Cultura

La vita dannata di Fëdor Dostoevskij

Dostoevskij viene considerato ad oggi, insieme a Tolstoj, uno dei principali pensatori e scrittori russi della storia. Vissuto nel bel mezzo dell’Ottocento, partorì per tutta la sua esistenza capolavori di fama mondiale e di notevole intelletto: tra i principali, si ricordano “Delitto e Castigo”, “L’idiota”, “Povera gente” e “Memorie dal sottosuolo”.

Come racconta Pietro Citati nel suo articolo sul Corriere della Sera, la vita di Fëdor fu, sin da giovanissimo, una continua alternanza di affanni e sofferenze, soprattutto a partire dalla morte del padre, probabilmente ucciso dai contadini che egli stesso, datosi all’alcool, maltrattava: Dostoevskij, non appena ricevuta la notizia, ebbe una crisi epilettica, la prima di una lunga serie che l’accompagnarono fino alla morte. Introverso e ribelle, lo scrittore si ispirò soprattutto alla sua vita e alla condizione sfortunata dell’uomo, costretto a combattere ogni giorno contro la povertà e la durezza di una società che abbandona i più deboli.

Tuttavia, la vita di Dostoevskij subì una svolta radicale quando, nel 1849, dopo aver partecipato a società segreta con scopi sovversivi, venne arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. Insieme ad altri venti imputati, venne condannato a morte, ma proprio mentre si trovava già sul patibolo, venne annunciata la revoca della pena, tramutata in lavori forzati. Di quel momento si trovano tracce in molte sue opere, poiché, come raccontò ne “L’idiota”: “A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante di poter non morire, del poter far tornare indietro la vita. Allora, quale infinità! Si potrebbe trasformare ogni minuto in un secolo intero…”

Lasciò Pietroburgo su una slitta che lo condusse al di là degli Urali, con un freddo polare e i ferri ai piedi, da vero prigioniero. Sopportò temperature che arrivarono anche a meno quaranta gradi sotto zero, fino a quando arrivò ad Omsk, la sua destinazione. Quei quattro anni vissuti in prigionia li descrisse come se li avesse passati all’interno di una tomba, in una vera e propria casa dei morti, chiuso a chiave ogni notte nella sua camerata, dove, soprattutto i primi tempi, faceva molta fatica ad addormentarsi. Le finestre erano così piccole che la luce stentava ad entrare e leggere era un’impresa pressoché impossibile; i detenuti erano tutt’altro che silenziosi: talvolta, giocavano a carte fino a tarda notte, e schiamazzavano tra di loro come se per un attimo si dimenticassero di essere prigionieri. Forse era proprio questo il segreto per non impazzire: far finta di niente, provare a condurre una vita normale. Non parlavano mai del delitto compiuto, del motivo che li aveva condotti alla prigionia. Lo chiamavano soltanto “la disgrazia”. Molti di loro erano allegri, quasi ebbri, altri tetri e spaventosamente tristi.

Tuttavia, Dostoevskij preferiva starsene per conto suo. Sentiva che gli altri prigionieri lo detestavano per il suo sangue nobile e lo tagliavano fuori. Così, trascorreva le ore ad analizzare minuziosamente i suoi trascorsi, minuto per minuto, attimo per attimo, un sentimento dopo l’altro. Ripercorreva gli sbagli compiuti come se fosse un medico alle prese con una malattia da curare; sviscerava le relazioni interpersonali fino ad allora intraprese e di cui conservava perfettamente i ricordi.
Nei momenti di riflessione, non era solo il suo passato ad occupargli i pensieri, ma anche l’ossessionante desiderio di libertà. Di notte sognava sempre di ritrovarsi fuori, alla luce del sole, libero e indipendente, senza le catene ai piedi, senza l’obbligo di lavorare forzatamente per tutto il giorno. Di giorno contava il tempo che mancava al suo rilascio che, così facendo, sembrava passare ancora più lentamente.

Quando finalmente uscì e lo liberarono dalle catene, si sentì di nuovo vivo, come resuscitato: “La libertà, una nuova vita, la resurrezione dei morti”. Nel marzo 1854 si stabilì a Semipalatinsk, una modesta cittadina nella Siberia, dalla quale partì un nuovo Dostoevskij: sentì rinnovarsi il piacere di vivere senza più avere il continuo bisogno di piangersi addosso per la sua condizione.

Con una vita amorosa pressoché tragica, visse gli ultimi anni della sua vita in preda a gravi attacchi epilettici e, all’aggravarsi del suo enfisema, lasciò per sempre le sue sofferenze il 28 gennaio del 1881.

Melissa Toti Buratti

Secolo Trentino