Dopo la comicità di stampo teatrale anteguerra (il cui campione fu Antonio Gandusio) e quella popolaresca centro meridionale della commedia all’italiana, imperante fino agli anni sessanta, che dura tuttora, il duo Cochi e Renato fece irruzione sugli schermi, nel 1968, con lo show “Quelli della domenica”, fucina di futuri divi, anche se non tutti sbocceranno in egual misura.
Quel programma, come tanti altri radiotelevisivi, era a cura della storica coppia “Terzoli e Vaime”, gioielli di una corona di autori all’italiana che comprendeva, tanto per fare un nome, Marcello Marchesi, mentre si affacciava alla ribalta un certo Maurizio Costanzo. Tutto veniva “fatto in casa”, peraltro soggetto a rigide censure da dribblare sapientemente, e non ci sembra che il prodotto fosse peggiore di quello attuale.
Già parlammo di una delle future star rivelatosi allora, Paolo Villaggio, e potremmo aggiungere Enrico Montesano, Pippo Franco, Ric e Gian, più altri dispersisi nel tempo, ma gustosi per il clima d’epoca.
Aurelio “Cochi”Ponzoni, classe 1941, e Renato Pozzetto, 1940, entrambi nati a Milano, si conobbero a Gemonio, nel varesotto, dove le rispettive famiglie erano sfollate, e si ritrovarono all’istituto per geometri del capoluogo lombardo. Lì, prima all’Osteria dell’Oca, poi nel locale chiamato “Cab 64”, inizieranno a esibirsi, mettendosi in mostra come accadrà a diverse future star quali, nel non lontano “Derby club” milanese, Massimo Boldi, Enzo Iannacci, Felice Andreasi e altri ancora, dando vita a una nuova frontiera comica, contrapposta a quella “sudista”. Minor contributo è arrivato dal Piemonte ( in cui troneggiava ancora Macario, rinverdito da un altro esponente del Derby, Giorgio Faletti) o dal Veneto ( ricordiamo il simpatico Lino Toffolo), mentre imperversava “Ginone” Bramieri.
La linea alto lombarda si è così posta come polo umoristico di fama, spinto anche dal sovrano Dario Fo, futuro premio Nobel per la letteratura, che, non disdegnando di suscitare risate nel pubblico raffinato cui si rivolgeva, ci introdusse ad atmosfere brumose e ancora rurali che ispireranno i film di Renato e ci abitueranno a una lingua italiana severa, intrisa di durezze di confine.
Pozzetto e Ponzoni, dunque, si imposero con le loro trovate surreali, lanciando pezzi canori cult e tormentoni quali” La Gallina”, “Canzone intelligente”, “E la vita la vita”, spopolando in programmi come “Il poeta e il contadino” e Canzonissima 1974; a detta di Renato, non fu facile introdursi nel clima RAI, provenendo dal contesto suburbano meneghino. Suo il lancio del richiamo “ ciao bella gioia!”, che per molto tempo divenne un tipico modo di salutarsi tra gli italiani.
Le loro strade si divisero. Il più crepuscolare Cochi trovò spazio nel cinema in ruoli graziosi e simpatici, in film come “ Il comune senso del pudore”, “Telefoni bianchi” ( qui piccola parte anche per Renato) e “Il marchese del Grillo”, senza sfondare; per Pozzetto si aprirono le porte della commedia top, con inizi in verità non brillantissimi, come si può notare in “Due cuori e una cappella”,1975, regia di Pasquale Festa Campanile, affiancato da Agostina Belli: permane, e permarrà ancora qualche anno, un certo impaccio nella transizione dallo stampo cabarettistico a quello cinematografico.
Tuttavia la macchina del successo si era messa in moto e Cinecittà accolse, rispettandone la figura e sceneggiando pellicole “nordiche”, con musiche aderenti all’humus di provenienza, il nuovo divo portatore di un suo particolare fascino: indiscutibilmente rotondetto, faccione, sguardo stralunato, Renato interpretò una quantità di pellicole, con le attrici sex symbol del momento, come Ornella Muti, Eleonora Giorgi, Gloria Guida, Edvige Fenech, Laura Antonelli. In molti suoi lavori emerge il tema del mondo gay e transessuale, tra tutti “La patata bollente” con la Fenech e Massimo Ranieri (1979, regia di Steno), un episodio di “Culo e Camicia” (1981, regia Festa Campanile, con Leopoldo Mastelloni e Maria Rosaria Omaggio), “Nessuno è perfetto”, sempre di Festa, 1981.
Si rileva una dose di versatilità, per esempio da coprotagonista in “Sturmtruppen” (1976, regia di Salvatore Samperi) e “Tre tigri contro tigri” (1977, regia Steno/Sergio Corbucci), satire antimilitariste, ognuna a suo modo; vestito da donna in “Gran Bollito”(1977, regia di Mauro Bolognini), nei panni di una delle vittime della “saponificatrice” Leonarda Cianciulli, serial killer campana morta nel 1970. Grande appare l’affiatamento con Paolo Villaggio nella trilogia “Le Comiche”, “Oggi le comiche” e “Le Comiche 2”, nel primo quinquennio novanta. Non sempre apprezzati furono, invece, i suoi siparietti al festival di Sanremo.
Un paio di esperimenti in tandem con colleghi risultarono particolarmente riusciti: “7 chili in 7 giorni”, 1987, regia di Luca Verdone che diresse il fratello Carlo e Renato in un confronto al calor bianco tra Roma e Milano, e “Piedipiatti”, 1991, con Enrico Montesano, copia incolla all’italiana dell’americano “Beverly Hills cop” con Eddy Murphy. Quest’ultima pellicola fu la prima prodotta dalla casa cinematografica fondata da Pozzetto “Alto Verbano”: secondo i giornali, l’attore era stanco di versare laute percentuali ai produttori.
Tale aspetto ci porta ad alcune chiacchiere sul temperamento del “divo schivo” Pozzetto. Riservatissimo sulla sua vita privata (vedovo dal 2009, è padre di due figli e nonno), scostante anche quando presenziava a “Domenica In” per presentare l’ultimo film, ebbe inizialmente fama di “sinistrorso”, poi di simpatizzante radicale, per mostrarsi infine alle feste della Lega bossiana. C’è chi lo ritiene più che altro opportunista, pensando alla virata diessina/prodiana del film “Mollo tutto” del 1995, regia di José Maria Sanchez, con Barbara D’Urso, chiaro invito all’accoglienza dei migranti.
Quello fu forse l’ultimo successo di Renato, che non volle o non riuscì più a piazzare presenze memorabili sul grande schermo con l’eccezione, forse, di “Un amore su misura” del 2007, da lui stesso diretto: storia di un uomo che, mollato dalla moglie, commissiona una compagna artificiale in forma di bambola umana. Nel frattempo lui e Cochi si riproposero in televisione.
Vogliamo dunque ricordare il suo film feticcio, “Il ragazzo di campagna”, del 1984, regia di Castellano e Pipolo. Sostanzialmente “one man show”, con la presenza non di un’attrice professionista, ma della modella americana Donna Osterbuhr, tanto bella quanto poco valente nella recitazione, esso narra di un quarantenne figlio unico di madre vedova, pacioccone quanto insofferente alla sua vita da contadino, che cerca fortuna a Milano; tornerà sconfitto, ma nuovamente motivato alla realtà campagnola, fidanzandosi con la brava ragazza che lo attende da sempre.
Oggetto di strenue ricerche sulle location, identificate dagli amatori in provincia di Pavia, Como e Asti, la pellicola mostra una realtà ancora in essere in quegli ormai lontani anni, ma prossima a terminare col decennio, dando spazio alle nuove generazioni di “country man”, molto più in spolvero e dotati di fattorie ingegnerizzate. Altre locuzioni “cult” nacquero dal personaggio di Artemio: da “ho interessanti prospettive per il futuro” al mitico “taaaaac”, che Pozzetto racconta aver mutuato da un suo conoscente, il quale così sottolineava il compimento positivo di qualche attività.
Un pezzo di storia del cinema italiano, dell’ultimo forse di una certa brillantezza prima di decadimenti e derive, capace di lasciare gli spettatori divertiti in modo cool e senza sbavature: così celebriamo Renato Pozzetto.
Carmen Gueye

