Tupac Shakur, trent’anni dopo

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La nostra anagrafe ci ha permesso solo in parte di conoscere il mondo dell’hip hop. Siamo stati marginalissimi osservatori, talvolta in ascolto di tali formule di musica, che per molti musica più non sono. Tuttavia Tupac ci costrinse ad ascoltarlo.

Il primo a consegnarci parlato su musicale, a nostra memoria, fu l’italianissimo “jazz man” Fred Buscaglione, piemontese, classe 1921, scomparso prematuramente in un sinistro stradale filmico: all’alba del 3 febbraio 1960, a Roma, dopo una notte trascorsa in giro per locali e intrattenendosi con colleghi, a bordo della sua Thunderbird rosa scontrò un camion, situazione simile a quella di Rino Gaetano anni dopo.

Ritroviamo la modalità musica+parlato nel 1980, con il successo internazionale del campano Pino D’Angiò “Che idea”, nel momento storico in cui il genere si stava sviluppando contemporaneamente oltre oceano.

Il gruppo che sollevò l’interesse generale nel mondo allora detto rap o urban (ma cambia spesso denominazione anche a seconda dello stile), attirando l’attenzione di chi non lo conosceva affatto, fu quello dei “Public Enemy”, dedito a strali contro i potenti del mondo, bianchi ovviamente; la band, in particolare nella persona del portavoce “Professor Griff”, fu messa sotto accusa per alcuni testi considerati antisemiti e omofobi.

Public Enemy

In Italia, nel frattempo, prendeva piede un certo Jovanotti, a suo dire emulo dell’americano Vanilla Ice, questi espressione “white” del genere, in chiave soft; mentre dal canto suo Ice – T inaugurava quasi ufficialmente il filone gangsta – rap, più violento e antagonista, tranne calmarsi anni dopo, quando diventerà uno dei protagonisti della serie “Law and order SVU”. In Italia la scena languirà fino all’esplosione dei “fenomeni” della produzione milanese, dai Sottotono, a Neffa, da J – Ax ai “ Gemelli diversi”, Club Dogo, Fabri Fibra e tutta una serie di personaggi oggi attenzionati anche dal festival di Sanremo, in testa Fedez, ora quasi bardo politico.

Si arriva così al decennio novanta. Piccoli ribelli afroamericani crescono e si affacciano al panorama in fermento, che vede affermarsi anche la figura di Eminem, il più famoso tra i cosiddetti “trash white” (sorta di spregiativo per indicare caucasici sfigati che bazzicano i ghetti), campione di  “freestyle”, ovvero l’improvvisazione di versi su musica sincopata che si richiama all’R&B, ma si divide poi in sottogruppi di ogni ispirazione. Tra le innumerevoli collaborazioni si notano quelle sue con Fifty Cents e di quest’ultimo con un altro pop rapper, Justin Timberlake: un habitat contornato dalle star degli anni duemila quali Destiny’childs, da cui è uscita Behoncé, J Zed, marito di lei, Kayne West, e vari divi o sottodivi, a partire da Lil Wayne, T Pain, e tanti altri apparentemente antisistema per qualche incidente di percorso giudiziario; in campo femminile spicca la grintosa Missy Elliott.

Si andarono formando i due schieramenti West, californiani, e East Coast, sostanzialmente newyorchesi.

Un discorso a parte riguarda Snoop Dogg (ovest) e Diddy ( est), quest’ultimo fondatore della label “Bad Boys Records” che lanciò, tra gli altri Notorius B.I.G.; senza scavare nelle loro storie, lo smalto e il glam di cui si sono ammantati nel tempo i due principali esponenti, ha tolto loro l’alone “da strada”, facendone dei simboli dell’ex “pimp” (magnaccia) che ha fatto fortuna, superando anche Dr Dre (ovest), fondatore della Death Row con Suge Knight, noto facinoroso. Dogg, emerso come esperto di desinenze slang per seguaci, per un periodo convertito rastafari col nome di Snoop Lion e propagandista woke, ci è stato perfino proposto come tedoforo alle Olimpiadi di Parigi 2024 e a quelle di Milano 2026, in barba ai suoi trascorsi da spacciatore.

L’ambiente intorno al clima della West è descritto nel film “Hollywood homicide”, con Harrison Ford, del 2003. Più incisivo, pur non parlando di musica, ma per inquadrare il contesto west, è il semisconosciuto “Nella giungla di cemento” (in originale “Menace II society”), dei fratelli Hughes, 1993, ambientato nel ghetto losangeleno di Watts, noto per l’alto tasso di criminalità e le frequenti sommosse.

Le etichette più gettonate, alla fine degli anni novanta, erano appunto la Bad Boy Records, e la Death Row Records. Per ragioni sostanzialmente ignote ai non addetti ai lavori si creò, o venne alimentato a scopi commerciali, un clima di tensione e di accesa rivalità, pare partita da ovest, che i media denominarono “guerra del rap”. Ovest viene descritto come fiero di esaltare le contrapposizioni violente, Est più impegnato e ideologico.

I critici non hanno dubbi sulla nascita del genere nel Bronx, a New York ma, quando dalla California giunsero i primi emergenti con i loro testi bellicosi, di fatto appropriandosi del gangsta rap, la Grande Mela reagì rabbiosamente sentendosi sorpassata, in particolare dalla contaminazione con lo stile funk, di cui divenne campione appunto Dogg, prodotto da Dre. Questo ambito musicale veniva ritenuto di stampo machista e sessista, fino all’ammorbidimento del terzo millennio.

In questo humus spuntò la stella di Tupac Shakur.

Tupac (poi detto 2Pac) Amaru Shakur nacque a New York, il 16 giugno 1971. La madre Afeni, attivista del “Black Panther party”, accusata di cospirazione, era in carcere incinta e fu rilasciata in vista del parto. Il nome del piccolo era Lesane Paris Crooks, ma fu cambiato in quello che conosciamo, in onore di un nativo peruviano ribellatosi agli spagnoli; il padre biologico, tal Billy Garland, sparisce subito dalla storia, Afeni si risposò; vengono riportati un fratellastro e una sorellastra, comunque anche il patrigno finì in carcere accusato per una sparatoria con vittime, e la famiglia si ritrovò a vivere per strada. Vuoi per questo che per l’ideologia massimalista respirata dalla nascita, il piccolo crebbe assimilando un’impostazione tra il marxista e il rivoluzionario, finendo poi per ammirare Nicolò Macchiavelli, tanto da aggiungere “Makaveli” alle sue generalità.

Madre e figli si trasferirono a Baltimora, dove il ragazzo studiò alla scuola d’arte, mettendosi in evidenza anche come attore e ballerino, e studiò intensamente le letterature mondiali; il nucleo in seguito si spostò dalle parti di San Francisco.

Tupac e Afeni

La biografia continua con il classico andamento di un film gansta. La madre si faceva di crack e il figlio spacciava, anche se nel suo giro lo incoraggiavano a coltivare i suoi talenti e la grande amica e collega, Leila Steinberg, lo introdusse nell’ambiente musicale.

Del 1991 è il suo primo album “2Pacalypse Now”, ritenuto un manifesto di incitamento alla violenza, mentre il cinema bussava alla porta. Tuttavia bussava pure la Polizia, con varie accuse di aggressione, anche ad Allan Hughes, uno dei registi del citato “Nella giungla di cemento”. Il vice del presidente Bush sr, Dan Quayle, affermò, in sostanza, che tali “artisti” erano da mettere al bando.

L’ormai quasi divo schivò la condanna per aver sparato a due poliziotti fuori servizio, ma incappò nella solita accusa di abusi sessuali e vari altri reati connessi agli stupefacenti, fino al primo campanello d’allarme: il 30 novembre 1994 gli spararono in Times Square, divenuto territorio nemico per lui, considerato “venduto” alla West. Non ancora guarito, lo condannarono per la storia degli abusi; la detenzione fu alleviata dall’uscita dell’album “Thug life” ( circa “ vita da strada”) e, soprattutto, “Me against the world” con la hit “ Dear mama”.

Durante la reclusione ci fu tempo anche per un matrimonio lampo, con l’attrice Keisha Morris, dissolto dopo la liberazione.

Suge Knight, capo della Death Row, pagò la cauzione e il cantante poté uscire anticipatamente dal carcere e continuare l’avviata marcia trionfale, che però lui stesso costellava di spine. Infatti iniziò subito a lanciare accuse sui responsabili dell’attentato alla sua persona, facendo i nomi di Diddy (allora detto “Puffy”) e The Notorius B.I.G., cui addebitava anche di avergli rubato dei versi, mentre scalava le classifiche il nuovo album “All eyez on me”, con la celeberrima track “California love” (feat dr Dre): pezzo che, per chi crede nella faida, rappresentava il tradimento finale di Shakur nei confronti delle sue origini.

Per inciso Diddy (vero nome Sean Combs) è attualmente detenuto per sfruttamento della prostituzione, dopo una sfilza di accuse, compresa quella di aggressione sessuale su uomini e donne, e festini che avrebbero coinvolto il principe Harry d’Inghilterra,

Si arriva così al fatale 7 settembre 1996. Tupac, ormai paranoico sulla propria incolumità, si presenta, in compagnia di Suge e di un nugolo di bodyguard, all’MGM di Las Vegas per assistere all’incontro tra Mike Tyson e Bruce Seldon. “Iron Mike” liquida l’avversario in due minuti e il rapper esce per un concerto di beneficenza; ma gli spiriti sono accesi e non pacifici se, all’uscita dal palasport, si scatena una rissa tra i guardiaspalle e Orlando Anderson, membro di una gang occidentale,  ma che sarebbe servita da base d’appoggio per quelli della costa orientale. In qualche modo Shakur e Knight si mettono in viaggio sulla BMW del secondo; una Cadillac con a bordo quattro individui li affianca e fa fuoco, beccando il rapper che, si dice per il caldo, eccezionalmente non indossava il giubbotto antiproiettile. Dopo alcuni interventi chirurgici, viene dichiarata la morte il 13 settembre. Il corpo sarà subito cremato; pare che parte delle ceneri siano state mescolate a erba fumata dagli amici intimi, il resto è stato disperso da qualche parte, forse in mare.

Afeni si precipita a blindare i diritti d’autore, dedicandosi poi alla lotta contro l’omofobia nelle Black Panthers; è scomparsa nel 2016.

Tutto tace per anni, forse per insabbiamenti e depistaggi ( come al solito, da Marilyn Monroe in avanti), finché lo zio di Anderson, nel 2009, se ne esce con accuse al nipote e a se stesso, come componenti del commando omicida del cantante. Orlando, schierato con la Ovest, era stato ucciso nel 1998, come l’ex amico, poi acerrimo nemico, di Tupac, Notorius, assassinato nel 1997. Per tale ragione al tempo non si procedette, nonostante la stessa Afeni puntasse il dito contro quel gruppo criminale, come esecutore per conto di mandanti di altissimo livello, irritati, o impauriti, dai testi del figlio contro la Polizia e il razzismo a suo avviso ancora imperante negli States.

Nel mirino dei possibili colpevoli è entrato ovviamente Suge Knight ( oggi sessantenne, in carcere per omicidio), dicono preoccupato perché il suo protetto voleva fondare una propria etichetta; contro di lui si scagliò Snoop Dogg, ricevendo in cambio da Suge l’accusa di essere una spia dei quartieri alti ( e la sua passerella a Parigi 2024 fa pensare che il trecciuto Dogg abbia buone aderenze).

Residualmente vegetano accuse all’indirizzo del defunto Notorius. Tutto sarebbe partito da Tupac, vantatosi pure di essere andato a letto con la moglie del pingue rivale. Qualcuno parla di responsabilità di Diddy. La stessa vittima nutriva dubbi su di loro, già riguardo il primo tentativo di ucciderlo.

Orlando Anderson, invece, avrebbe scippato la collana a Trevor Lane della Est, gesto considerato il massimo affronto tra rapper e considerato quale avvertimento per un atto futuro di maggiore gravità contro ovest; indagato è anche Duane Davis, supposto autista della Cadillac assassina.

Il cold case ripescato in modo così discutibile non ci appassiona e ci confonde. L’odio tra gang non avrebbe molto senso, visto che anche Anderson gravitava a ovest e non è stata dimostrata una sua complicità con l’est; avrebbe avuto più motivi di astio Trevor Lane, per vendicarsi della collana strappata; piuttosto, sembrerebbe un regolamento di conti per questioni che con la musica non avrebbero a che vedere.

Naturalmente c’è chi dà il rapper ancora per vivo, ricordando alcune sue dichiarazioni su una certa stanchezza per le pressioni della fama; e che, in un certo video postumo, egli indossa calzature non ancora prodotte fino al 1996.

La  sua figura, peraltro, solleva sempre interrogativi e stimola analisi sociali.

L’hip hop – almeno quello americano – non gode di buona reputazione, per le smarronate, le volgarità e il sessimo che lo connotano (oggi meno), il lusso pacchiano degli esponenti, l’attitudine, se non sempre alla violenza, comunque a una assertività arrogante e, non da ultimo, per il curriculum criminale di parecchi rapper. Tupac ovviamente negava la predisposizione e l’incitamento alla brutalità, rivendicando il diritto di difendere la sua classe sociale dai soprusi di una controparte sempre individuata negli uomini bianchi in divisa.

Viene ostentata una “fierezza negra” nutrita da una contrapposizione che nessuno, né teorico aguzzino né vittima, vogliono cessi, come in un’eterna corrida in cui, sotto sotto, si auspica la morte del torero perché eccita, scatena l’adrenalina, allontana la morte da sé, fino a che essa non volgerà lo sguardo anche su chi si pensava indistruttibile. Non pare che Tupac disdegnasse, pur da asserito comunista, agi e privilegi da star e di più ne avrebbe goduti se avesse continuato a vivere.

Se non termineranno il subdolo e perverso gioco di adorare il sangue altrui, la gioia della morte per delega, il godimento per il dolore del prossimo, il voyeurismo del male, si continuerà a far questioni di etnia, colore o ideologia allo scopo di perpetuare le persecuzioni e poter creare agnelli sacrificali da dare in pasto agli spalti.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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