Come quando improvvisamente decidi di fare un tuffo nel passato per rivedere quello che da tempo ti appassionava: è il caso di Lucio Fontana, artista che – in realtà – o piace oppure non piace. Geniale, intuitivo, iconico, in anticipo sempre su tutti i tempi, eclettico e originale.
Dal 25 al 27 maggio, al cinema, per gli appassionati, è stato possibile vedere un prodotto interessante della nuova stagione di “Nexo Studios La Grande Arte al Cinema”.
Lucio Fontana, The Final Cut, prodotto da Good Day Films e Nexo Studios, diretto da Andrea Bettinetti e con la voce narrante di Miriam Leone, è il documentario che racconta in modo chiaro e logico il percorso che Fontana ha fatto, dalla sua terra di origine, alle spalle del papà scultore, fino all’indipendenza, in Europa e in Italia.
Lucio Fontana lo conosciamo prevalentemente per le sculture e per le tele tagliate, da cui il titolo del film, ma ridurre un artista solamente alle opere iconiche, come le uova del Concetto Spaziale, La fine di Dio, oppure per le sue installazioni tridimensionali, che ci riportano al futuro anteriore, allora non si rende merito alla mano e alla mente.
Possiamo trovare Lucio Fontana a Milano, presso il Museo del Novecento dove troveremo la celeberrima installazione cosmologica spaziale, oppure a Roma alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (GNAM) oppure a Venezia alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna.
Lo Spazialismo e il Manifesto Bianco
L’artista ha creato lo Spazialismo, cioè il modo di scolpire, lui lo faceva anche modellando con le dita, ma anche scolpendo o installando, lanciando il creativo oltre la superficie e oltre la materia.
La mano è l’operatrice che rende concreta l’idea, che parte dalla mente dell’artista, che la trae a sua volta dall’esperienza e dalla propria mediazione. Lo slancio creativo riporta l’idea al tridimensionale, ma deve andare oltre la materia, elevandosi a concetto spaziale, non a misura o forma, che è il mezzo ma anche il limite. Squarci e parziali compimenti che hanno i buchi, dove lo spazio vuoto è quello che resta oltre l’idea.
Quindi l’idea può essere l’elemento di confronto, ma anche di paragone, ma anche di riferimento, che ancora l’esperienza all’ignoto. Così non resta altro che pensare a quello che si può vedere come oltre una grata, da piccoli, quando si gioca a spiare.
Senza dubbio non è solo questo, l’artista, ma questo è quello che resta, la sintesi di un percorso che lo ha portato man mano a qui.
In collaborazione con la Fondazione Lucio Fontana, Lucio Fontana, The Final Cut offre un approccio internazionale e completo sulla figura di Fontana, che diventa interessante perché a raccontarcelo sono a loro volta altri artisti, che così lo contaminano con un punto di vista.
Una vita di avanguardia
Il documentario è allora un insieme di punti di vista, di registrazioni e di elementi storici, con preziosissimi materiali d’archivio, inediti. L’emozionante percorso del simpatico e divertente artista, sempre giovane nell’animo, fino alla fine, ripercorre l’epoca delle ceramiche, del design, degli anni ’60 dei manifesti teorici e dei tagli e dei buchi.
Lucio Fontana era nato a Rosario, in Argentina, nel 1899: ha studiato alla Scuola di Belle Arti in Buenos Aires, quindi in Italia, per un’educazione italiana, in Italia aveva una casa e uno studio a Comabbio, dove è arrivato dopo gli anni dell’esperienza milanese. Ha insegnato nei più grandi musei di tutta Europa.
Nel documentario la sua esperienza individuale artistica parte dalla mostra a New York presso la galleria Martha Jackson, per terminare di nuovo nella casa di famiglia di Comabbio dove muore nel settembre 1968. Si parla, anche, della sua grande passione per i dialoghi artistici con i giovani, che sono – probabilmente – una delle più belle novità di questo iconico personaggio.
Un artista completo
In Fontana possiamo trovare di tutto: le arti classiche e figurative dei primi anni di formazione, la ceramica e il barocco, che lavorava in Italia, quindi lo Spazialismo che egli fondò con il Manifesto Bianco, che però non poté esplicitamente lanciare di persona per motivi di diritti accademici.
Le sue sculture saranno, probabilmente, molto difficili da interpretare, ma contengono il messaggio dell’artista, che in esse ripone le sue aspettative.
Martina Cecco

