Ricevo un messaggio da un amico il quale, divertendosi a cercare nell’ultimo marchingegno chiamato AI su Google, ovvero intelligenza artificiale, copia-incolla e spedisce il risultato della ricerca sul mio nome. Scusa, ma perché proprio su di me? Così, per gioco, risponde. Un gioco cretino, bastava che chiedesse ed avrei soddisfatto la sua curiosità.


Do un’occhiata a malavoglia, non adoro la tecnologia avanzata perché, come scriveva il grande Faletti nella meravigliosa “Signor Tenente”, “che se non serve per cose buone può diventare così cattivo che dopo, quasi, non resta niente”. Infatti quanti posti di lavoro non esistono più sostituiti da una macchinetta, un nastro registrato, una email? Conosco persone contentissime di tutto questo progresso, orgogliose nelle loro ragioni dove basta un clic per comprare su Amazon, per ordinare una pizza, un clic per un appuntamento con il medico, un altro per il farmacista, e così via per un treno, per un volo… Non mi meraviglierò quando, con un clic, ci permetteranno di andare in bagno. Basta un clic per pisciare, potrebbe essere lo slogan dei prossimi anni.
Essi non hanno capito di essersi avviati sulla strada della perdita del contatto umano, in nome e per conto di una nuova religione chiamata consumismo, ma quando un giorno pure gli insegnanti saranno sostituiti da un’immagine video creata dall’intelligenza artificiale, probabilmente capiranno questo progresso da renderci inumani e distanti “se non servisse per cose buone di noi non resterà più niente”. Io odio tutto questo, ma altro non mi resta di rimpiangere i “quattro amici al bar”, la chiacchiera, il consiglio, il grazie-prego, toh: pure la mancia da lasciare al ragazzo.
Ed allora lasciatemi ricordare di quando, ancora sbarbato, vivevo di mille lavoretti per tirare a casa le “quattro paghe per il lesso”. Non è un mistero che vendessi i formaggi ed i salumi in quel magnifico lembo toscano chiamato Garfagnana. A Ponte di Campia, una frazione di Gallicano dove le due strade garfagnine s’intrecciano tra loro per un unirsi verso Castelnuovo Garfagnana, ancora oggi esiste un ristoro antico chiamato i “3 Tigli”.
All’ombra di questi amava rifocillarsi il Poeta Giovanni Pascoli dove, tra un bicchiere di buon vino accompagnato dalle specialità della casa con il profumo del pane cotto a legna, il Poeta chiacchierava volentieri con gli altri avventori senza mai rivendicare il suo dotto sapere. Egli, tra una conversazione e l’altra, teneva tra le braccia il piccolo Giorgio Lemetti, l’ultimo pargolo del proprietario. Chi scrive, Lemetti Giorgio, lo ha conosciuto.
Marco Vannucci
Una delle liriche più belle, della letteratura italiana, questa è X agosto di Giovanni Pascoli.
Giovanni Pascoli, nato a San Mauro di Romagna 31 dicembre 1855, cessò la vita terrena a Bologna 6 aprile 1912. Definito come un esponente del decadentismo fu in realtà un rivoluzionario per l’uso della propria tecnica sperimentale di ricerca linguistica, con la quale riuscì ad aprire la poesia al 900 con i versi gentili, armoniosi, descrittivi soprattutto della natura. Con la raccolta Miricae, il Poeta, rivela l’attitudine di vedere il mondo con gli occhi di un bambino. E con quegli occhi riuscirà nel scrivere liriche meravigliose. Iscritto alla facoltà di lettere classiche all’Università di Bologna, condotta dal Rettore Giosuè Carducci, intrecciò diverse amicizie utili al suo percorso culturale e politico, tra i quali Severino Ferrari con cui collaborò nel formare un’organizzazione politica all’interno dell’ateneo. Per la partecipazione ad una manifestazione ostile nei confronti del Ministro della cultura Bonghi, fu arrestato insieme a diversi universitari. Pascoli conobbe le patrie galere per ben 6 mesi prima di essere assolto con formula piena. Lo spirito rivoluzionario del Pascoli, il suo battersi contro le ingiustizie, trova origine nell’assassinio del padre Ruggiero. Una morte, quella del padre, capace di influenzare il Poeta per tutta la vita. Giovanni Pascoli trovò un po’ di quiete, al suo crepuscolo in quel di Castelvecchio di Barga, nella piccola frazione di Barga la quale oggi porta il suo nome: Castelvecchio Pascoli. Nel verde e nella dolcezza del paesaggio di Mediavalle Garfagnana, Giovanni Pascoli visse in compagnia della sorella Maria e del cane Gulì. Dopo la morte del Poeta, Maria Pascoli, continuò a vivere a Castelvecchio per oltre 40 anni. Il dieci agosto del 1896, Giovanni Pascoli, in una notte dove il suo dolore fu accarezzato dalla luce delle stelle sopra il cielo di Barga, il Poeta scrisse X Agosto. In seguito aggiunta al Poema Miricae.
MV
X Agosto
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh!, d’un pianto di stelle lo innondi
quest’atomo opaco del Male!

