«La lista dei donatori è pubblica sul sito di Food for Profit». Giulia Innocenzi interviene sulla nuova polemica relativa ai finanziamenti del documentario sugli allevamenti intensivi e respinge l’idea che ci sia un “mistero” sulla provenienza dei fondi.
La giornalista, inviata di Report e autrice di Food for Profit insieme a Pablo D’Ambrosi, ne ha parlato durante la trasmissione Urto su Radio Cusano, dopo gli articoli pubblicati nei giorni scorsi da Il Giornale.
«Il Giornale ha rilanciato un caso morto e sepolto due anni fa. È una non-notizia che cerca di screditare Report, all’interno di questa macchina del fango che sta andando avanti da settimane», afferma Innocenzi.
Al centro della discussione sono tornate le modalità con cui venne finanziato Food for Profit, documentario dedicato agli allevamenti intensivi, ai finanziamenti europei destinati al settore e ai rapporti tra industria della carne, lobby e politica.
«Un mistero talmente da giallo che i nomi di coloro che hanno donato sono di dominio pubblico», sostiene Innocenzi. «La lista dei donatori è consultabile sul sito di Food for Profit fin dal primo giorno, e si tratta di cittadini e fondazioni, non di aziende».
Sul sito ufficiale del documentario è effettivamente presente una pagina dedicata alle persone e alle realtà che hanno contribuito alla realizzazione del progetto. Tra gli “executive producers” vengono indicati, tra gli altri, Avaaz, Davide Parenti, Vice Italia, Sebastiano Cossia Castiglioni, Vegan Grants, Fondazione Prima Spes, Green World e Michiel Van Deursen.
Innocenzi ricostruisce anche le difficoltà incontrate nella fase iniziale della produzione.
«Negli anni, non avendo a disposizione fondi pubblici e non avendo una casa di produzione alle spalle – poiché nessuno voleva produrre un documentario contro i colossi della zootecnia – ho chiesto un contributo ai cittadini vegani, agli amanti dei diritti degli animali e a chi credeva nella denuncia di Food for Profit. Era l’unico modo che avevo per portare avanti questo documentario».
Uno dei contributi tornati al centro dell’attenzione è quello da 5mila euro attribuito a Michiel Van Deursen. Innocenzi sottolinea come la questione fosse già emersa in passato e come quella cifra rappresentasse una parte limitata dei circa 350mila euro indicati come budget complessivo del film.
«Non è lo scoop che hanno voluto far credere. Un sito legato alla zootecnia aveva già lanciato la notizia di questi 5.000 euro, su un budget di 350 mila, arrivati dal cittadino olandese Van Deurse. Da lì ci sono già state interrogazioni parlamentari di Fratelli d’Italia e della Lega che chiedevano spiegazioni, e la Rai rispose già all’epoca».
Il documentario è stato successivamente trasmesso da Report su Rai 3. Anche la documentazione pubblicata dalla Rai identifica Food for Profit come un film di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi e rende disponibile il testo della trasmissione.
Innocenzi riferisce inoltre che Confagricoltura ha chiesto alla Commissione per il Codice etico della Rai di approfondire il tema della trasparenza dei finanziamenti. Una reazione che la giornalista contesta.
«Mi viene da sorridere, perché questi centri di potere restano in silenzio quando attraverso le mie inchieste ho denunciato allevamenti che poi hanno chiuso o macelli che hanno messo in commercio carne scaduta. Invece, guarda caso, prendono la palla al balzo su non-notizie per cercare di delegittimare il nostro lavoro».
La vicenda arriva mentre Report è già al centro di un acceso confronto politico e mediatico. Innocenzi respinge però anche le ricostruzioni secondo cui le polemiche avrebbero prodotto divisioni all’interno della redazione.
«In questo tentativo di delegittimazione si cerca anche di mostrare una redazione disunita, ma sta accadendo esattamente il contrario. Noi siamo compatti e al lavoro sulle prossime inchieste».
La giornalista interviene infine sulle indiscrezioni relative a Giorgio Mottola, indicato in alcune ricostruzioni come possibile sostituto di Sigfrido Ranucci.
«Mottola è uno dei nostri inviati più bravi e anche uno dei più esposti, perché è quello che porta avanti tante inchieste sulla politica. Proprio per questo va difeso ancora di più».
E conclude rivendicando il ruolo del programma: «Tutti noi siamo consapevoli della responsabilità che abbiamo sulle spalle nel difendere il nostro lavoro e un presidio democratico quale è Report».

