L’idea di fondo è sorprendente ma reale: plastica e scarti alimentari possono diventare carburanti grazie a due processi chimici che usano calore e anidride carbonica.
1. Pirolisi: “sciogliere” i rifiuti con il calore
La pirolisi è un processo in cui i rifiuti vengono riscaldati ad alte temperature senza ossigeno. Nella ricerca la plastica e scarti alimentari vengono riscaldati insieme alla CO2. Da qui si ottengono:
* solidi carboniosi (simili al carbone),
* idrocarburi pesanti, che possono essere raffinati fino a diventare carburante per aerei,
* idrocarburi più leggeri, che serviranno nel passaggio successivo.
In pratica: il rifiuto si separa in parti utili, alcune solide, altre liquide o gassose.
2. Reforming a secco: trasformare i gas in carburanti puliti
Gli idrocarburi leggeri prodotti dalla pirolisi vengono trattati con un secondo processo: il reforming a secco, che usa ancora CO2.
Questo processo li trasforma in un gas di sintesi che può essere convertito in dimetiletere (DME), un combustibile che può sostituire il diesel:
* brucia pulito,
* produce meno particolato,
* è adatto ai trasporti pesanti.
3. Il catalizzatore: il “cuore” del processo
Per far funzionare bene il reforming a secco serve un catalizzatore. I ricercatori hanno sviluppato un catalizzatore fatto di nichel e molibdeno su ossido di magnesio.
La novità è che lo hanno preparato usando solventi non acquosi, ottenendo:
* pellet resistenti,
* adatti a reattori industriali ad alta pressione,
* prodotti su scala, quindi pronti per applicazioni reali.
Perché è importante
Questa tecnologia permette di:
1. Ridurre i rifiuti trasformandoli in risorse.
2. Riutilizzare la C2?, invece di emetterla.
3. Produrre carburanti utili per settori difficili da decarbonizzare, come aviazione e trasporti pesanti.
È un esempio concreto di economia circolare: ciò che oggi consideriamo scarto diventa energia.
Primo Mastrantoni
presidente comitato tecnico-scientifico di Aduc

