Al Festival dell’Economia di Trento si è aperta una parentesi letteraria dedicata a Guido Gozzano, poeta crepuscolare oggi poco ricordato ma considerato uno dei più raffinati del Novecento. A raccontarlo è stato Edoardo Prati, giovane divulgatore di studi classici in dialogo con il giornalista Stefano Biolchini. Rarissimo evento in cui si parli, in Italia, del crepuscolarismo gozzaniano, tuttavia fondamentale per comprendere appieno la cultura dell’Italia moderna che, anche senza volerlo, specialmente quando si parli di giovani e di economia, a questo giovane poeta, molto debba.
Prati ha spiegato perché Gozzano, con la sua ironia e autoironia, può parlare ancora ai giovani: lo ha definito provocatoriamente “la drag queen della letteratura del Novecento”, capace di reinventare se stesso e di mostrare che ognuno ha il diritto di immaginare un’identità diversa da quella imposta dal contesto. Un umanesimo al contrario, raffinato e sarcastico, che dovrebbe servire per riportare alla ragione chi spezza l’incantesimo della realtà per sfuggire alla contemporaneità del divenire.
Malato fin da ragazzo e morto di tubercolosi a 32 anni, Gozzano rifiutò il mito del superuomo dannunziano e scelse un tono disincantato per raccontare la giovinezza mancata, come nella raccolta I colloqui, dove parla del proprio passato come di un “romanzo non vissuto”. Gozzano serve per dare un colpo allo stomaco a chi vive campato per aria, senza radici, senza speranza, per mettere in ordine i pezzi della gioventù degradata, dare uno scossone.
Prati ha guidato il pubblico tra testi celebri – Le amiche di nonna Speranza, Le golose, La signorina Felicita – mostrando come Gozzano sappia rendere comiche le situazioni senza perdere profondità emotiva. Da qui il parallelo con il “drag”: un gioco di maschere che fa sorridere ma rivela verità intime.
MC

