74. TFF, Une femme Qui part, recensione

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In mezzo alle montagne dell’Himalaya chi comanda sono i minerali, le pietre, che rotolano dalla cima, scivolano con il disgelo. Le regole della giornata le dettano le nuvole, mosse dai monsoni. La neve, che si scioglie, il ghiaccio, che si sta ritirando, mostrano che il tempo consuma anche le catene infinitamente immense d’oriente. E l’essere umano non è che un piccolo punto insignificante, che come le farfalle che muoiono surgelate, portate in altissima quota dal vento caldo, allo stesso modo esso può morire perché portato lì dal calore dei suoi desideri.

Il film “Une femme Qui part” è la storia di un Pellegrinaggio proibito, come dice il sottotitolo del film della sezione del 74. Trento Film Festival ALP&ISM.

Due storie in una storia

La regista Ellen Vermeulen ripercorre con la telecamera e con un percorso interiore, le dinamiche della protagonista, ma 70 anni dopo, uscendo con una pellicola girata in Belgio che parla di femminilità, di limiti imposti dalla società e limiti imposti dalla natura. Le donne sono ancora il sesso debole, oppure, se si mette in dubbio questo presupposto, la società riterrà che gli obiettivi che esse raggiungono siano una miseria? Se una donna scala l’Himalaya, esso diventa una piana di pascolo per le vacche. Non va bene che ella ci riesca, dicono.

Il tempo cancella e cambia le cose

La questione non è da poco, con la crisi del clima, a 70 anni di distanza dalla prima salita di Marie-Louise Chapelle come donna francese, arrivata a raggiungere una vetta inviolata dell’Himalaya, nel 1952, queste cime diventano da un lato più semplici da avvicinare, tutti possono arrivare alle pendici, molti al Campo Base, ma pericolosissime da scalare fino alla fine, tanto che si rischia di trasformarsi in due puntini di sangue sulla roccia, da un momento all’altro.

Questo non significa rinunciare, per esempio Chapelle conduceva una doppia vita: per sei mesi all’anno stava con la famiglia, negli altri sei sfidava le montagne. Ma se una donna non torna, che cosa ne sarà della sua famiglia?

L’alpinista morirà anziana, dopo sei mesi in casa di riposo, non avrà eventi traumatici da raccontare, ma molte memorie importanti che sono conservate, come le foto, i diari e i testi delle sue registrazioni.

Il percorso interdetto delle donne

Una donna si ferma a metà, oppure sale? La protagonista saliva, certo, con il suo istruttore Frendo. La regista si ferma al Campo Base, troppo pericoloso, si precipita e si muore, non c’è più il percorso sicuro di un tempo, ci sono solo percorsi impervi, perché la neve e il ghiaccio non sono più così sicuri come un tempo.

La storia intimistica di questa regista termina percorrendo i desideri di una donna alpinista, che nonostante tutto è riuscita anche a farsi una bella famiglia, che altro? Certo.. sei mesi l’anno sono metà di una vita, ma ne valeva la pena.

Una metafora per tutti

Poi, di fatto, alla visione di questo film, ci si trova a metà puntualmente a riflettere sul senso del fare alpinismo, ma anche sul senso della vita, sul senso delle cose. La regista sa utilizzare i materiali a disposizione facendone tesoro.

Costruendo un doppio binario che parallelizza se stessa alla protagonista alpinista, costringe chi guarda a pensare al senso delle situazioni. Ci sono le foto e i video d’epoca, ma ci sono le foto e i video del presente. Ci sono gli ambienti che cambiano, ci sono i passi e ci sono moltissimi lunghi silenzi, che sono quel motivo che porta gli amanti dell’alpinismo a salire sempre più su.

Sono i silenzi che riempiono il nostro pensiero

Non fosse altro che, a un certo punto, ci chiediamo se siamo noi di fronte a questa maestosità silente, non le donne che creano la storia della pellicola. Siamo forse anche noi parte di questo scorrere? L’acqua, il vento, le pose plastiche della montagna e della neve ghiacciata, che cosa ci facciamo in questa situazione, seguiamo i passi di qualcuno?

Se stiamo seguendo i passi di qualcuno non stiamo andando da nessuna parte, perché significa che qualcuno c’è già stato, dov’è la vittoria? Insomma, l’Himalaya ancora una volta riesce a dare la mano a chi vuol sentirsi vittorioso in qualcosa, arrivare alla partenza, perché l’arrivo è per pochi, forse non si arriva mai, perché in cima si vede tanta roba, significa che è solo una piccola parte di quello che c’è da vedere.

Durante il percorso la modernità prende piede mostra come il tempo stia mangiando l’intonso, anche in Himalaya, ma alla fine non tutti possono andare avanti, la protagonista è una, ma tanti arrivano alla partenza.

Il film è davvero interessante perché non crea il mito della cima e non crea il mito del rischio, ma costruisce il senso della misura, prima di tutto con se stessi, come concludono le due protagoniste, poi con la montagna, e niente, la montagna naturalmente vince, senza partita. Noi, forse, possiamo provare a vincere giocando a carte, ma poco di più..

MC

martinacecco
martinacecco
Giornalista pubblicista e facebook blogger. Scrivo per Donnissima il blog in rosa dal 2005. Dirigo Secolo Trentino e Liberalcafé. Laureata in Filosofia Politica presso l'Università degli Studi di Trento. Lavoro dal 2024 come PR e Merchandiser presso Eventi, GDO, Retail e Ristorazione. Collaboro con YouGov per il monitoraggio degli andamenti di mercato come Data Insert. Ho concluso un mastering post laurea, la Scuola di Formazione Politica presso la Fondazione Luigi Einaudi. Sto frequentando il Master in Giornalismo presso la RCS Business Academy, presso il Corriere della Sera.Nel tempo libero scrivo poesie, brevi saggi, innesti filosofici, pratico molto sport. Socio sostenitore di Secolo Trentino e Lodi Liberale, sostengo UNHCR per i rifugiati politici e alcune associazioni che pagano cure mediche per malattie rare e supporti tecnici per i disabili. :-)

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