La Danimarca torna a discutere del richiamo islamico alla preghiera diffuso tramite altoparlanti. Il ministro per l’Immigrazione e l’Integrazione Morten Bødskov ha annunciato la riapertura di un’indagine per verificare se sia possibile vietare o limitare il bønnekald, l’Adhan, negli spazi pubblici.
In un commento scritto riportato dalla stampa danese, Bødskov ha affermato che il richiamo alla preghiera «non appartiene alla Danimarca», spiegando che il governo vuole chiarire quali strumenti giuridici possano essere utilizzati per regolamentarne o limitarne la diffusione. Il ministro ha definito l’iniziativa un atto di «dovuta prudenza», spiegando che il governo vuole «proteggere la Danimarca dall’islamizzazione che già occupa troppo spazio pubblico» e valutare quali strumenti giuridici possano regolamentarne o limitarne la diffusione.
Si tratta del terzo tentativo promosso da un ministro socialdemocratico negli ultimi cinque anni. In precedenza anche Mattias Tesfaye, nel 2020, e Rasmus Stoklund, nel dicembre 2025, avevano avviato verifiche analoghe, poi rimaste senza sviluppi anche a causa dello scioglimento anticipato del Parlamento. La nuova iniziativa conferma la linea restrittiva adottata dai governi guidati dalla premier Mette Frederiksen sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione.
A rendere significativa la decisione è anche il numero contenuto delle segnalazioni. Secondo i dati raccolti dal ministero, su 78 comuni che hanno risposto soltanto tre — Copenaghen, Brøndby e Odense — hanno riferito di aver ricevuto lamentele o richieste di autorizzazione relative al richiamo alla preghiera; il ministero ha inoltre acquisito dati dalla polizia, secondo cui due distretti hanno registrato episodi riconducibili alla preghiera o al richiamo udibile nello spazio pubblico. Per l’esecutivo, tuttavia, la questione riguarda non solo il disturbo acustico, ma anche il ruolo dei simboli religiosi nello spazio pubblico.
L’annuncio, arrivato a ridosso della sessione di interrogazioni in Parlamento di mercoledì 24 giugno, ha immediatamente acceso il confronto politico. Il Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti), che ha presentato una proposta parlamentare per vietare il richiamo alla preghiera amplificato negli spazi pubblici, ha accolto con favore la riapertura dell’indagine. Sul fronte opposto, associazioni musulmane, parte della sinistra e diversi studiosi di religione hanno criticato l’iniziativa: ricercatori come Tim Jensen, dell’Università della Danimarca del Sud, osservano che nel Paese i casi reali di richiamo alla preghiera diffuso dalle moschee sono pressoché inesistenti, e ritengono che eventuali restrizioni rischino di entrare in conflitto con la libertà di culto tutelata dalla Costituzione danese (Grundloven) e dalle convenzioni europee.
Il caso danese si inserisce in un contesto europeo articolato. In Francia, ad esempio, non esiste un divieto nazionale dell’Adhan: eventuali limitazioni vengono generalmente adottate a livello locale attraverso le norme sulla tutela della quiete pubblica. Negli ultimi anni, tuttavia, anche Parigi ha approvato misure che hanno alimentato il dibattito sul rapporto tra libertà religiosa e spazio pubblico, come il divieto del velo integrale nei luoghi pubblici e lo stop alle preghiere di strada.
L’indagine annunciata dal governo dovrà ora chiarire se la normativa danese consenta di introdurre restrizioni specifiche sull’utilizzo di altoparlanti per il richiamo alla preghiera. Il suo esito potrebbe diventare un precedente rilevante nel dibattito europeo sull’equilibrio tra libertà di culto, integrazione e identità nazionale.

