Tyson, l’ultimo pugile, l’ultimo mito, l’ultimo bad boy del ring.
Da piccoli ci capitò di vedere un film con la superstar Humphrey Bogart (1899/1957), “Il colosso dai piedi d’argilla”, sulla creazione di un finto campione di boxe attraverso le famigerate “combines”, che ci rese diffidenti verso quel mondo, e le competizioni sportive in generale. Al tempo stesso i nostri papà si alzavano di notte per vedere le dirette d’oltreoceano, come “Benvenuti/Griffith” o anche “Cassius Clay/Frazier”, incontri che si svolgevano a Las Vegas, Atlantic City o al Madison Square Garden di New York, davanti a un pubblico di ricconi in gessato e pupe del gangster.
Così, immaginavamo le sterminate periferie, i ghetti, gli slum da cui erano arrivati i campioni oriundi irlandesi, italiani e poi sempre più spesso afroamericani; ripercorrevamo le storie di Jack Dempsey o La Motta, di Joe Louis o il nostro Primo Carnera, di chi era approdato a quelle ribalte dalle lande statunitensi o da qualche angolo d’Europa, come il franco/ispano/maghrebino Marcel Cerdan, compagno amatissimo di Édith Piaf.
La boxe venne esaltata come uno dei pochi veicoli utili a trasportare ragazzi perduti dalla strada al successo, contribuendo a redimerli, e il massimo fulgore si sprigionò ai tempi della saga di Rocky, con Sylvester Stallone.
Erano gli anni ottanta e stava emergendo un giovincello massiccio, dall’aria torva, classe 1966, naturalmente nato e vissuto in un quartiere turbolento come la Brooklyn di allora. Si disse che la madre (scomparsa nel 1982) aveva fatto la vita per tirare avanti, ma in seguito la notizia è stata smentita; un fratello e una sorella (morta a 24 anni), padre e successivo patrigno svaniti da qualche parte degli States, il ragazzino si mise presto in mostra per l’inclinazione alla violenza e alla delinquenza da strada, entrando e uscendo dal riformatorio. In un’occasione aggredì un coetaneo che per sbaglio aveva ucciso uno dei piccioni del suo allevamento, tuttora, pare, sua grande passione. Quando Cassius Clay, ribattezzato Muhammad Alì, visitò la struttura dove lui era ristretto, scattò la molla, e iniziò una carriera con i primi combattimenti tra quelle mura; una serie di circostanze fortunate lo condusse al cospetto del manager italoamericano Gus D’Amato, che decise di adottare l’’ormai orfano Mike e lo prese sotto la sua ala, lanciandolo nel circuito dei pesi massimi, in cui il ragazzo era il più basso (“solo” 1.78).
I primi anni furono trionfali. Il fisico “bestiale”, il mordente, la tecnica, la rabbia, l’aggressività innata, facevano di Tyson un imbattibile finché, nel 1985, Gus se ne andò per una polmonite, privando il suo pupillo di una guida morale e professionale. Le vittorie continuavano, ma nella vita si manifestavano sbandamenti, non più attutiti dal padre spirituale venuto a mancare. Per un periodo corsero voci su una possibile sfida con l’italiano Francesco Damiani, campione WBO dal 1989 al 1991, ma non se ne fece nulla, dicono per la “borsa” inadeguata; secondo i maligni, Damiani, pur eccelso, non se la sarebbe sentita.
Nel frattempo, a guida del team Tyson, era subentrato un personaggio controverso, Don King, noto anche per la cotonata grigia capigliatura, orientata verso l’alto.
Nel 1990 arrivò la prima sconfitta, a Tokio, con James Douglas. Seguirono altri successi, fino allo stop impostogli, nel 1996, da Evander Holyfield che lo sconfisse una prima volta; la seconda, l’anno seguente, Mike gli morse l’orecchio, beccandosi una squalifica. L’episodio è stato discusso all’infinito e qualcuno sostiene che Holyfield aveva provocato gravemente l’avversario con testate fuori regola.
Il clima attorno al champ era cambiato. Mentre all’inizio si guardava con benevolenza alla strada di resipiscenza intrapresa grazie allo sport, iniziarono a girare chiacchiere sulla dissolutezza nei suoi comportamenti, soprattutto in questioni di sesso e per l’uso di cocaina (in seguito ammessa dall’interessato), restituendo la figura di una sorta di Maradona del quadrato.
Invaghitosi dell’attrice Robin Givens, Mike si ostinò a volerla sposare, nel 1988, ma l’unione durò poco; lei lo accusò di maltrattamenti, perfino durante un’intervista congiunta col coniuge imbambolato, passivo davanti all’ulteriore rovina della sua immagine pubblica.
Nel 1991 si verificò una strana congiuntura, che fece alzare più di un sopracciglio: due casi di presunto stupro a opera di famosi o semi tali.
William Kennedy Smith, figlio di Jean, sorella di John e Bob, avrebbe violentato una ragazza in villa, con zio Ted poco lontano; Tyson, giurato al concorso di “Miss Black America”, si portò in camera la candidata Desirée Washington, che poi lo accusò di abuso. Il Kennedy venne assolto, dichiarandosi semimpotente; Tyson venne condannato a sei anni, poi ridotti a tre per buona condotta. In molti storsero il naso per questa disparità di trattamento. In una famosa intervista di Paolo Bonolis, a Sanremo 2005, il pugile dichiarò che, pur amando il proprio paese, ne deprecava il sistema giudiziario, ribadendo la propria innocenza.
In carcere era sopraggiunta anche la conversione all’Islam, con il nome di Malik Abdul Aziz, anche se esso non soppiantò mai l’originale. Ogni scelta è da rispettare, ma va osservato che l’islamismo americano, rappresentato da discusse personalità come Elijah Muhammad (guru di Malcom X) e Louis Farrakhan, appare troppo appiattito sulla rivendicazione razziale, assente nelle scritture e dove l’Islam è nato. Dietro le sbarre, peraltro, pare che non gli mancassero le profferte femminili; ma egli ebbe a dichiarare di aver subito abusi infantili da parte di un uomo e forse tale circostanza si sarebbe ripercossa sulle sue turbe di famelico erotomane, che vide il riscontro dell’altro sesso solo quando diventò ricco (si registra un flirt con Naomi Campbell).
I risarcimenti a Holyfield e alla Washington lo avevano dissanguato, ma egli non trovò di meglio che accusare Don King del proprio dissesto finanziario; si affidò a un nuovo manager, Shelley Finkel, riottenendo la licenza a combattere, ma si cimentò in incontri di scarsa caratura e non riottenne il titolo, né l’antico smalto; divorziò anche dalla seconda moglie, che gli aveva dato due figli.
Da allora l’ex “Iron Mike” si prestò a presenziare in televisione (da noi anche con Chiambretti, e fu ricevuto da Berlusconi ad Arcore), fece l’arbitro di “lotta in gabbia”, si riciclò come sparring partner, pubblicò un’autobiografia, si barcamenò.
Nel 2009 si diffuse la notizia della morte di una sua figlioletta (ne ha otto in tutto) strangolata da una corda d’altalena; ciò non gli impedì, nello stesso anno, le terze nozze, da cui nacquero altri due bambini. L’ultima prodezza è un incontro trasmesso su Netflix, con Jake Paul, uno youtuber pugilistico, nel 2024, che lo batté. Dopo la legalizzazione della marijuana in California, nel 2018, il boxeur ne gestisce una piantagione.
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Negli anni Mike, che non ha perso il rispetto del pubblico nonostante tutto, ha mostrato nuove consapevolezze e una certa cultura appresa nelle letture in prigionia, rinnegando il passato turbolento; tuttavia il suo calcare la mano sui temi del razzismo, pur se in parte giustificato, può sembrare ingeneroso verso chi lo lanciò e credette in lui, che nero non era.
La sua “ferocia” ricorda solo un precedente, quello dell’argentino Carlos Monzon (1942/1995), morto in un incidente stradale dopo la carcerazione per uxoricidio: colui che stese per sempre Nino Benvenuti il quale, peraltro, gli restò amico, ma aveva rischiato la vita con l’indio che veniva dalla miseria assoluta.
Oggi la boxe esiste ancora, blindata da regole ferree, privata del fascino del tempo che fu: ed è giusto così.
Carmen Gueye

