Nazionale italiana di calcio: tutto da rifare?

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Un riassunto sulla storia del calcio è contenuta nel nostro articolo su Gigi Meroni https://secolo-trentino.com/2026/02/23/gigi-meroni-il-diverso-del-calcio/

L’Italia è la seconda nazione al mondo più premiata, con quattro vittorie, a pari merito con la Germania e dietro il Brasile, che ne ha riportate cinque. Gli azzurri hanno partecipato a diciotto Mondiali, hanno perso due finali e sono stati gli unici, insieme al Brasile, a vincere due titoli consecutivamente.

L’Italia non partecipò alla prima edizione (chiamata coppa Rimet dal suo creatore, Jules Rimet), per difficoltà a raggiungere il Sud America.

Italia 1934. L’Italia vince in casa (la qualificazione non era garantita al paese ospitante). Star incontrastata sarà a lungo capitan Giuseppe Meazza, cui è intitolato lo stadio di San Siro. Il successo viene bissato quattro anni dopo in Francia.

Giuseppe Meazza

Dopo la pausa dovuta al conflitto mondiale, la competizione ritorna nel 1950 in Brasile; si inaugurano le fasi a girone, ma l’Italia, meno carica rispetto al passato, non passa il turno. In Svizzera nel 1954 se lo giocherà, perdendo, proprio con gli elvetici, spesso alquanto “stregati” per gli azzurri.

Nel 1958 in Svezia non siamo presenti, primo smacco ufficiale. Ci torneremo nel 1962, dove avremo a patire, pare, un arbitraggio scandaloso a favore dei padroni di casa e le intemperanze dei calciatori del posto, allora, e per parecchio, piuttosto aggressivi. Secondo titolo per il Brasile di Pelé, dopo quello dell’edizione precedente: i Carioca diventano i sovrani mondiali di questo sport.

1966. Si gioca nell’Inghilterra del campione Bobby Charlton. E’ il primo, vago ricordo della vostra, allora piccola, cronista: un soggiorno, parenti grandi riuniti a guardare Italia-Corea del sud (dopo la sconfitta con la Russia), un gemito collettivo di sconforto, il “dentista” Pak  – Doo – Ik che ci manda a casa con un gol a zero. La voce popolare indicava nel CT Edmondo Fabbri il principale responsabile: con la regola del divieto di sostituzioni, il coach aveva inserito tra gli undici il dolorante Bulgarelli solo perché suo corregionale. Critiche più feroci e tecniche arrivarono da Giovanni Lodetti, tra gli undici, che insinuò una posizione privilegiata di Rivera e delle sue indicazioni.  Infine la regina Elisabetta consegnerà orgogliosamente il trofeo alla “sua” nazionale e la formazione tricolore deve rientrare quasi di nascosto per evitare il lancio di ortaggi, che però le tocca ugualmente atterrando nella defilata Genova. La dirigenza aveva (come ha tuttora) maggiori responsabilità di quante non ne vengano evidenziate.

Si arriva così a Mexico 1970. Questa volta allena il friulano Ferruccio Valcareggi con un team di eccellenze, tra cui  Mazzola e Rivera ( contestazioni sulla scelta e la staffetta tra i due già rivali nelle compagini meneghine), il bomber Gigi Riva, neo scudettato con il Cagliari, la coppia di meravigliosi terzini Burgnich e Facchetti (che magari a volte segnano pure, vedi il nostro articolo https://secolo-trentino.com/2022/05/06/giacinto-e-tarcisio-i-fiori-del-calcio/ .)

Partita, come spesso accade, a rilento (vittoria sulla Svezia 1- 0, solo per una papera del portiere Hellström su tiro di Domenghini), la compagine tricolore carbura dopo il primo turno, fino alla semifinale con la Germania Ovest e il leggendario 4-3 ai supplementari, per poi dover cedere il titolo al Brasile ( sconfitta per 4-1,  ancora gioca Pelé), oggettivamente più forte, ma anche meno stanco. La prestazione viene considerata onorevole e i nostri vice campioni vengono accolti trionfalmente al ritorno. La coppa Rimet rimane per sempre in Brasile, come previsto dalla regola secondo cui al terzo alloro essa veniva consegnata al detentore, e prenderà altri nomi fino al definitivo “Fifa World Cup”.

Il portiere tedesco Sepp Mayer si dispera dopo il gol di Rivera

In Germania (Ovest), nel 1974, Valcareggi non ottiene gli stessi risultati, gli azzurri venendo cacciati dopo aver subito il 2-1 dalla Polonia del talento Grzegorz Lato. Parecchi storsero il naso per la presenza di Giorgio Chinaglia, fresco di scudetto con la Lazio. Statunitense di origini toscane, temperamento ombroso, non sembrava integrato col gruppo e reagì male a una sostituzione; in seguito, negli USA, animerà, insieme ad altri colleghi (tra i quali lo stesso Pelé) la squadra del Cosmos, per lanciare il “soccer”, come laggiù veniva chiamato, negli USA, dove era praticamente sconosciuto.

Ed eccoci ad Argentina 1978. Il paese attraversa momenti difficili e il loro tenebroso tecnico, Cesar Luis Menotti, è incaricato di tirar su il morale ai cittadini.

La “rosa” italica è di molto rinfrescata e vediamo all’opera, diretti dal friulano “indio” Enzo Bearzot, giovanotti talentuosi e carini come Tardelli, Cabrini e Paolo Rossi, in porta il “vecio” Dino Zoff, magnifico quarantenne. Ahimé, Dino verrà accusato del mancato approdo alla finale, dopo aver incassato dall’Olanda due tiri da lontano di Brandts e Haan, ma la squadra, finita al quarto posto, è piaciuta.

Appena rimaneggiato, lo stesso schieramento, sempre allenato da Bearzot, si affaccia a Spagna 1982. Facendo sempre soffrire i tifosi (pareggio stento col Camerun al primo turno), esso mostrerà un crescendo rossiniano. Battuta 2-1 l’Argentina,  in cui il ventunenne Maradona non ha fatto la differenza, con il pubblico già appagato e rassegnato alla probabile sconfitta contro il Brasile di Zico, Falcao e Socrates, lo batte invece in un memorabile match finito 3-2 solo perché viene annullato, ingiustamente, il quarto gol di Antognoni.

L’Italia è strana: talora demerita con avversari facili sulla carta, ma difficilmente patisce i tedeschi e nemmeno questa volta delude: 3-1 e coppa alzata da Zoff dinanzi a un parterre d’onore con il re Juan Carlos e l’euforico presidente Sandro Pertini.

Marco Tardelli ebbro di gioia dopo il 2-0

Come quasi da tradizione, il CT che si fa onore in un torneo, non è all’altezza del successivo. A Messico 1986 Enzo non bissa il miracolo: si passa il primo turno, ma l’emergentissima Francia di Platini ci espelle con un secco 2-0.

Nel 1990 ospitiamo la competizione, evitando la fatica di qualificarci. L’allenatore è lo schivo Azeglio Vicini, la star in campo è il palermitano Totò Schillaci (record con le sei reti segnate), tra i pochi meridionali in evidenza, come denunciato a suo tempo dal campione napoletano Antonio Iuliano, che accusava la federazione di “razzismo”: ma è inevitabile che i club più ricchi dominino la scena. Naturalmente è sul proscenio anche Roberto Baggio, col suo improbabile codino (Agnelli lo definì “coniglio bagnato”). Organizzatore dell’evento è Luca Cordero di Montezemolo.

A posteriori non sono mancate le polemiche per  i megalavori di ristrutturazione degli stadi  o la costruzione di nuove strutture ferroviarie e abitative ( sulla Veientana, a Roma, gli alloggi per le squadre diventeranno una scuola di formazione ministeriale): eccessivi i costi, a volte sbagliati i progetti, le solite accuse di malversazione.

A Genova giocava la Scozia e i bar restarono chiusi per timore dei temutissimi Hooligans; c’era anche la Svezia e molte ragazze accolsero fuori dalle stazioni genovesi i biondi tifosi scandinavi. Purtroppo il tiolo non arriva; becchiamo dall’Argentina grazie a un’infelice uscita del baldo Walter Zenga e la disfatta ai rigori, che diventerà un ricorrente tormentone: ci si deve accontentare di un terzo posto.

Intanto negli States, per via del massiccio apporto degli immigrati ispanici tanto cari a Bill Clinton, il soccer si è fatto strada; fiutato il business, gli americani, prevalendo sulla candidatura del Marocco, ottengono di ospitare il torneo nel 1994, rimasto famoso anche per le balorde esternazioni del solito Maradona. L’Italia, guidata dal contestato romagnolo Arrigo Sacchi, va in finale con un Brasile fiacco nonostante i vari Romario e Dunga; si arriva ai rigori, ma le consuete imprecisioni dei nostri (Baggio manca quello decisivo) ce la fanno perdere stupidamente.

Giunta in affanno dopo uno spareggio con la Russia, l’Italia condotta da Cesare Maldini si ripete in Francia 1998: ai quarti nuova cacciata a opera dei padroni di casa (poi campioni), ai rigori ( il “colpevole” definitivo è Luigi Di Biagio).

Inizia l’era di Trapattoni, simpatico ma dispersivo, e si va a giocare, per la prima volta, da due paesi ospitanti, Corea del sud e Giappone: il giro di interessi si è allargato. Le eccellenze non mancano ( una per tutte, Alex Del Piero). L’edizione è però ricordata per il bis del 1966: battuti da una delle ospitanti, proprio la Corea del sud, a causa, sì, di un arbitro scandalosamente ostile (l’ecuadoregno Moreno, in futuro arrestato per narcotraffico negli USA) ma altresì (come asserito dallo stesso Moreno, inopinatamente ospitato in alcune città italiane per esprimersi) per una scarsa propulsione dei nostri.

Dopo la solenne bastonatura coreana, la conduzione passa all’iconico e corrusco viareggino Marcello Lippi, che la porta alla qualificazione per Germania 2006, svolto durante una nostrana bufera  mediatica, giudiziaria e umana. E’ esploso lo scandalo di Calciopoli ( un po’ a orologeria, come spesso si ha la sensazione) in cui si voleva coinvolgere anche il figlio di Marcello, la Juve è retrocessa in “B” (alcuni parlano di un inside job, per evitare guai maggiori) e, a torneo in corso, lo juventino (non convocato) Gianluca Pessotto si getta da un balcone a Torino e alcuni suoi compagni di squadra impegnati al mondiale torneranno provvisoriamente in Italia per fargli visita (lui in seguito si riprenderà). Ma gli azzurri non si fanno scoraggiare ( tra essi uno scintillante Francesco Totti) e in finale batteranno miracolosamente la Francia ai rigori, tutti andati a segno (Gigi Buffon invece non ne para mai uno, si conta sull’errore avversario). Naturalmente è impossibile dimenticare l’episodio della testata di Zinedine Zidane allo stomaco del nostro Marco Materazzi. Perché e percome, è questione discussa fino ai giorni nostri.

Pirlo e Cannavaro: abbraccio emotivo mentre si decide ai rigori

Da questo momento, almeno a livello mondiale, inizia la discesa agli inferi. A Sudafrica 2010, benché conduca sempre Lippi, italiani a casa al primo turno: accuse di mancato o insufficiente rinnovamento della rosa.

Brasile 2014. L’Italia di Prandelli, con la sua prima star etnica, Marco Balotelli, esce al primo turno; per la cronaca si registra un gesto dell’uruguayano Luis Suarez (partita persa 1-0) di Tysoniana imitazione: un morso a Chiellini. Benché ci sia da recriminare per un comportamento incivile degno di squalifica, esso appare metafora di una passività italica riversata nel gioco.

Tra le polemiche per la location russa nel 2018 ( appoggiata dal presidente Blatter), l’Italia, allenata dal poco ricordato Gian Piero Ventura, guarda da casa: per la seconda volta dal 1958, non si è qualificata. La negativa prodezza si ripete per Qatar 2022, quando ad allenare è Roberto Mancini; e, purtroppo, con la recente disfatta che ci preclude USA 2026, senza che il mister Gennaro “Ringhio” Gattuso, già campione mondiale nel 2006, abbia potuto farci nulla.

Meno scenografico, ma intenso per i continentali, il campionato europeo ci ha fornito sostanzialmente poche gioie. Saltata la prima edizione del 1960, con la scusa di scarsa preparazione e la concomitanza con le Olimpiadi di Roma, a Spagna 1964 l’Italia non si qualifica alla fase finale (eliminata dall’Unione Sovietica).

Vero è che nel 1968  Valcareggi riesce nell’impresa di aggiudicare la vittoria, peraltro giocando in casa, ma nel 1972 si manca la fase finale, nel 1976 non passiamo il girone; nel 1980, di nuovo noi ospitanti, ci si consola con un quarto posto (perso il terzo ai soliti rigori); non si passa il girone nemmeno nel 1984; nel 1988 eliminazione in semifinale; niente girone nel 1992; nel 1996, con partecipazione allargata a 16 squadre, niente semifinale per l’ormai classico rigore sbagliato; nel 2000 la nazionale di Zoff deve arrendersi e cedere il primo posto alla Francia (critiche feroci di Berlusconi a Dino); niente da fare anche nel 2004; nel 2008 (coach Roberto Donadoni) eliminati ai quarti, ai rigori; nel 2012 Prandelli strappa un secondo posto, ma la Spagna non perdona; nel 2016, alla guida di Antonio Conte, di nuovo fermati dai rigori ai quarti. Nel 2020 (rimandato al 2021 per noti fatti), in Inghilterra, allenatore Mancini, finalmente si riacchiappa il titolo. Nel 2024, in terra tedesca, guidati da Luciano Spalletti, si viene eliminati agli ottavi dalla sempre ostica Svizzera. In generale, si registra una certa fatica sia a qualificarsi che a passare i turni, quasi mai un’ascesa netta, men che meno travolgente, non di rado la si sfanga agli spareggi.

Ora, se si desidera una disquisizione sul punto tecnico, televisione e rete rigurgitano di pareri di esperti e noi non lo siamo. Del calcio abbiamo percezioni e visioni personali, azzeccandoci pure in qualche occasione, ma guardandolo come fenomeno, più che da classici tifosi.

Nonostante il nostro feroce antijuventinismo (parere personale del vostro redattore), dobbiamo ammettere che il gigante torinese ha rivestito spesso il ruolo non solo di contributore di stelle in campo ( con Milan e Inter), ma altresì di motivatore morale. Un certo virilismo, espresso per esempio da Lippi, è stato sovente bersaglio dei media, ma nei fatti, quando i bianconeri hanno cessato di essere la squadra da battere, anche l’Italia si è afflosciata. Giochi di potere o beghe latamente politiche poco ci appassionano. Come diceva Giulio Andreotti, nel calcio come in politica, gli errori si fanno prima, si viene giudicati dopo e l’errore sta nell’umanità.

Tuttavia, c’è errore ed errore. Come ci capitò di leggere su una lapide, occorre azzeccare anche gli errori; e l’ormai esorbitante giornalismo sportivo tricolore non sembra voler illuminare le zone d’ombra, quanto marciarci su (come tutto il nostro giornalismo in generale).

Altra sferzante accusa, arrivata per esempio dal Roberto Baggio della maturità, è quella di non aver coltivato i vivai, ma non si tiene conto della situazione demografica e sociale del nostro paese. La natalità è drasticamente calata e i campetti parrocchiali non sono più fucina di campioncini, anzi nemmeno più esistono. Si è imposta, da decenni, una pletora di allenatori faidate, nella vita gommisti, verdurai o ferrovieri, al massimo appassionati, ma digiuni di tecnica perché, in Italia, da tempo imperversa il principio di “ uno vale uno”, laddove di due non se ne fa nemmeno quell’uno e ne nasce una lotta tra mediocri. D’altronde i club attingono a piene mani dall’estero, mentre gli italiani all’inverso sono meno quotati e si perde di autorevolezza.

Molti tifosi risultano ostili all’immissione di ragazzi figli di immigrati, come accade ad altre nazionali (Francia in testa) che ne hanno fatto un punto di forza; eppure non abbiamo esitato a trovare antenati italici per l’argentino Marco Camoranesi, campione 2006 ( un bisnonno marchigiano), o a naturalizzare il brasiliano Jorginho (trisavolo veneto).

Francia 2022

Il gioco italiano risulta pertanto privo di mordente, di percussione, di iniziativa, ricorrendo a schemi vuoti d’anima. Oggi sembra interessare più il calcio femminile, oggettivamente solo una copia politicamente corretta dell’originale, disciplina per cui, come sosteneva il mitico cronista Nicolò Carosio, le donne non sembrano essere troppo portate, a meno di non virilizzarsi; cosicché, mentre il machismo è irriso nel settore maschile, viene esaltato in rosa.

Di più si chiede all’ambiente uno schieramento d’opinione su temi che nulla hanno a che fare con lo sport e dovrebbero rimanerne fuori; l’Italia, in questo senso e per una volta poco inginocchiata, sembra punita dal mainstream e perdere d’empatia.

Ci sarà una riscossa? Non sembra nell’aria, ma guai a disperare.

P.S.

Ultim’ora Causa le vicende geopolitiche in atto, si vorrebbe estromettere l’Iran e l’Italia spera in un ripescaggio: a tanto siamo ridotti. Va a finire che è tutta una manovra di Trump per salvarci.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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