Le ”buchette per il vino”: un’idea tutta italiana per far convivere lo Spritz time con il Coronavirus?

Passeggiando per le vie di Firenze con occhio attento si possono scorgere tra le mura dei palazzi le cosiddette buchette del vino, dette anche tabernacoli, finestrini o finestrelle del vino; sono dei veri e propri buchi che si trovano circa ad un metro da terra e che collegano l’interno degli edifici storici con le vie della città.

Il loro gusto architettonico è particolare perchè, il più delle volte, è uguale alla porta d’ingresso, vale a dire che nelle vecchie residenze signorili è facile vedere la piccola buchetta del vino con lo stesso stile pittoresco delle porte d’ingresso. Di fatto ogni buchetta aveva il proprio stile, una sorta di marchio di fabbrica che contraddistingueva le casate.
Tali costruzioni, il palazzo e la rispettiva buchetta per il vino, risalgono al Cinquecento, momento in cui i signori più abbienti possedevano, oltre che i palazzi in città, anche delle tenute poco distanti in campagna e delle vigne, da cui ricavavano il vino; quello in eccedenza veniva venduto ai viandanti attraverso le buchette.
Già nelle prime ore del mattino il vino veniva consumato lungo le vie della città: non era un vino costoso anche perché, essendo un prodotto di produzione familiare, non veniva tassato. Questo fatto, inoltre, faceva si che molte più persone se lo potessero permettere, anche i più poveri.

Altre fonti vedono queste piccoli anfratti come un modo di scampare alle epidemie: molti articoli che circolano sul web spiegano che le finestrelle del vino avevano la funzione di abbeverare chi, in un momento di debolezza, voleva uscire di casa e alleviare i problemi con un bicchiere di vino senza essere contagiato da malattie mortali. Tale tesi è valida perché si rifà ad alcuni documenti storici, firmati Francesco Rondinelli, studioso fiorentino; egli nella Relazione del Contagio stato in Firenze l’anno 1630 e 1633 parla di ”sportelli” per indicare le buchette per il vino e attesta che durante le epidemie le casate vendevano il vino attraverso i loro palazzi e non entravano mai in diretto contatto con gli acquirenti perché il danaro veniva passato attraverso una paletta metallica e poi veniva immediatamente messo nell’aceto per disinfettarlo. Anche il maneggio del fiasco o del bicchiere aveva un singolare processo: o il cliente acquistava il vino già infiascato attraverso il finestrino, o procedeva a riempire il proprio fiasco attraverso una cannella (cioè un tubicino metallico) alimentata da un recipiente posto all’interno. Va da sè che il vinaio del palazzo doveva avervi già versato il contenuto di un fiasco riempito in cantina. Per gravità il vino arrivava al fiasco del compratore!

La testimonianza di Rondinelli ci appare molto vicina e, in effetti, non sembra un caso che in questi giorni qualche finestrella fiorentina abbia fatto capolino, mettendosi in bella mostra e aprendo ai più curiosi, in Via Santo Spirito. In realtà il servizio non è attivo come nel Cinque e Seicento, ma è stato aperto occasionalmente in concomitanza dell’inaugurazione di un nuovo bistrot in centro a Firenze, il quale sembra sia intenzionato a ricominciare ad usare la finestrella del vino con la funzione per cui è nata. Sarebbe un’ottima idea anche in vista dei tempi che corrono.