Paolo Villaggio, il magnifico insolente

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Villaggio diceva che le autobiografie sono piene di invenzioni: dobbiamo dunque prendere con le pinze ciò che raccontava di sé.

Nato a Genova alla fine del 1932 con il gemello Piero (futuro docente alla Normale di Pisa), sosteneva di aver abitato inizialmente vicino alla villa Imperiale, nel quartiere di San Fruttuoso, allora punteggiato di edifici signorili e ancora di là da diventare un popoloso rione commerciale.

Figlio di un ingegnere siciliano e di una insegnante veneto/sicula, dopo il rituale passaggio al liceo classico top “Andrea D’oria”, culla della classe dirigente del capoluogo ligure, in seguito avrà a ironizzare sul proprio aspetto fisico (che lo faceva rosicare), poiché avrebbe vinto il primo posto nella classifica del più brutto della scuola, dovendo anche sostenere il confronto con l’amico fraterno Fabrizio de André, assai più bellino di lui. Paolo scrisse il testo di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, provocatorio per l’epoca, esempio tipico dello spasso di due figli di papà che giocavano alla sfida sociale.

Il giovane irriconoscibile Villaggio

Iscrittosi a giurisprudenza, Paolo non terminò gli studi, dedicandosi a lavoretti e divagazioni di intrattenimento, talvolta con Fabrizio, si dice anche su navi da crociera. Entrambi figli della Genova “bene”, erano noti nei vicoli d’angiporto per le scorribande nel mondo “dirty”, felliniani pronti a tornare, dopo i sollazzi e i bagordi, nelle loro confortevoli abitazioni di Albaro, la zona genovese vip per eccellenza.

Paolo e Fabrizio, compagni di bisbocce

Scioperato come Faber, Paolo, dopo un periodo a Londra molto di moda tra i figlioli degli abbienti, venne parcheggiato in un ufficio della “irizzata” Cosider, ai tempi della massiccia industrializzazione cittadina, come impiegato. Nel Regno Unito risulta anche essersi sposato, ma la circostanza è nebulosa. Lei è Maura Albites, ascendenze ebraiche, silente compagna di una vita, che gli ha dato i figli Elisabetta, classe 1959, e Pierfrancesco, nato nel 1962. Circa negli anni ottanta i rotocalchi spararono la notizia di una richiesta di separazione avanzata dalla donna, stanca delle scappatelle maritali, ma pronta giunse la smentita di Paolo. In seguito la coppia fu ospite del programma “Per tutta la vita”, presentato da Romina Power e Fabrizio Frizzi, imperniato sulle storie di star coniugate felicemente da decenni con lo stesso partner; nuovamente Villaggio stupì tutti facendo uscire sui giornali la notizia di non essersi mai formalmente sposato con Maura, ma di aver inscenato, a suo tempo, le nozze, per accontentare i rispettivi genitori. In tutto ciò, si tenga sempre conto della premessa sulla veridicità autobiografiche.

Paolo e Maura fidanzati

Narra la leggenda che a notarlo fu Maurizio Costanzo durante un’’esibizione in un locale/cantina per cabarettisti in piazza Marsala, poetico angolo di Genova, vicino ai grandi teatri di prosa.

Da lì sarebbe sbocciata una fantasmagorica carriera, che non sembrava scontata. Colui che all’inizio si presentava come comico di rottura, dalle gag surreali, si fece conoscere nello show di fine anni sessanta “Quelli della domenica”, passerella di futuri divi come Renato Pozzetto, allora in coppia con Cochi Ponzoni. Villaggio si esibiva nella macchietta del teutonico parodistico e un po’ sadico professor Otto Von Kranz, con il tormentone “Chi di foi adesso?”, con cui proponeva improbabili esperimenti di magia al pubblico. Ne deriverà un film quasi omonimo del 1978, diretto da Luciano Salce, con Kranz già più vicino al perdente totale che al pazzo furioso.

Seguiranno i suoi sketch nella parte di Giandomenico Fracchia, impiegatuccio prono e sudaticcio al cospetto del suo capo, ripresa nel film “Fracchia la belva umana” del 1981.

Tale marchio di fabbrica, una recitazione da palco o da piccolo schermo, influenzerà (e non lui solo) i primi lavori cinematografici, in cui, a posteriori, egli sembra in procinto di mettere a punto la sua maschera cult, quella del ragionier Ugo Fantozzi.

La saga, iniziata nel 1975, che attinge a piene mani da monsù Travet e i disperanti personaggi alla Gogol, derivava da un libro (con i relativi seguiti) dello stesso attore, che ne scriverà in seguito diversi altri, tra cui l’autobiografia “Vita morte e miracoli di  un p…di m…”.

L’accento della Lanterna rappresentava una quasi assoluta novità, nel mare della comicità imperante, di stampo romano e napoletano perlopiù, con qualche sprazzo lombardo (si ricordi il meneghino Gino Bramieri) e poteva far dubitare di un immediato successo, che invece arrivò, travolgente. Le prime due pellicole furono dirette sempre da Luciano Salce, che puntava sulla dicotomia sadomasochistica tra potere e subordine; gli subentrerà Neri Parenti, che introdurrà, coadiuvato dagli sceneggiatori tra cui lo stesso Paolo, ampi accenni all’Italia in trasformazione.

Furono così rilanciati attori, spesso comprimari, che riceveranno nuova luce da tali partecipazioni, come Milena Vukotic, la paziente moglie Pina, Gigi  Reder, il pestifero Filini e la pirotecnica Anna Mazzamauro, la dispotica, megalomane e irrequieta signorina Silvani senza nome di battesimo, amore frustrato di Ugo, “miss quarto piano”. Pare che inizialmente Anna si fosse presentata per la parte di Pina; in seguito l’attrice ha rivendicato lo spessore del suo ruolo e del proprio merito nel trionfo ai botteghini, fatto che avrebbe provocato la biliosa gelosia di Villaggio. Fu un’ottima occasione anche per il “piccolo” Plinio Fernando nei panni della figlia Mariangela ( e in seguito della nipote Ughina), assente negli ultimi due film perché dedicatosi all’attività di pittore. Oggi non sarebbe più possibile convocarlo per una parte del genere, poiché il politicamente corretto lo impedirebbe.

Inizialmente Pina era interpretata da Liù Bosisio; Elisabetta Villaggio, poco tempo fa, ha rivelato che Liù, dedita di norma al teatro classico, si sentiva aggravata dall’identificazione del pubblico con la consorte sfigata, anche se accetterà di impersonarla ancora in “Superfantozzi”, del 1986.

Senza dubbio l’iconico snello, e angelico (ma implacabile) supercapo del ragioniere (di norma interpretato da Paolo Paoloni) ha suggerito a molti la figura dell’avvocato Agnelli, di più nell’ultimo episodio, “Fantozzi 2000, la clonazione”, con la comparsa del figlioletto buonista contro il volere paterno, che richiamava ( a torto o ragione) il povero Edoardo. Talora il boss dei boss aveva il volto e l’accento di Paul Muller, insinuando l’immagine di un superpotere genericamente nordeuropeo sulle nostre teste; in seguito il boarding della megaditta apparirà integrato da soggetti indiani e africani, o da comunisti in divisa simil/bolscevica, suggerendo l’idea di una supremazia globale e trasversale, che non lascerà scampo e non permette illusioni ideologiche. Ciò non impedirà all’attore, da sempre considerato una sorta di antagonista di sinistra, di manifestare simpatie verso il Movimento Cinque Stelle del concittadino Grillo, tranne fare a tempo a dirsene deluso.

“Fantozzi 2000”. Alla sinistra di Anna Mazzamauro, Mauro Vestri, già interprete del maniaco cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli che infliggeva ai dipendenti la visione de “La corazzata Potemkin”

La genialità, se non altro commerciale, della trovata di Fantozzi, pur portando enormi soddisfazioni anche economiche al, dicono, amante del denaro  Villaggio, ha rischiato di oscurare altri suoi lavori precedenti, coevi e successivi, in una con la marea di commedie brillanti, a volte riuscite, altre meno, affiancato da numerosi colleghi come Renato Pozzetto, Ugo Tognazzi, Lino Banfi, Johnny Dorelli e chi più ne ha. Ci furono anche performance nel campo pubblicitario, nel suo stile sopra le righe, celebre quello dei sottaceti Saclà. C’è stato spazio per qualche doppiaggio: efficace la voce del piccolo Mickey in “Senti chi parla” 1 e 2.

Tra i tanti ricordiamo “Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto”, 1972, cointerpretato e diretto da Vittorio Gassman; “ Sistemo l’America e torno”, 1974, ideologico atto d’accusa contro il razzismo a stelle e strisce, diretto da Nanny Loy, “Il…Belpaese”, 1977, ancora per la regia di Salce; ma pure “Io, speriamo che me la cavo”, 1992, regia di Lina Wertmuller, in cui Paolo si induce a moderare il proprio istrionismo per calarsi nei panni di un maestro elementare del nord alle prese con una disagiata scolaresca campana (Leone d’oro alla carriera);  e “La voce della luna”, 1990, del maestro Fellini, in tandem con Roberto Benigni, in situazioni oniriche forse non troppo nelle corde di Villaggio, ma di cui egli andava molto fiero.

E’ infatti risaputo che l’uomo pativa un complesso d’inferiorità professionale nei confronti dell’habitat cinematografico romano, in cui si introdusse con modalità effettivamente fantozziane, vantando nel tempo solide amicizie con i piani alti.

Negli anni duemila, anche oppresso da una pinguedine dovuta al suo amore per il cibo e da un diabete galoppante, Paolo ridusse le apparizioni sul grande schermo, ritagliandosi ruoli di illustre contorno, con l’eccezione di “Azzurro”: sorta di road movie del 2000, regia di Denis Rabaglia, nella strana figura di un nonno salentino (improbabile la sua pronuncia) che deve salvare la vita all’adorata nipotina, conducendola in Svizzera lungo un viaggio fisico e della memoria.

Nel contempo l’ormai super divo non disdegnava le ben retribuite ospitate televisive che lo videro, soprattutto dal terzo millennio, dismettere gli atteggiamenti più umili e compiacenti del passato, per sparare a raffica contro tutti o dileggiare il pubblico in studio, a volte abbigliato con il caffetano, portandogli ormai disagio un abbigliamento classico. Quando, nel 1999, morì De André, si dichiarò invidioso di un funerale così partecipato, ma ormai ci aveva abituato alle provocazioni.

Il grande peso che Paolo si portava dietro era la condizione del figlio, tossicodipendente, chiamato Piero in famiglia, poi uscito riabilitato dalla comunità di San Patrignano, tanto che il padre aderì a una grande mobilitazione a favore del fondatore Vincenzo Muccioli, accusato di abietti reati a danno dei ragazzi ospiti. In passato Paolo aveva tentato di far ricoverare Piero in cliniche di lusso costose, senza risultato.

Elisabetta, madre dell’unico nipotino dell’attore, si occupa di spettacolo (sua una teoria sulla morte di Marilyn Monroe), con passaggi a Los Angeles, come pure il fratello. I due, ragazzini, avevano vissuto in un appartamento di fronte a quello dei genitori, scelta che all’epoca sembrava eccentrica.

Pierfrancesco, che ora farebbe il fotografo dopo una laurea a Urbino, è autore di un’ultima intervista al papà, nella quale Paolo, richiesto, di un parere sul suicidio, rispose circa come il suo Ugo davanti all’ennesima visione de “La corazzata Potemkin”: una sciocchezza agghiacciante, ovvero un ca.ata pazzesca! E così, un giorno d’estate del 2017, un uomo difficile, un attore divenuto iconico e a tratti sublime, se ne andò.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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