportò due: Spagna 1982, allenatore il carismatico “indio” friulano Enzo Bearzot ( che però deluse in Messico 1986 e se ne andò un po’ in ombra); Germania 2006, allenatore il viareggino, bello e scostante, Marcello  Lippi. Quell’anno la squadra fu scossa anche dal tentativo di suicido di Gianluca Pessotto, compagno in Juve di molti impegnati nel mondiale, ma impavida superò il cimento.

Volentieri si commemora il secondo posto in Messico nel 1970, dopo un secco 4 -1 inflittoci dai grandi carioca, giustificato però anche dalla fatica della nostra semifinale con la Germania: quel 4-3 che ha ispirato documentari, film e dibattiti a non finire.

Ci sarebbero poi gli Europei, dove ormai sembra di vivere un campionato interno. In qualche caso l’Italia ha fatto la sua figura: vittoria nel 1968, bissata però solo nel 2021.

In campo internazionale è alquanto tramontata proprio l’Inghilterra; si è messa in luce la Francia, con i suoi collettivi già esotici agli inizi; sempre competitiva è la Germania. Ci fu il momento d’oro dell’Olanda di Johan Cruijff  primae Marco Van Basten poi, che sembra irripetibile; e dell’Argentina, con il suo team di capelloni indisciplinati, oggi molto più educati e glam, campione mondiale in carica;  è pimpante la Spagna, con alloro mondiale ed europeo, 2008, 2012, 2024. Nondimeno la stella più splendente resta il Brasile, finora titolare del maggior numero di titoli mondiali: passato dagli umili “niños de rua” dei tempi che furono, ai vari Ronaldo e giù di lì, sempre paparazzati tra una festona notturna e qualche meeting erotico di incerta tendenza.

Il calcio mercato è una girandola impazzita. L’uomo squadra non esiste quasi più, di mese in mese un collettivo cambia; si importano soggetti provenienti da ogni angolo del globo, non sempre così bravi da giustificarne l’arrivo, ma così è, oggi.

Torniamo allora ai tempi di Luigi “Gigi Meroni”, a una vita che ha suscitato molti interessi postumi. Nando Dalla Chiesa, che se n’è occupato nel libro ” La Farfalla Granata”, o lo speciale televisivo “Sfide”, ce la descrivono in un modo tale da chiederci se siamo finiti in un film di Hitchcock, nella Swingin London, oppure a Hollywood, già a partire dal suo quasi omonimo pilota della Superga.

Nato a Como il 24 febbraio 1943, orfano di padre e con due fratelli, in famiglia non si scialava. Poiché lui sognava il pallone, si dilettava in cortile, finché il diletto divenne qualcosa in più e fu notato al punto da bazzicare le giovanili del Como e poi essere chiamato a quelle dell’Inter; ma la mamma lo mandò presto a lavorare, il ragazzino comprese e si adeguò, senza smettere di frequentare i campi.

Avviato a fare l’apprendista disegnatore in sartoria ( cravatte in particolare) egli mostrò subito creatività, dilettandosi di pittura.

Infine riuscì il salto che preludeva a una carriera e Gigi fu acquistato dal Genoa, nel 1962, stabilizzandosi nel ruolo di ala destra. Non si trattava della stessa squadra che imperversava nel campionato mignon degli albori, ma di una dignitosa compagine più da serieB, destinata poi per decenni (come la cugina Sampdoria) a prendersi gli ex grandi  delle scudettate, che  venivano a svernare in riviera  ormai spompati ( Mariolino Corso, Kurt Hamrin).

Per Gigi, però, fu rampa di lancio e occasione per rivelare il suo temperamento, sia umano che calcistico: un po’ egocentrico e solitario, quest’ultimo, con lunghe sgroppate laterali e virtuosismi che ingelosivano i compagni.

Genova, città severa ma birichina, pare attirare stelle in incognito – ammesso non si tratti di leggende metropolitane. Ci hanno raccontato di un bagno notturno di George Harrison a Bogliasco, di un pranzo natalizio di Robert de Niro a Quarto, di emiri che avrebbero trovato dimora sulle alture. Nei primi anni sessanta essa recepì in pieno l’atmosfera beat. Le scalinate di piazza Tommaseo pullulavano di hippy; simile fauna si trovava in via San Vincenzo, vagamente simile a Carnaby Street: davanti al Disco Club stazionavano le Harley Davidson, si fumava.

Gigi in maglia rossoblù

Gigi portò uno stile fantasioso, anzi estroso, che infiammò gli animi e scosse la flemma anglo/genovese, facendo sognare ritorni di gloria, e parimenti arrabbiare quando rifiutò il test del doping con una scusa e fu squalificato.

In genere i talenti sotto la Lanterna non si fermano mai troppo a lungo, benché alloggiati a strapiombo sul mare, a godere ciò che nelle brume padane mai potrebbero. Così Gigi fu ceduto al Torino, allenato da un’altra leggenda, il triestino Nereo Rocco ( che poi andò al Milan a domare Rivera & company). Poiché riuscì a segnare a San Siro, consentendo di battere l’Inter in casa, Gigi divenne subito un beniamino dei tifosi.

L’Inter dell’ poca rappresentava un Moloch. Allenatore era Helenio Herrera, focoso spagnolo soprannominato ” il mago”, per la sua abilità di trainer: personaggio un po’ macchiettistico, causa un lasco italiano che rimarrà sempre incerto, nonostante la residenza in Italia fosse poi divenuta definitiva.

Viceversa, quando una squadra minore rischiava la retrocessione, veniva spesso chiamato a raddrizzare la situazione un altro buffo personaggio, Oronzo Pugliese, che non credeva ai maghi. Costui riteneva che, come in Formula uno non si vince senza un buon bolide, così l’allenatore poco può con un’accozzaglia di brocchi.

Giocavano in quella formazione nerazzurra nomi che hanno marcato un periodo e costituito una piccola epopea per chi segue il calcio: il già citato Giacinto Facchetti, il roccioso Tarcisio Burgnich ( difensori stabili della nazionale),  Luisito Suarez, stelle indimenticabili.  Meroni snobbò la magia e da lì, la via del successo sembrava assicurata. Fu convocato in nazionale dal C.T. bolognese  Edmondo Fabbri, anche se giocò solo un’amichevole ( con suo goal) e una qualificazione.

Si è già accennato alla magra figura italiana del 1966 in terra d’Albione. Le polemiche infuriarono, anche perché il c.t. Fabbri fu accusato di aver fatto giocare Paolo Bulgarelli, che accusava un malessere, solo perché bolognese, ovvero suo concittadino. Allorché Bulgarelli dovette abbandonare il campo, e siccome le sostituzioni erano vietate, l’Italia rimase in dieci. I piccoli coreani scappavano da tutte le parti, fino a che un odontotecnico di nome Pak Doo Ik (che nessuno, di quelli che c’erano, ha mai dimenticato) infilò la nostra rete. Gli italiani non riuscirono a riprendersi e così iniziò la serie di sconcertanti smacchi di una nazionale blasonata come quella italiana, che all’inizio si presenta smarronando e spesso delude. Forse, con Meroni, le cose avrebbero preso altra piega, ma le gerarchie non lo amavano. E qui entra in scena l’uomo, anzi il ragazzo Gigi.

Il personaggio è stato sempre dipinto con etichette, stereotipi, luoghi comuni. Poiché fraternizzava con il riottoso Omar Sivori, si fece fama di ribelle; per i capelli lunghi e i calzettoni sempre abbassati, lo paragonarono a George Best, quindi un “Beatle” italiano; per l’abbigliamento colorato e le sue disposizioni artistiche, sembrava un bohémien prestato al calcio; lo accusavano di esibizionismo ( l’episodio della passeggiata con la gallina frastornò ancor di più l’opinione pubblica).

Murale a Torino raffigurante Meroni nella sua celebre passeggiata con la gallina

Agnelli lo voleva in Juve, ma i “torinisti” minacciarono sommosse e non se ne fece nulla. D’altro canto, se anni dopo l’avvocato avrà da ridire sul codino di Baggio, ci chiediamo quanto avrebbe potuto convivere con il “barbudo” Meroni; il quale, peraltro, non dava particolari problemi di docilità, solo che non rinunciava alla sua immagine un po’ eccentrica.

E qui torniamo a Genova e alla sua vocazione anarcoide, quella migliore, di ansito civile nella disciplina, che oggi pare capovolta in remissività, ma insofferenza per le regole della convivenza che sfoga nel mugugno.

Gigi si era ben inserito nel cono un po’ libertino del capoluogo, e incappò in un habitat felliniano, il Luna Park vicino al mare. La giovane e bella Cristiana, italo – polacca, lavorava con la sua famiglia di giostrai. Fu amore immediato, e qui ci dobbiamo accontentare dei resoconti da romanzo: la madre della ragazza la distoglie dall’amore impossibile ( perché?); la fa sposare a un regista; il giorno della cerimonia,  con Gigi che aleggia non per andare a rete, ma attorno alla chiesa  per impedire il matrimonio, a metà strada tra James Dean con la Pierangeli  e il Dustin Hoffmann de “Il laureato”; Cristiana che non ci sta, lascia il marito, chiede l’annullamento  e torna con l’uomo che ama; vivono insieme, danno scandalo, lui convince un compagno a spacciarla per la sorella e farla entrare in ritiro.

Gigi e Cristiana

I calciatori dovevano osservare una rigida castità prepartita ( Nereo Rocco su questo era inflessibile), ma  ci è stato riportato quanto fossero patetici questi divieti ( vedasi Simona Marchini, già moglie dell’attaccante della Roma Francesco Cordova, nella testimonianza in “L’ho fatto per amore” di Stella Pende). I matrimoni erano abbastanza precoci, non essendo ben visto il celibato; alla regola cominciò a derogare proprio Gigi, sfidando le convenzioni come il coetaneo Gianni Rivera, più perbenista, ma cocciuto nel rivendicare diritti ( in seguito entrerà in politica).

Questa era la situazione il 15 ottobre 1967 quando Gigi, in compagnia del fido compagno Poletti, attraversò malamente la strada e fu investito; l’ambulanza trovò traffico e un automobilista si offerse di trasbordarlo, ma fu inutile.

Le polemiche continuarono. La chiesa si oppose ai funerali religiosi; un prete li celebrò ugualmente, ma fu fortemente criticato anche dal quotidiano cittadino, che praticamente organizzò un referendum per chiederne la punizione. I funerali furono molto partecipati, ma nella tomba Gigi quietò poco, perché un sedicente tifoso pazzo di dolore la profanò, asportandone il fegato. Qualcuno disse che al posto dell’organo il maniaco aveva collocato un pesce, per cui si alluse non a un fan affezionato, ma ad un ulteriore gesto di disprezzo verso il peccatore pubblico.

L’investitore era Attilio Romero, giovanissimo e ricco neopatentato, tifoso del Torino e grande ammiratore di Gigi, di cui copiava il look asserendo di somigliargli. Anni dopo il Torino con una causa pilota, otterrà il risarcimento per la perdita di chance, causa l’omicidio colposo del suo brillante calciatore. Nel 2000 Romero diverrà prima presidente del Torino, poi suo affossatore, facendo fallire la società.

Ricordate? Il pilota dell’aereo che si schiantò con la squadra del Torino  si chiamava Pierluigi Meroni.  E tutto ciò va oltre ogni immaginabile sceneggiatura da film.

Oggi si riscopre questa figura, dopo anni di oblio, di una cortina di imbarazzo sul bello e dannato che fece sognare per poche stagioni un pubblico non solo calcistico, ammirato dal coraggio di quel neo fricchettone talentuoso e sfidante.

Carmen Gueye

carmengueye
carmengueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

Articoli simili

Stay Connected

17,483FansMi piace
10,611FollowerSegui
spot_img

Ultimi articoli