Sei anni di dibattito sul contenuto del laptop, molto meno sulla filiera che portò quel materiale — e le accuse costruite attorno — fino alle redazioni
Hunter Biden dice di non avere «letteralmente alcun ricordo» di aver lasciato un computer nel negozio di riparazioni di John Paul Mac Isaac, in Delaware. Poi chiude: «No, la risposta è no». È quanto afferma nel podcast di Tucker Carlson, ed è un’affermazione destinata a riaprire una vicenda che accompagna la politica americana da quasi sei anni.
Nell’ottobre del 2020, poche settimane prima delle elezioni presidenziali, il New York Post pubblicò una serie di documenti attribuiti a un laptop che — secondo il racconto di Mac Isaac, che Hunter Biden oggi contesta — Hunter Biden avrebbe portato in riparazione nell’aprile del 2019 senza poi tornare a ritirarlo. Email, fotografie e altri file personali furono utilizzati per ricostruire i suoi rapporti d’affari e, soprattutto, per cercare eventuali collegamenti con il padre Joe Biden, allora candidato alla Casa Bianca. Da quel momento il cosiddetto “laptop di Hunter Biden” è diventato molto più di un computer: un caso politico, mediatico e giudiziario.
Oggi Hunter sostiene che quella ricostruzione non corrisponda a ciò che accadde. La sua resta, naturalmente, la versione di una parte direttamente interessata, resa durante una conversazione di oltre due ore che non può, da sola, risolvere una vicenda così complessa. Ma proprio durante quel colloquio emerge qualcosa di forse ancora più interessante della smentita di Hunter. Ed è Tucker Carlson a raccontarlo, uno dei protagonisti mediatici che allora fu tra i suoi accusatori.
L’ammissione che cambia la prospettiva
«L’accusa secondo cui il laptop avrebbe provato abusi su minori veniva dagli israeliani», sostiene Carlson. Racconta di aver mandato un proprio producer a incontrare una persona che descrive come collegata a Benjamin Netanyahu. E aggiunge: «Mi sembrava che a Washington lo sapessero tutti. Ma c’era una tale pressione a non criticare mai Israele». Poi arriva il passaggio decisivo: «Su Fox News non l’ho detto. Lo ammetto. Ero parte del problema anch’io, ma lo sapevo».
Su questo punto il quadro è molto più netto. Nelle verifiche giornalistiche affidabili del materiale non sono emerse immagini o video espliciti di minori. Anche The Independent, nel resoconto dell’intervista, definisce falsa quell’accusa e ricorda che le immagini di nudo emerse riguardavano Hunter Biden e donne adulte. Hunter la respinge categoricamente e afferma che ancora oggi quella storia viene utilizzata per definirlo pedofilo.
Detto questo, occorre essere altrettanto chiari sulla ricostruzione di Carlson. Non presenta documenti che permettano di verificarla. Non fornisce nomi né elementi sufficienti a trasformarla in un fatto accertato, e parla di “israeliani” al plurale dopo aver citato una sola persona, che descrive genericamente come vicina al primo ministro: chi sarebbe stato coinvolto — apparati, ambienti politici, privati — resta indeterminato. La dichiarazione di Carlson non dimostra un coinvolgimento del governo israeliano o di Netanyahu.
Va considerato anche chi parla. Carlson non è soltanto uno dei protagonisti mediatici di quella stagione: è oggi una delle voci più marcatamente critiche verso Israele all’interno del mondo conservatore americano, posizione che gli è valsa polemiche pubbliche anche nelle ultime settimane. La sua ricostruzione punta esattamente nella direzione delle sue attuali battaglie, e questo non la rende falsa, ma impone di trattarla per ciò che è: una testimonianza interessata, non una prova.
Esiste però una parte della sua dichiarazione che riguarda direttamente lui e il suo comportamento. Carlson afferma di avere ricevuto quell’informazione e ammette di avere scelto di non raccontarla ai propri telespettatori. È una dichiarazione che riguarda direttamente il suo comportamento; resta invece da verificare autonomamente la ricostruzione che fornisce sull’origine dell’accusa.
È probabilmente il passaggio più interessante dell’intervista, perché sposta la questione. Non più soltanto: da dove arrivavano i dati di Hunter Biden? Ma anche: chi poteva conoscere la provenienza di alcune delle accuse costruite attorno a quei dati, e perché decise di non raccontarla?
È una domanda che riguarda il funzionamento dell’informazione molto più del destino personale di Hunter Biden. Una fonte interessata può consegnare materiale a un giornalista, suggerirgli una lettura, cercare di indirizzare una narrazione contro un determinato avversario. Tutto questo appartiene da sempre alla storia del giornalismo e della politica. Il problema nasce quando l’origine dell’informazione diventa secondaria rispetto alla sua utilità politica. Carlson, almeno per quanto riguarda se stesso, oggi sostiene di essere stato parte di quel meccanismo.
Cosa dice Hunter Biden
La ricostruzione proposta da Hunter Biden si basa sostanzialmente su tre elementi.
Il primo riguarda la cronologia. Hunter richiama la testimonianza di Lev Parnas alla commissione Oversight della Camera: Parnas ha dichiarato che Giuliani lo coinvolse già nel novembre del 2018 nella ricerca in Ucraina di informazioni compromettenti sui Biden. Per Hunter questa cronologia dimostrerebbe che l’interesse verso materiale che lo riguardava era precedente alla vicenda del computer lasciato nel negozio di Mac Isaac. Nella stessa testimonianza Parnas arrivò a sostenere che «le sole informazioni mai spinte sui Biden e l’Ucraina sono arrivate dalla Russia e da agenti russi». È una sua affermazione, resa sotto giuramento, non la prova dell’origine dell’archivio del laptop; mostra però quanto la ricerca di materiale compromettente sui Biden si muovesse già allora attraverso una rete di soggetti e interessi più ampia della successiva vicenda del negozio del Delaware.
La seconda questione riguarda la provenienza dei file. Hunter sostiene che ciò che negli anni è stato definito genericamente “il laptop” fosse in realtà un archivio molto più ampio. Durante l’intervista Carlson gli suggerisce che parte del materiale potrebbe essere arrivata dal cloud. «Esatto. Mi hanno violato il cloud», risponde Hunter, precisando però subito di averlo appreso da un libro: non rivendica una conoscenza diretta né prove tecniche.
Anche in questo caso è necessario distinguere i piani. Che determinati documenti o fotografie appartenessero realmente a Hunter Biden non dimostra automaticamente in quale modo sia stato assemblato tutto il materiale successivamente circolato sotto l’etichetta del “laptop”. L’autenticità di un file e la provenienza dell’intero archivio sono due questioni differenti.
Il terzo punto riguarda gli attori che avrebbero avuto accesso o interesse verso quel materiale. Hunter parla di tre filoni: uno israeliano, uno russo-ucraino e uno americano, nel quale cita tra gli altri Steve Bannon, Rudy Giuliani, Guo Wengui, Lev Parnas e Igor Fruman. È anche la parte più fragile della sua ricostruzione, perché manca una prova capace di unire tutti questi elementi. Lo riconosce lui stesso: quando Carlson gli chiede chi abbia materialmente sottratto i dati, Hunter risponde che non dispone di prove forensi e che la sua ipotesi vale quanto quella dell’intervistatore.
Quello che Hunter non nega
Presentare Hunter Biden semplicemente come vittima innocente di una gigantesca operazione politica sarebbe altrettanto scorretto. Lui stesso non lo fa. Di ciò che è stato diffuso ed era autentico dice: «è tutto mio». Fotografie, messaggi, anni segnati dalla dipendenza: Hunter non sostiene che tutto quanto è stato pubblicato fosse falso. La sua contestazione riguarda soprattutto il modo in cui quell’enorme quantità di dati sarebbe stata ottenuta e l’interpretazione politica che ne è stata data.
In particolare continua a negare che quei documenti dimostrino un coinvolgimento criminale di Joe Biden nei suoi affari. Anche quando si parla di Burisma evita di presentarsi come innocente da ogni responsabilità. Definisce l’incarico nella società ucraina «una cosa stupida da fare» e «un’idea orribile»: «Avevo le mie ragioni, ma non sono abbastanza buone. Me ne assumo la responsabilità».
Lo stesso vale per la grazia concessagli dal padre nel dicembre del 2024. Hunter riconosce apertamente il proprio privilegio: dice di aver ricevuto vantaggi straordinari, «fino alla grazia», e osserva che nessun altro al mondo si è trovato nella sua posizione. Sono ammissioni che non cancellano le domande sul suo passato, ma rendono l’intervista meno semplice di quanto potrebbe sembrare leggendo soltanto i nomi dei due protagonisti.

Cosa invece è accertato
Proprio perché il punto centrale è il percorso del materiale, conviene ricordare ciò che sul resto è già documentato, e che non coincide con nessuna delle due narrazioni militanti.
L’FBI acquisì il computer nel dicembre del 2019 nell’ambito di un procedimento del grand jury, dieci mesi prima della pubblicazione del New York Post: la cronologia, su questo, è nota da tempo. Negli anni successivi diverse testate hanno autenticato in modo indipendente porzioni del materiale. CBS News, nel novembre del 2022, fece analizzare una copia dei dati contenente oltre 120 mila email: gli esperti consultati non rilevarono evidenze di fabbricazione o manipolazione dei dati utente. Il Washington Post, nel marzo del 2022, riuscì a verificare crittograficamente migliaia di email, pur sottolineando che la maggior parte del materiale non poteva essere autenticata con gli stessi strumenti e che le copie ricevute presentavano problemi nella catena di custodia. Nel giugno del 2024 i dati furono ammessi come prova nel processo federale a carico di Hunter Biden per tre reati connessi all’acquisto e al possesso di un’arma da fuoco, con la testimonianza di un agente dell’FBI sulla loro autenticazione; il processo si concluse con una condanna; nel dicembre successivo Joe Biden concesse al figlio una grazia presidenziale piena e incondizionata. Nel settembre del 2024, infine, il Delaware Superior Court respinse le pretese per diffamazione di Mac Isaac e le controdomande presentate da Hunter Biden; la decisione è stata successivamente confermata in appello.
Sul versante opposto, la stessa vicenda produsse anche una reazione di segno contrario. Il 19 ottobre 2020, cinque giorni dopo il primo articolo del New York Post, cinquantuno ex funzionari dell’intelligence americana firmarono una lettera secondo cui la diffusione delle email presentava ‘i classici tratti di un’operazione informativa russa’. La stessa lettera conteneva però una precisazione decisiva: i firmatari dichiaravano di non sapere se le email fossero autentiche e di non disporre di prove di un coinvolgimento russo. Nel dibattito politico e mediatico quella lettera diventò comunque uno degli argomenti principali utilizzati per mettere in dubbio la provenienza del materiale.
Nulla di tutto questo chiarisce come l’intero archivio sia stato assemblato, né da dove siano arrivate le accuse costruite attorno a quel materiale. Un punto, però, è ormai documentato: non è corretto considerare indistintamente falso tutto ciò che è circolato sotto l’etichetta del ‘laptop’. Porzioni rilevanti del materiale sono state autenticate. Restano distinte le questioni della provenienza dell’intero archivio, della sua integrità complessiva e della catena di custodia, così come le modalità di diffusione e l’origine delle accuse costruite attorno al materiale.
Il problema non è stabilire chi abbia “vinto”
Chi cerca nell’intervista la prova definitiva che il laptop fosse interamente falso non la troverà. E non troverà neppure la prova definitiva di un grande complotto internazionale contro Hunter Biden. Un podcast non è un tribunale e nemmeno un’indagine forense.
Rimangono almeno tre questioni diverse, che negli anni sono state spesso confuse: l’autenticità dei singoli documenti; il modo in cui l’intero archivio sia stato ottenuto, copiato, eventualmente integrato e poi diffuso; la provenienza delle accuse e delle interpretazioni politiche costruite attorno a quel materiale. Ed è soprattutto su quest’ultimo punto che l’intervista aggiunge qualcosa.
Carlson sostiene che una delle accuse più gravi rivolte a Hunter — e, va ripetuto, non supportata da prove emerse nelle indagini o nelle verifiche giornalistiche affidabili — gli fosse arrivata da fonti israeliane, e racconta che un suo producer incontrò una persona che descrive come collegata a Netanyahu. Ammette inoltre di non aver riferito quella circostanza quando lavorava a Fox News. Non significa che la sua ricostruzione sia automaticamente vera. Significa che uno dei protagonisti mediatici di quella stagione racconta oggi un retroscena molto diverso dalla rappresentazione rimasta nell’immaginario collettivo.
Un uomo entra in un negozio, lascia un computer e non torna più a riprenderlo. Da lì comincia tutto. È una storia straordinariamente semplice. Forse troppo semplice per spiegare tutto quello che è successo dopo.
La vera storia
Il laptop, alla fine, potrebbe essere quasi la parte meno interessante della vicenda. Molto più importante è capire come un’enorme quantità di materiale personale sia diventata uno degli elementi più discussi della campagna presidenziale americana del 2020, chi abbia contribuito a farla circolare, quali interessi si siano mossi attorno a quei dati e quanto sapessero davvero coloro che li raccontavano al pubblico.
La risposta definitiva ancora non c’è. Ed è proprio questo il punto. Per quasi sei anni il dibattito americano ha discusso ossessivamente del contenuto del “laptop”, molto meno del percorso attraverso il quale quelle informazioni — e le accuse costruite attorno a esse — sono arrivate fino alle redazioni.
Carlson oggi sostiene che una di quelle accuse gli fosse arrivata da fonti israeliane e ammette di non aver raccontato quella circostanza quando lavorava a Fox News.
È un’ammissione che non assolve Hunter Biden, non dimostra un complotto e non riscrive da sola la storia del 2020. Ma obbliga a fare una domanda che avrebbe dovuto accompagnare questa vicenda fin dall’inizio: non soltanto cosa c’era dentro quei file, ma chi stava facendo circolare determinate informazioni e determinate accuse, e perché.
È una domanda elementare per qualsiasi giornalista. E forse proprio per questo è quella che, in televisione, quasi nessuno ha voluto fare.

