L’intelligenza artificiale diventa un’arma. E l’Europa rischia di restare senza la propria

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Dalla guerra informatica alla progettazione di virus, l’IA mostra sempre più chiaramente il suo carattere dual use. Stati Uniti e Cina sviluppano capacità strategiche proprie, mentre Bruxelles discute di riarmo. Ma una parte della difesa europea non dovrebbe passare proprio dalla costruzione di una vera industria dell’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale può aiutare a diagnosticare una malattia, sviluppare nuovi farmaci, aumentare la produttività e rendere più efficienti servizi e imprese. Ma, come quasi tutte le grandi innovazioni tecnologiche della storia, può essere utilizzata anche per scopi molto meno nobili. E gli ultimi sviluppi mostrano quanto rapidamente l’IA stia entrando anche nella dimensione della guerra. Del resto Internet stesso è nato originariamente per scopi militari e non è da stupirsi che ogni tecnologia sviluppata dall’uomo in realtà abbia spesso avuto uno scopo militare.

Il caso più evidente arriva dalla cybersecurity. Come ha documentato Bloomberg, modelli avanzati come Mythos di Anthropic hanno mostrato capacità sempre maggiori nell’individuare vulnerabilità informatiche e nello sviluppare strumenti per sfruttarle. Capacità preziosissime per chi deve proteggere una rete, ma che possono diventare altrettanto potenti nelle mani di chi quella rete vuole attaccarla.

È il principio del dual use: lo stesso strumento può difendere un’infrastruttura critica oppure contribuire a comprometterla.

A questo si aggiunge un altro sviluppo destinato a far discutere. Ricercatori di Stanford e dell’Arc Institute sono riusciti, in uno studio pubblicato su Science, a utilizzare sistemi di intelligenza artificiale per progettare virus capaci di infettare batteri. Non si tratta di virus creati per colpire l’uomo e le applicazioni scientifiche possono essere estremamente importanti, a cominciare dalla lotta all’antibiotico-resistenza. Ma anche in questo caso la domanda è inevitabile: che cosa potrebbe accadere quando capacità simili diventeranno ancora più potenti e accessibili?

Negli Stati Uniti il problema non viene più considerato soltanto teorico. Lo scontro tra Anthropic e il Pentagono sui limiti all’impiego militare dei modelli di IA ha mostrato come la questione sia ormai arrivata direttamente all’interno delle strutture della difesa americana. OpenAI, a sua volta, ha aperto alla collaborazione con il Dipartimento della Difesa, pur ponendo propri limiti ad alcuni utilizzi.

Intelligenza artificiale e difesa: la sfida europea

La domanda, allora, riguarda direttamente l’Europa.

Il Vecchio Continente non è completamente privo di intelligenza artificiale: esistono aziende come Mistral e diversi programmi comunitari per sviluppare modelli e infrastrutture europee. Ma sarebbe difficile sostenere che oggi l’Unione disponga di un ecosistema tecnologico paragonabile per dimensioni e capacità a quello degli Stati Uniti o della Cina.

Ed è qui che il problema diventa anche militare.

Da mesi l’Europa discute dell’aumento della spesa per la difesa, anche in risposta alle richieste provenienti dagli Stati Uniti. Più munizioni, più mezzi, più droni, più capacità militari. Tutto comprensibile. Ma che cosa significa realmente riarmarsi nel XXI secolo?

Forse una parte di quelle risorse dovrebbe servire anche a costruire una vera industria europea dell’intelligenza artificiale, del software, della cybersecurity, del cloud e della capacità di calcolo.

Perché un Paese può acquistare carri armati e sistemi d’arma, ma se il software che li rende intelligenti, le infrastrutture digitali che li collegano e i modelli che analizzano le informazioni dipendono da tecnologie sviluppate altrove, la sua autonomia strategica rimane necessariamente limitata. Concretamente ormai anche un carro armato, così come anche un monopattino, funzionano con software ed è il software che si dimostra determinante per il funzionamento o meno dell’hardware, ovvero dell’oggetto.

La questione non è quindi contrapporre armi e intelligenza artificiale. È esattamente il contrario: comprendere che l’intelligenza artificiale sta diventando essa stessa una componente della capacità militare.

Gli Stati Uniti sembrano averlo capito. La Cina anche.

L’Europa ha costruito uno dei sistemi più avanzati al mondo per regolamentare l’intelligenza artificiale e sta iniziando a investire nelle proprie infrastrutture. Ma regolamentare una tecnologia non equivale a possederla.

E se davvero l’IA sarà utilizzata per individuare vulnerabilità, respingere cyberattacchi, elaborare intelligence, controllare sistemi autonomi e sviluppare nuove tecnologie biologiche, la sovranità digitale non sarà più soltanto una questione economica o industriale: sarà una questione di sicurezza e di difesa.

Per questo, mentre Bruxelles discute di quanto spendere per il riarmo, dovrebbe forse aggiungere un’altra domanda: quanta parte di quella spesa vogliamo destinare a costruire una tecnologia europea che ci permetta, domani, di non dover chiedere agli altri anche gli strumenti digitali con cui difenderci?

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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